Le Nuove Crociate: chi sono i fanatici evangelici che ispirano la guerra in Iran
di Alessandro Bartoloni
Ma chi sono i veri fanatici religiosi? I leader iraniani o quelli statunitensi?
Ci siamo posti questa domanda a partire da tre notizie uscite in concomitanza allo scoppio della guerra in Iran.
La prima è la denuncia almeno 200 soldati americani alla Military Religious Freedom Foundation nei confronti dei propri comandanti, accusati di presentare l’attacco alla Repubblica Islamica come “parte di un piano divino”. Addirittura, questi comandanti avrebbero sostenuto che Trump sarebbe, testuali parole, “unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’Armageddon e dare così il segnale per il suo ritorno sulla Terra”.
La seconda notizia riguarda le parole dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, che dieci giorni prima dell’attacco americano ha dichiarato in un’intervista a Tucker Carlson che se Israele colonizzasse tutto il vicino Oriente, dall’Egitto all’Iraq, “non ci sarebbe nulla di male”, perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa a loro destinata (in Genesi 15 c’è scritto che Israele si espanderà “dal Nilo all’Eufrate”).
La terza è la preghiera collettiva avvenuta il 5 marzo nello Studio Ovale. Nel video che è circolato si vede chiaramente un gruppo di leader evangelici che circondano Trump e guidano una preghiera collettiva augurando al Presidente americano protezione e buona fortuna in guerra.
La leader di quel gruppetto è la tele-predicatrice Paula White Cain, l’evangelista di ferro che da un anno guida l’Ufficio per la Fede alla Casa Bianca creato da Trump e, cosa ancora più importante, che fa parte della lobby cristiano-sionista più potente d’America: la CUFI (Christians United for Israel).
Il CUFI è un’organizzazione da 10 milioni di iscritti, in gran parte evangelici, che ha tra le proprie missioni quella di accelerare il ritorno degli ebrei nella “Terra Santa” al fine di preparare l’Apocalisse e la seconda venuta di Cristo (esattamente quello che denunciavano i soldati americani).
Membri del CUFI sono anche l’ambasciatore Mike Huckabee, l’ambasciatore americano alle Nazioni Unite Mike Waltz e il ministro della guerra Pete Hegseth, quello, per intenderci, con i tatuaggi in stile “crociato” sul petto.
Esiste indubbiamente un filo rosso che lega il fanatismo cristiano di alcune sette evangeliche oggi vicinissime a Trump, la guerra in Iran e il progetto della Grande Israele sbandierato da Netanyahu.
E per cercare di capire quale sia, possiamo partire dal movimento religioso più importante e controverso d’America, quello, appunto, degli evangelici. L’evangelicalismo è un movimento teologico che fa parte del cristianesimo protestante, nato nel Regno Unito nel Settecento e poi diffuso negli Stati Uniti. Nel mondo evangelico non c’è un’unica autorità centrale ed è piuttosto facile creare un gruppo di preghiera, o una vera e propria chiesa, e diventarne pastore. Tutto questo ha dato vita nel corso dei secoli a una vera e propria galassia multiforme di gruppi e sette diverse, tra le 35 mila e le 40 mila solo negli USA.
Sul piano teologico ciò che accomuna gli evangelici differenziandoli dalle altre confessioni è in primis l’accento posto su un’interpretazione letterale della Bibbia, l’idea che il battesimo possa essere fatto solo da adulti dopo una conversione consapevole e la grande importanza data all’attivismo sociale; cosa che spiega la diffusione capillare degli evangelici nel mondo della politica e dei media.
Negli USA ci sono organizzazioni e lobby evangeliche che contano milioni di iscritti, casse miliardarie e che influenzano in maniera determinante la politica come la National Association of Evangelicals (NAE), la Faith & Freedom Coalition, il Family Research Council (FRC) e naturalmente la CUFI. Queste organizzazioni hanno visto il loro peso elettorale e la loro influenza crescere esponenzialmente tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila, diventando decisivi nella vittoria di Ronald Reagan e George W. Bush e, più in generale, diventando i principali sponsor del Partito Repubblicano, visto come garante, in una società sempre più secolarizzata e “materialista”, dei valori tradizionali, della battaglia contro i matrimoni gay e della lotta contro l’ideologia gender.
Con Trump, a dire il vero, non era stato amore a prima vista: durante la prima scesa in campo nel 2016 il miliardario newyorkese era un outsider piuttosto imprevedibile e nelle primarie repubblicane i voti evangelici si erano concentrati sul senatore del Texas Ted Cruz, poi sconfitto proprio dal tycoon. Una volta eletto alla Casa Bianca però, Trump ha superato la diffidenza iniziale del mondo evangelico facendolo diventare il punto di riferimento religioso della propria amministrazione, ricevendo molti dei suoi leader e nominando giudici evangelici alla Corte Suprema.
Ma è nella campagna elettorale per le elezioni del 2024 che c’è stato un vero e proprio cambio di passo. Nel contesto di una società sempre più polarizzata e radicalizzata, tanto da far presagire lo scoppio di una sorta di “nuova guerra civile”, la retorica di Trump ha assunto volutamente toni messianici, avvicinando sempre di più alla galassia repubblicana movimenti religiosi evangelici convinti che fosse in corso una vera e propria guerra spirituale per la salvezza del paese.
