Silvio Rodríguez: "Il popolo è pronto a difendere Cuba con le armi"

L'artista racconta il suo legame con le Forze Armate Rivoluzionarie, analizza il blocco economico come strumento per distruggere la speranza e lancia un monito: "Se Cuba cade, la storia la reinventeranno i suoi nemici"

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Silvio Rodríguez: "Il popolo è pronto a difendere Cuba con le armi"

Il cantautore cubano Silvio Rodriguez, in una bella intervista rilasciata al quotidiano messicano La Jornada, parla della sua disponibilità a imbracciare il fucile per difendere l'isola, del significato dell'assedio economico e del suo legame profondo con l'America Latina.

La difesa armata come eredità storica

Uno dei momenti centrali dell'intervista tocca il tema della sua recente disponibilità a cambiare "le corde della chitarra con l'acciaio di un fucile da combattimento". Rodríguez ricorda le sue origini nelle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR), dove durante il servizio militare obbligatorio iniziò a suonare la chitarra, e le sue due missioni internazionaliste in Angola. "Le FAR sono un'istituzione da cui in una certa misura provengo, anche come autore", afferma.

Alla domanda su cosa succederebbe in caso di un tentativo di invasione da parte degli Stati Uniti, il cantautore risponde con una lezione storica, citando gli intenti annessionisti che risalgono a due secoli fa e l'imposizione dell'Emendamento Platt. "C'è una lunga storia di ragioni perché i cubani diffidiamo del 'nord turbolento e brutale', come lo definì il nostro apostolo, José Martí". E aggiunge: "Per questo suppongo che buona parte del nostro popolo sarebbe disposta a difendere la nostra sovranità con le armi, se fosse necessario".

Questo sentimento patriottico, spiega Rodríguez, nasce "dalla nostra storia, dalla formazione della nazione cubana. Ha a che fare con un senso di appartenenza al luogo dove si nasce, con un sentimento patriottico".

Critica e autocrítica: "Nessuna opera umana è perfetta"

Nonostante la fermezza nella difesa dell'isola, Silvio Rodríguez rivendica la necessità di uno sguardo critico. "Non mi piacciono i fanatismi, ho sempre sostenuto la critica e l'autocritica. Nessuna opera umana è perfetta", sottolinea, citando il suo impegno costante nel blog Segunda cita.

Riferendosi alla sua celebre canzone Oda a mi generación, l'autore spiega che con quel testo intendeva affrontare "le contraddizioni che toccarono alla mia generazione, soprattutto estremismi e impunità dei funzionari, carenze che non hanno nulla a che vedere con le dimensioni attuali ma che già allora erano notevoli". Oggi, con l'incremento del blocco e il deterioramento degli anni, osserva, "tutto ciò che manca diventa vitale. Soprattutto nella sanità pubblica e nell'istruzione, servizi in cui Cuba arrivò a essere un esempio".

Rodríguez esprime sostegno alle riforme economiche in corso, a patto che non sia in gioco "la nostra condizione di nazione sovrana, cosa che considero fondamentale". "Brillanti economisti, anche alcuni ex ministri, da anni consigliano riforme che non vengono intraprese o che vengono accolte a malincuore. Vedo che ultimamente si stanno facendo passi più decisi in quella direzione", afferma.

Il "Segno dell'Impero" e il ritorno della destra

In un passaggio di particolare intensità politica, Rodríguez analizza il contesto internazionale, commentando la nascita del cosiddetto "Scudo delle Americhe", l'iniziativa promossa dagli Stati Uniti che raggruppa dodici paesi del continente. "Il cosiddetto Scudo delle Americhe - afferma il cantautore - sembra un tentativo di rivitalizzare il neocolonialismo, di cancellare i principi che fondarono le Nazioni Unite e forse un segno di disperazione imperiale. 'America per i nordamericani'".

Rodríguez inquadra questa offensiva della destra internazionale in una prospettiva storica più ampia. "A mio modo di vedere, questo ritorno alla destra più accanita iniziò con la caduta dell'URSS che, pur con i suoi difetti, contrastava il capitalismo e rappresentava una certa speranza di un mondo migliore. La Cina e la Russia hanno ereditato l'odio imperiale per essere rivali economici".

Il cantautore offre poi una riflessione profonda sulla natura del sistema dominante: "Probabilmente il capitalismo è un sistema difficile da superare perché si basa su una parte oscura ma certa degli esseri umani: l'egoismo. Così il mondo attuale è controllato dalle corporazioni, dalle multinazionali e dall'industria armamentistica; un intreccio di dominazione che sostiene un impero a cui interessa solo la sua supremazia, mai la pietà né la solidarietà".

Il blocco e la speranza

L'intervista si addentra anche nel significato più profondo dell'assedio economico. Rodríguez cita José Martí per spiegare come il blocco miri a distruggere la speranza: "Vogliono che la nostra gente senta che nel suo paese non c'è un futuro che valga". Per questo, per il cantautore, c'è spazio per la speranza nella resistenza e nella capacità di "cambiare ciò che deve essere cambiato", riprendendo una celebre definizione di Fidel Castro.

"Ho cantato che bisognava togliere la R alla parola rivoluzione, cioè che bisognava evolvere" (Revolucion in spagnolo), ricorda, ribadendo la necessità di un adattamento realistico senza rinunciare all'essenza della sovranità nazionale.

Messiico, "parte della mia anima"

L'intervista si chiude con un affettuoso excursus sui legami con il Messico, paese che "è già parte della mia anima". Rodríguez ripercorre i suoi primi viaggi nel 1975, gli incontri con intellettuali e artisti come Efraín Huerta, Amparo Ochoa, e il sostegno ai progressisti locali. Conclude con un elogio alla presidente Claudia Sheinbaum, definendola "la migliore presidente di tutta l'America Latina", e ribadendo il suo affetto per Andrés Manuel López Obrador e Beatriz Gutiérrez Müller.

 

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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