L'Iran non è "morto": a morire sono la credibilità di Trump e il mito dell'invincibilità USA

Missili iraniani colpiscono le basi Usa, mentre Trump annuncia su Truth Social la "morte" di un nemico che invece continua a combattere

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L'Iran non è "morto": a morire sono la credibilità di Trump e il mito dell'invincibilità USA


di Fabrizio Verde

Dichiarare la “morte” di una nazione dal proprio account social, mentre i missili continuano a cadere e le proprie aeronavi più avanzate – come il tanto decantato caccia stealth F-35 - vengono colpite, non è solo un atto di arroganza. È il sintomo di una disperazione che ormai non riesce più a essere celata dietro la retorica della forza. Donald Trump, con il consueto stile che mescola la volgarità del reality show alla tracotanza da egemone unipolare, ha annunciato che “l’Iran è morto”. Un’affermazione che, per chi segue l’evolvere del conflitto con un minimo di obiettività, suona non tanto come una vittoria, quanto come un epitaffio anticipato per la credibilità di chi l’ha pronunciata.

Tutto è iniziato nella notte del 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele, la cosiddetta coalizione Epstein, hanno scatenato un’aggressione congiunta contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Un atto proditorio, pianificato a tavolino, dopo aver fatto saltare trattative di copertura, con l’obiettivo dichiarato di “eliminare le minacce” e impedire a Teheran di sviluppare armi atomiche. L’attacco ha avuto conseguenze tragiche: l’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei e di alti vertici militari e politici, migliaia di civili uccisi, infrastrutture ridotte in macerie, bambino morti. Sul piano propagandistico, l’asse Washington-Tel Aviv pensava di aver sferrato un colpo letale, un “decapitazione” che avrebbe gettato nel caos il paese. Pensavano, appunto.

Perché quanto sta accadendo ora è la classica nemesi di chi confonde l’effetto sorpresa con la vittoria strategica. La “morte dell’Iran” sbandierata da Trump è clamorosamente smentita dai fatti sul campo. Mentre il presidente statunitense si esercitava in un rovesciamento della realtà, dichiarando che il nuovo “nemico numero uno” degli Stati Uniti sarebbe diventato il Partito Democratico, le difese aeree iraniane scrivevano un capitolo diverso della storia. Fonti informate hanno rivelato che i sofisticati sistemi di difesa integrati iraniani hanno colpito duramente gli aggressori, centrando in particolare un caccia F-35, il gioiello della tecnologia bellica nordamericana per cui sono stati spesi migliaia di miliardi di dollari. Quel velivolo, pubblicizzato come invincibile, capace di penetrare qualsiasi scudo perché invisibile, è stato fermato. Il mito della superiorità tecnologica occidentale, già scalfito in passato, si è infranto di nuovo nei cieli della Repubblica islamica dell’Iran. Il risultato? La riduzione forzata delle operazioni militari nemiche nello spazio aereo centrale dell’Iran, con gli aggressori costretti a ripiegare su azioni di disturbo e ricognizione, subendo al contempo l’abbattimento di quasi duecento droni.

Di fronte a questo scacco, la reazione di Trump è stata quella tipica di chi non ha più argomenti militari validi: il ricatto e la minaccia verbale. L’ultimatum sul controllo dello Stretto di Hormuz, con la promessa di “colpire e annientare” le centrali elettriche iraniane, è la prova lampante di una strategia ormai fallita. Ma anche in questo caso, la risposta iraniana ha mostrato la differenza tra la spavalderia di chi attacca e la determinazione di chi resiste. Il parlamento iraniano ha risposto con una chiara strategia di ritorsione che non è solo retorica: se le infrastrutture energetiche dell’Iran verranno colpite, tutte le infrastrutture energetiche, idriche e tecnologiche degli Stati Uniti e dei loro alleati nella regione verranno “distrutte in modo irreversibile”. Non si tratta più di difesa, come ha chiarito un alto comandante iraniano: la dottrina militare dell’Iran adesso ha abbandonato la mera difesa dagli attacchi nemici passando alla modalità offensiva.

Questa non è la retorica di un paese agonizzante o già morto come sostiene Trump. È la strategia di una potenza regionale che, dopo aver subito un attacco proditorio che ha ucciso la sua guida suprema, ha dimostrato una coesione nazionale e una capacità di reazione che gli aggressori evidentemente non avevano calcolato. L’esercito iraniano ha già eseguito la settantaquattresima ondata dell’operazione “True Promise”, colpendo basi statunitensi nella regione e obiettivi nei territori occupati palestinesi con missili di ultima generazione. Il pantano in cui Stati Uniti e Israele sono sprofondati è sotto gli occhi di tutti. Quello che doveva essere un blitz per “eliminare le minacce” si è trasformato in un logorante confronto di logoramento, con lo Stretto di Hormuz bloccato, i prezzi del carburante alle stelle e gli Stati Uniti costretti a chiedere aiuto alla NATO per scortare le petroliere, ricevendo perlopiù un secco rifiuto.

E così torniamo alla dichiarazione di Trump. In un contesto di impantanamento militare, di incapacità di piegare la volontà iraniana e di un sistema di alleanze internazionali in frantumi, dichiarare “morto” l’Iran non è un bollettino di vittoria. È il tentativo maldestro di cambiare canale, di distogliere l’attenzione dal fallimento. Spostare il bersaglio sul Partito Democratico, etichettato come “nemico principale”, è l’estrema mossa di un leader che si trova di fronte a una guerra persa prima ancora di essere iniziata.

La verità, cruda e ineludibile, è che a essere morta non è la Repubblica Islamica dell’Iran. A essere irrimediabilmente compromessa è la credibilità di Donald Trump, che per l’ennesima volta ha scoperto che la realtà non si piega a un post su Truth Social, perché i fatti hanno la testa dura. Ma con la sua credibilità, in questo pantano di sangue e fango strategico, sta affondando definitivamente anche quella degli Stati Uniti. Il progetto di imporre con la forza un nuovo ordine nella regione, contando sull’intimidazione e sulla presunta invincibilità tecnologica, ha mostrato tutte le sue fragilità. Quando il “gigante” colpisce a tradimento e poi si scopre incapace di chiudere la partita, costretto a dichiarare la vittoria da solo davanti a uno specchio, non resta molto della sua potenza. Resta solo l’immagine di un’amministrazione che ha scatenato una guerra proditoria praticamente imposta dai fanatici sionisti di Israele, per poi impantanarsi, e ora tenta di salvare la faccia dichiarando “morto” l’avversario che invece continua a combattere e a colpire con forza. È la morte, semmai, di un’illusione. E con essa, il definitivo naufragio della credibilità statunitense sulla scena mondiale.

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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