“Schadenfreude”: così ci hanno fottuto per bene (di Andrea Zhok)

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“Schadenfreude”: così ci hanno fottuto per bene (di Andrea Zhok)

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di Andrea Zhok*

Esistono molte cose che si possono chiamare "problema della politica", ma ce n'è uno più radicale e originario di tutti.

Politica è, nel senso etimologico e più autentico, l’azione nella società (polis) in vista di un obiettivo che concerne l’intera società.

Fare politica in qualunque senso autentico significa proporre una forma di azione collettiva, che può andare dalle forme blandamente coordinate di una rivolta a quelle altamente coordinate di un partito o di uno stato.

La politica ha a che fare con la persuasione.

Se non c’è politica esistono solo rapporti di forza.

Ma il presupposto indispensabile affinché una politica possa esserci è che esista una società, o una polis, o un popolo. Ed è su questo punto che la “rivoluzione neoliberale” avviata alla fine degli anni ’70 del XX secolo ha fatto danni antropologici irreparabili.
 
Questo processo è costituito da due momenti, uno distruttivo e uno affermativo.

Sul piano distruttivo si è alimentata una frammentazione orizzontale della società, coltivata scientemente e sistematicamente. Si è spiegato che i giovani dovevano prendersela con gli anziani che erano stati privilegiati, e agli anziani che i giovani erano bamboccioni. Si è spiegato che i lavoratori statali erano fancazzisti e i lavoratori autonomi evasori. Si è alimentato un continuo discorso d’odio e poi si è messo in guardia contro l’orribile diffusione dei discorsi d’odio: razzismo e autorazzismo, dagli attacchi agli “old white males” agli Incel, donne contro uomini, omosessuali contro eterosessuali, ecc. il tutto in un crescendo fomentato quotidianamente dai media per decenni.

Anche la “lotta di classe” ha subito una grave metamorfosi. Essa era intesa da chi per primo ne ha parlato, come denuncia strutturale dei meccanismi di potere economico. Ma è stata trasformata in generica invidia sociale, per lo più orizzontale e individuale: “Nessuno sa quanto sia duro il mio lavoro, per lui/lei è invece tutto comodo”.

Sul piano affermativo, questo processo è diventato “autoaffermazione individualista”, in cui il modo in cui ciascuno si sente, si percepisce doveva essere pensato come unico fondamento di ciò che ciascuno è. Questa sorta di delirio idealista in cui come mi immagino, così sono, è divenuto senso comune. Se il mondo non accetta le mie fantasie momentanee su me stesso, è il mondo ad essere sbagliato. Ogni film americano ti spiega che “puoi essere qualunque cosa tu voglia essere” (il che tecnicamente è una patologia psichiatrica). Rifiuto soggettivistico del “principio di realtà” a favore di un “principio di piacere” da realizzarsi in atti di compravendita sul mercato.

L’esito di tutto ciò è oggi manifesto. Lo si scorge in modo particolarmente acuto sui social dove regna incontrastata esattamente la piccineria, la frustrazione incarognita, quello che i tedeschi chiamano “Schadenfreude”: il segreto (ma neanche tanto) piacere per le disgrazie altrui, l’impulso al “ben gli sta”, al “così impara”.

Nessuna epoca ha mai chiacchierato tanto di “empatia”, per poter accusare tutti gli altri di non averne.
Ogni altra persona porta la grave colpa di non essere me. Ma io stesso dovrei essere ben altro, dovrei essere ciò che fantastico di essere; mentre il mondo cinico e baro me lo impedisce.

Ovviamente su un retroterra del genere ogni azione autenticamente collettiva, ogni politica in senso autentico è come cercar di risalire una cascata a nuoto.
Ci hanno fottuto per bene.



*Commento su Facebook del 1 settembre 2026

Andrea Zhok

Andrea Zhok

Professore di Filosofia Morale all'Università di Milano

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