Over 65 in fabbrica e turni massacranti: il mix esplosivo che mette a rischio i lavoratori
di Federico Giusti
Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, era una delle rivendicazioni maggiormente sentite fino a pochi anni or sono, oggi le rivendicazioni finalizzate alla conquista dei tempi di vista hanno abdicato a favore di soluzioni opposte, recuperare parte del salario perduto incrementando i ritmi, lo sfruttamento, i carichi di lavoro puntando sulla detassazione del salario accessorio. Abbiamo partecipato alla discussione promossa dal Sicobas nei giorni scorsi a seguito di un ricorso fatto da un delegato sindacale sull’orario convenzionale, pari a 6 o a 7,12 ore giornaliere, in aperto conflitto con la pausa di 11 ore tra un turno e l’altro, pausa che non sarebbe rispettata sacrificando il riposo psicofisico
La materia è senza dubbio tanto complessa quanto controversa, la normativa italiana stabilisce l’obbligo delle 11 ore di riposo ogni 24 con il Decreto Legislativo n. 66 dell'8 aprile 2003.
Facciamo un esempio: se finisci il lavoro alle 22 non potrai iniziare il turno del giorno dopo prima delle 9 ma alla regola seguono eccezioni e deroghe, dipende dai settori e la pausa potrà essere ridotta previo accordo nei contratti nazionali
Fatta la legge arriva l’inganno? Innumerevoli servizi sono esentati dall’obbligo delle 11 ore, ad esempio in caso di emergenza e urgenza, se non ricevi cambio oppure se sei reperibile e ti trovi davanti a cause di forza maggiore, ai cosiddetti eventi non programmabili. Le possibilità di derogare all’obbligo delle 11 ore di stacco sono innumerevoli, sancite anche dai contratti nazionali di categoria e in tante occasioni dalla necessità economica di prestazioni straordinarie per incrementare i bassi salari.
Rispetto al passato ci sono almeno tre questioni da prendere in esame: la erosione del potere di acquisto, le deroghe ai contratti nazionali e l’indebolimento del potere contrattuale. 40 o 50 anni fa una famiglia monoreddito viveva in condizioni dignitose oggi due stipendi non bastano a campare, crediamo sia questo l’ostacolo oggettivo per ampliare i tempi di vita rispetto a quelli di lavoro.
Poi esistono anche altre spiegazioni, il basso livello di conflitto oggi esistente che porta ad avanzare rivendicazioni assai circoscritte e parziali, ad adattarsi all’arrendevolezza delle relazioni sindacali esistenti, a esprimere posizioni compatibili con i dettami aziendali.
E anche volendo restare fermi alle 11 ore di riposo troppe sono le deroghe che permettono di accorciare i tempi nonostante sia in pericolo il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici, la stessa sicurezza nei luoghi di lavoro con aumento degli infortuni e delle morti anche tra personale specializzato in percentuali maggiori del passato. Se in produzione troviamo lavoratori over 65, in una età nella quale fino a una quindicina di anni fa sarebbero stati in pensione, il pericolo di incorrere in infortuni anche gravi diventa piuttosto elevato. La permanenza a lavoro di dipendenti sempre più anziani, l’allungarsi degli orari di lavoro, le mancate pause, stanchezza, stress sono cause primarie di infortuni e morti sul lavoro
Siamo davanti a un diritto acquisito, le 11 ore di riposo, che stridono con la richiesta di lavoro aggiuntivo per le carenze di organico nei settori pubblici (ad esempio sanità, scuola e polizia municipale) e in quelli privati, un diritto stabilito dalla legge italiana dalla stessa legge può essere aggirato con il beneplacito della contrattazione nazionale e decentrata e quindi con tanto di benedizione dei sindacati firmatari.
In tempi nei quali il costo del lavoro basso, al pari dei salari miseri, diventano prioritari nell’ accrescere profitti e utili senza troppi investimenti innovativi e tecnologici proprio per rendere produttivo il lavoro, diventa difficile che i datori pianifichino i turni nel rispetto dello stacco delle 11 ore. Ed è altrettanto difficile ottenere investimenti per migliorare gli ambienti di lavoro se questi miglioramenti non risulteranno utili alla immagine dell’impresa, a politiche di marchio o per avere il beneplacito delle autorità preposte ai controlli.
Un ‘altra spiegazione è data dalla arrendevolezza del diritto del lavoro e lo abbiamo visto nel caso dell’orario minimo l’insorgere di troppe scappatoie per non far pendere la bilancia dalla parte delle istanze dei salariati. Sono quindi lontani i tempi nei quali la battaglia per le otto ore giornaliere diventava una conquista di civiltà ottenuta dal conflitto sindacale.
Negli stabilimenti siderurgici l’orario settimanale di lavoro, prima del Fascismo, viene ridotto da 72 a 48 ore, con l'adozione dei tre turni, le 48 ore diventano l’orario legale, con il Regio Decreto del 1923, per tutte le categorie con 8 ore giornaliere. Alla luce di queste considerazioni non solo si rende necessaria, diremmo indispensabile, una riflessione sugli orari di lavoro ma anche sulla povertà salariale e contrattuale, rivendicazioni per ridurre i tempi lavorativi non possono essere scissi dalla tutela del potere di acquisto con buste paga falcidiate da inflazione e rinnovi contrattuali in grave perdita.
Si tratta di comprendere dove aprire una breccia per riconquistare tempi di vita e una qualità delle nostre esistenze non derogabile
Oltre allo straordinario, ormai imposto fino a un certo tetto orario dagli stessi contratti nazionali, esiste anche il contratto multi periodale (adottato ad esempio, negli scuola bus degli enti locali) frutto dell’ennesimo ricatto sindacale. Anni fa i lavoratori di alcuni comuni, davanti alla minaccia di esternalizzare il servizio, accettarono l’orario multi periodale abbattendo drasticamente lo straordinario e i tempi di pausa, lavorando anche 42 ore settimanali rispetto alle 36 usuali, beneficiando di orari ridotti fuori dal calendario scolastico quando i servizi si riducono. Ma questa modalità oraria esiste anche nel privato, in tutti i settori dove i picchi di lavoro si presentano in alcune stagioni dell’anno.
Il rifiuto del multi periodale, l’aumento dei salari, la cancellazione di tutte le regole che alimentano la erosione del potere di acquisto, quindi gli accordi interconfederali, devono andare di pari passo con le rivendicazioni per abbattere i carichi di lavoro e l’allungamento degli orari, il baratto, nel privato, comporta anche la monetizzazione delle ferie arretrate. Ricordiamo come aumentare stress e carichi di lavoro significa anche favorire l’insorgere di malattie professionali che risultano in crescita oltre a determinare innumerevoli patologie non ancora riconosciute come vere e proprie malattie.

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