Roma più forte della censura sionista
Siamo alle solite, Israele comanda. O almeno ci prova, e lo fa ovunque trovi accondiscendenti esecutori dei suoi ordini.
In Italia lo fa da molto tempo attraverso la sua ambasciata e le comunità ebraiche, per lo più emanazioni della logica sionista. Logica che prescinde dai governi più o meno di destra che guidano lo stato sempre più spesso definito “ebraico” piuttosto che israeliano.
Una ragione importante c’è in questo aggettivo: va oltre qualunque confine geografico e pretende di estendersi sull’intero globo terrestre. Può sembrare una battuta vero?
No, non lo è, e basta leggere le due leggi fondamentali che sostituiscono la costituzione dello stato israeliano per non avere dubbi.
In Italia il diktat israeliano trova molto seguito perché si sa, gli italiani sono un popolo in cui il “tengo famiglia” serve a giustificare ogni cedimento morale a chi ti dà il pane o ti garantisce la carriera. Ma non tutti “tengono famiglia” per fortuna! O meglio, non tutti mettono un alibi a giustificazione della loro codardia, né tutti scelgono di porsi autonomamente e convintamente come sudditi. Magari non faranno carriera!
In arabo c’è un termine, “karameh” in realtà c’è in ogni lingua, anche in italiano, si traduce “dignità” ed è in base all’averne o meno che si accettano i diktat che violano i principi fondamentali del Diritto universale. Da chiunque imposti.
In queste ultime settimane abbiamo visto l’opera dell’ambasciata israeliana in diverse parti del nostro Paese. Prendiamo l’esempio più eclatante, quello della Capitale. Qui, in questi ultimi giorni, si è tentato un attacco alla libertà di espressione in una delle forme più gravi: l’attacco alla cultura.
Già a fine febbraio l’onorevole (termine di rito) Fassina aveva annullato un incontro in Campidoglio per compiacere la Comunità ebraica facendo proprie le parole ingiuriose del rappresentante della stessa per giustificare l’annullamento. Ma non eravamo ancora al top. Si trattava del tentativo di tacitare un’esponente del BDS. Decisione grave sì, ma non si era ancora arrivati al peggio: non si era ancora arrivati a cancellare espressioni artistiche di altissimo livello, solo perché dannose per l’immagine di Israele, quella vera. Quella messa a nudo attraverso l’arte cinematografica senza che l’arte stessa ne risulti indebolita.
Al Cinema Aquila, nonostante il coraggioso e tenace impegno degli organizzatori di una rassegna cinematografica di film palestinesi di alta qualità, il bellissimo “The wanted 18” e lo spettacolo teatrale sulla luminosa figura di Rachel Corrie hanno trovato le porte chiuse, sostituiti da un film comico con un attore ebreo segnalato dalla Comunità ebraica in sostituzione della programmazione già approvata. Il Municipio V dovrà darne spiegazione.
Voleva essere un insulto? Forse, ma in realtà si sono coperti di ridicolo. Ma non è rilevante che i sionisti di casa nostra raggiungano il ridicolo con la loro arroganza, quel che è importante è che abbiano seguito presso chi detiene briciole di potere che dovrebbero essere garanzia democratica verso i cittadini e che invece si trasformano in vassallaggio verso il potente del momento.
L’episodio ancora più eclatante lo si è avuto con la cancellazione del film di Mai Masri al cinema-teatro Palladium. Evento preparato con cura da mesi e per il quale la regista e curatrice dell’archivio audiovisivo AAMOD Monica Maurer si era spesa moltissimo. Il film, un vero gioiello di arte cinematografica e al tempo stesso di arte resistenziale cui dedicheremo un articolo ad hoc, aveva trovato l’accordo tra l’Università di Roma Tre e l’Ambasciata Palestinese e si sarebbe dovuto svolgere nel teatro dell’Università, il Palladium appunto. Luogo degno per accogliere un’opera come “3000 nights”, ma qualcosa ha cominciato a incepparsi, si sono avute avvisaglie e vaghi ricatti. Forse i numerosi e prestigiosi riconoscimenti ottenuti dal film in questione, nonché il nome della regista e le sue splendide opere precedenti devono aver infastidito pesantemente chi teme la verità su Israele, soprattutto se questa verità è espressa in forma inequivocabilmente artistica. Perché proprio l’arte, come ogni forma di cultura, è percepita come pericolosa.