Uno di questi è la New Apostolic Reformation (NAR), un network di chiese che conta quasi 3 milioni di fedeli e il cui fondatore, Peter Wagner, crede che i leader religiosi debbano essere anche autorità politiche e che le chiese dovrebbero guidare i fedeli in una guerra spirituale contro le leadership corrotte.
A buttare benzina su questa narrazione c’è poi stato l’attentato fallito del 13 luglio in Pennsylvania, quando un cecchino sparò a Trump durante un comizio elettorale mancandogli di poco la testa e colpendolo all’orecchio. Da quel momento, Trump è diventato per parte dei suoi elettori una sorta di “salvatore”, un profeta scelto da Dio per guidare le forze del bene nella grande battaglia contro le forze sataniche. E, cosa ancora più importante, la lobby cristiana evangelica Faith & Freedom Coalition ha deciso di stanziare ben 62 milioni di dollari per la sua campagna elettorale.
Il 5 novembre 2024, il giorno della vittoria contro Kamala Harris, Trump ha affermato: “Molte persone mi hanno detto che Dio mi ha risparmiato per una ragione: salvare il paese e rendere l’America di nuovo grande”.
Nell’attuale amministrazione Trump ha dato ruoli di vertice a integralisti cristiani e fondamentalisti sionisti di ogni genere e tipo. Da Mike Johnson, speaker della Camera che parla apertamente di “possessione demoniaca” dei membri dell’opposizione, a Russell Vought, il potente direttore dell’ufficio del bilancio, a Kristi Noem, Segretario alla Sicurezza Interna, ai già ricordati Waltz, Hegseth e Huckabee. Il Segretario di Stato Marco Rubio invece appartiene alla corrente della New Right di ispirazione cattolica ed è da molti considerato l’anello di congiunzione tra il mondo evangelico dominante nell’amministrazione MAGA e l’ala più integralista e aggressiva del mondo cattolico.
Per capire cosa abbia a che fare tutta questa presenza di fondamentalisti cristiani ai vertici del potere americano con la guerra in Iran e con il progetto della Grande Israele che Netanyahu dichiara di star perseguendo, bisogna tenere a mente che organizzazioni come la CUFI credono che se gli Stati Uniti smettessero di sostenere Israele militarmente Dio ritirerebbe la propria protezione dall’America, portandola al collasso economico e sociale.
Ma non solo. Nella visione teologica ufficiale dell’organizzazione la storia sarebbe divisa in ere: la nostra sarebbe l’ultima e il ritorno degli ebrei in “Terra Santa”, e dunque l’espansione di Israele dal Nilo fino all’Eufrate, dall’Egitto all’Iraq, sarebbe niente di meno che il “segnale orario” dato a Dio per l’inizio dell’Apocalisse e il ritorno di Gesù.
Naturalmente, chi non vedeva l’ora di trovarsi a fianco compagni così potenti come la CUFI sono anche le organizzazioni ebraico-sioniste come l’AIPAC. Per fare un esempio, Miriam Adelson, storica finanziatrice prima dell’AIPAC e poi della lobby sionista ancora più aggressiva, Israel American Council, durante la campagna elettorale ha donato la cifra record di 106 milioni di dollari a Trump con la richiesta esplicita di riconoscere la sovranità israeliana sulla Cisgiordania; lei stessa ha donato 25 milioni di dollari per la scuola di medicina dell'Università di Ariel, situata proprio in un insediamento illegale, con lo scopo di finanziare infrastrutture che rendano l’occupazione sempre più irreversibile.
È chiaro che in società pienamente capitaliste come quelle occidentali, a dettare le carte sono in primis coloro che detengono il potere economico e finanziario. E che quindi i sermoni di John Hagee, il capo della CUFI, non conteranno mai quanto le decisioni di Larry Fink, CEO di BlackRock, di continuare a finanziare o meno la bolla dell’intelligenza artificiale o di continuare a comprare l’enorme debito pubblico americano.
Al tempo stesso, per comprendere l’attuale politica statunitense in Medio Oriente, anche alla luce dei suoi sempre più chiari elementi di “irrazionalità”, è importante anche tenere presente questo blocco di interessi composto da queste potentissime lobby, il sottofondo culturale-religioso, tipicamente statunitense, dal quale emergono, e le mire coloniali israeliane.
Per concludere ci sembra giusto sottolineare che non tutte le chiese cristiane, e nemmeno tutte quelle evangeliche, sono dalla parte di Trump e dei progetti dei suoi accoliti. Il World Council of Churches — che rappresenta oltre 580 milioni di cristiani ortodossi, anglicani, metodisti e luterani in tutto il mondo — sta guidando la resistenza morale contro la guerra: “Questa pericolosa spirale di violenza mette milioni di civili in pericolo immediato, mina la sicurezza regionale e minaccia la fragile stabilità economica e sociale del Medio Oriente”, ha detto il segretario generale Jerry Pillay. E la versione di un “Trump che fa la volontà di Dio” non convince nemmeno le Conferenze episcopali cattoliche, visto che i vescovi americani hanno chiesto a Washington di “scongiurare una guerra regionale” e i presuli europei hanno esortato Bruxelles a riscoprire la propria “vocazione originale di pace”…Buona fortuna, verrebbe da dire.

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