Recensione: 'Miti e Contromiti, l'Urss nella seconda guerra mondiale'

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Recensione a cura di Giordano Merlicco
 
Sandro Teti pubblica in questi giorni Miti e contromiti. L’Urss nella Seconda guerra mondiale, di Vladimir Medinskij, ministro della cultura del governo russo fino allo scorso Gennaio e consigliere di Vladimir Putin. Un libro destinato a far discutere, nell’eterna ricerca delle colpe storiche della Seconda guerra mondiale.
 
Durante la seconda guerra mondiale, il ruolo dell’Unione Sovietica nella lotta contro la Germania nazista era ampiamente apprezzato in Europa e negli Stati Uniti. Roosevelt, Churchill, De Gasperi e De Gaulle elogiarono lo sforzo bellico dell’Urss e le capacità dei suoi dirigenti. Riviste patinate come “Time” e “Life” dedicarono le copertine a Stalin e ai generali dell’Armata rossa. Con la guerra fredda, però, Mosca divenne un avversario e molti tentarono di ridimensionare il suo contributo alla sconfitta del Terzo Reich.
 
Alcuni ipotizzarono che l’Urss avesse favorito l’ascesa di Hitler, altri sottolinearono che non avrebbe resistito all’avanzata tedesca senza il sostegno materiale di Washington. Esaltare lo sbarco in Normandia divenne un’alternativa politicamente corretta alla battaglia di Stalingrado. In questo contesto furono condotte varie iniziative finalizzate a cambiare l’immagine del paese dei Soviet, dalla denuncia della brutalità dell’Armata rossa, fino alle “mostre d’oltrecortina”, volte a presentare l’Urss all’opinione pubblica (e all’elettorato) occidentale con abbondante uso di toni foschi.
 
Come ricorda Medinskij, questo armamentario attingeva direttamente alla propaganda nazista. A Joseph Goebbels si deve l’invenzione della prima mostra d’oltrecortina (“Das Sowjet-Paradies”) e la denuncia della brutalità dei soldati sovietici (“la feccia della steppa”, “le orde asiatiche in marcia verso l’Europa”). Lo stesso ministro della propaganda, però, non credeva alle sue parole. Esse servivano più concretamente a motivare le truppe della Wehrmacht, a disincentivare la collaborazione dei civili tedeschi con l’Armata rossa.
 
Tuttavia, quelle voci ebbero il loro impatto, come molte altre creazioni di Goebbels: a lui si deve anche la formula “cortina di ferro”. Durante la guerra, Churchill riceveva rapporti periodici sulle dichiarazioni dei gerarchi nazisti ed è facile concludere che si ispirò proprio al ministro del Reich quando, nel 1946, ripeté questa espressione, rendendola celebre.
 
Dopo il crollo dell’Urss, l’opera volta a sminuire il ruolo sovietico durante la seconda guerra mondiale si è esteso anche ai Paesi del defunto campo socialista.
 
In molte repubbliche ex sovietiche si delegittimano i veterani dell’Armata rossa, riducendo la lunga storia comune a mera occupazione russa. Perfino molti russi dubitano che il loro Paese vada incluso nella lista dei vincitori. Le conseguenze politiche di tali tendenze interpretative sono evidenti: mentre si ridimensiona l’orgoglio russo, è sorto un fossato tra la Russia e i popoli vicini.
 
È una narrativa ampiamente gradita in Usa e in Europa, come dimostra la recente risoluzione del Parlamento dell’Unione Europea, tesa a retrodatare l’inizio della guerra all’accordo Molotov-Ribbentrop, in modo da imputarne la corresponsabilità a Mosca. È per contrastare questa vulgata che Medinskij, consigliere di Putin per la memoria storica, ha scritto Miti e contromiti. L’Urss nella Seconda guerra mondiale, che compare ora in italiano per i tipi dell’editore Sandro Teti, accompagnato da un interessante scritto di Paolo De Nardis sulla particolarità dell’innesto del marxismo nella cultura politica russa.
 
La riscoperta della storia è una delle priorità della Russia di oggi, decisa a risollevare l’orgoglio nazionale smarrito nelle autocommiserazioni della perestrojka e nelle incertezze degli anni ‘90. Mosca ha elevato l’anniversario della resa della Germania nazista a principale ricorrenza del calendario.
 
Eppure a quella guerra parteciparono attivamente gli altri popoli dell’Urss. Se nelle teorie razziali naziste i russi venivano degradati a subumani, l’insieme dei cittadini sovietici veniva considerato “una commistione di razze e popoli, i cui nomi sono impronunciabili e la cui essenza fisica è tale che l’unica cosa che ci si può fare è sparargli senza nessuna pietà e misericordia”, per usare le parole di Himmler.
 
La propaganda tedesca stimolò le fratture nazionali, per favorire il collaborazionismo, ma come dimostra il Generalplan Ost, in caso di vittoria Berlino non avrebbe riservato agli altri popoli una sorte migliore di quella destinata ai Russi. Pagine che meriterebbero di essere ricordate da chi, dai paesi baltici all’Ucraina, tende a considerare eroi nazionali coloro che collaborarono con il Reich.

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