Il pensiero va a molti anni fa. A quando una poesia di Fadwa Tuqan riuscì a toccare così a fondo il problema della mortificazione imposta dai soldati israeliani al popolo palestinese, e lo faceva senza uscire dai canoni poetici, ma affidando ad essi il dolore dovuto a una brutalità che ricordava altri soldati ed altre vittime, passate ormai al ruolo di aguzzini. Il pensiero va al 1969 e cioè a quando il generale Moshe Dayan chiamò la poetessa dicendole che la sua poesia era più “pericolosa” di cento fedayn.
A distanza di quasi mezzo secolo sappiamo che l’occupazione, l’illegalità, la brutalità e i crimini israeliani si sono addirittura moltiplicati perché in tutti questi anni il lavoro della Hasbara, - che Edward Said già molti anni fa aveva perfettamente capito e spiegato - è stato grandioso ed ha asservito all’ideologia sionista numerosi intellettuali, politici, giornalisti e giullari dello spettacolo facendo di ognuno di essi un opinion maker filo-israeliano, utilizzando poche e semplici parole magiche: sicurezza, antisemitismo, terrorismo. Parole che ben miscelate e ancor meglio manipolate hanno fornito lo scudo contro ogni condanna seria dei crimini commessi e soprattutto contro ogni possibile sanzione.
Pertanto ogni manifestazione di dissenso nei confronti di Israele finisce per cozzare contro questo scudo, ma è solo la sudditanza delle nostre istituzioni e dei nostri “opinion maker” che permette ad Israele di allungare i suoi artigli ovunque. Il popolo romano, quello che sa e quello che vuole sapere in questi giorni ha saputo rispondere no alla censura ed ogni evento che doveva sparire è stato presentato comunque ed ha avuto il massimo successo.
Quello stesso popolo che l’altro ieri ha assistito al film “The wanted 18” proiettato sulla strada per la chiusura del cinema Aquila e che ieri ha riempito all’inverosimile la sala dell’AAMOD avendo avuto le porte chiuse del Palladium, sta chiedendo spiegazioni. Spiegazioni che ieri sera il portavoce dell’Università non ha saputo o potuto o voluto dare. Spiegazioni che lo stesso popolo romano aspetta anche da chi ha tentato di imbavagliare il cinema Aquila e dall’onorevole (sempre titolo rituale) Fassina e dagli altri Consiglieri del PD e del M5S, ritenendo inaccettabili le parole ingiuriose che il vicepresidente della Comunità ebraica ha dettato loro per annullare l’incontro con Ann Wright.
Alcune persone intervistate ieri sera dopo il film e il dibattito con la regista hanno avuto espressioni di dissenso molto forte su quanto successo. Chiudiamo quest’articolo con una sintesi delle loro dichiarazioni. “Roma ne ha viste veramente troppe e non solo con questa Amministrazione. L’unica cosa che ancora non aveva visto era la censura di un lavoro di alto valore artistico solo perché condanna la violazione dei diritti umani da parte di Israele. E’ veramente un segno molto cupo e speriamo che tutti coloro che hanno nascosto la testa o teso umilmente la mano si stiano rendendo conto che siamo arrivati al bivio: se si sceglie Israele si sceglie di servire la violazione dei diritti umani, la violazione dei principi democratici autentici, la distruzione della legalità internazionale.”
Questi gli effetti di una tentata censura. Evidentemente, e nonostante tutto, il tessuto sociale di questa città ha ancora la capacità di reagire a chi vuole imporre il bavaglio alla libertà di espressione.
Patrizia Cecconi
Roma 16 marzo 2017

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