Trump minaccia azioni militari in America Latina: "Sì, le farei" contro Messico e Colombia

In una intervista a Politico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha riaperto lo scenario di un intervento armato nel continente, dichiarandosi pronto a colpire in Colombia e Messico nella lotta al narcotraffico e affermando che per il leader venezuelano Nicolás Maduro "i giorni sono contati"

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In una intervista rilasciata a Politico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rilanciato minacce militari contro diversi paesi dell'America Latina, aprendo esplicitamente alla possibilità di azioni belliche in Colombia e Messico, e mantenendo una forte ambiguità su eventuali azioni contro il Venezuela. Le dichiarazioni giungono nel pieno dell'illegale campagna militare lanciata da Washington nei Caraibi e nel Pacifico in nome della lotta al narcotrafico.

Alla domanda specifica sull'eventualità di condurre attacchi contro Colombia e Messico, paesi da lui definiti "ancora più responsabili" del traffico di fentanyl verso gli USA, Trump ha risposto senza mezzi termini: "Sì, certo che lo farei". Una posizione che non costituisce una novità assoluta, essendo stata anticipata tre settimane fa quando, durante una conferenza stampa nello Studio Ovale, il presidente aveva affermato di non avere "problemi" a lanciare attacchi in Messico e si era detto "orgoglioso" dell'idea di bombardare fabbriche di cocaina in Colombia.

Riguardo al Venezuela, Trump si è limitato ad un laconico "i suoi giorni sono contati", riferito al presidente Nicolás Maduro, senza scendere in dettagli operativi ma senza escludere l'ipotesi di un dispiegamento di truppe. "Non voglio né escludere né approvare nulla. Non parlo di questo", ha dichiarato, lasciando aperta ogni opzione.

Queste inaccettabili minacce si inseriscono nel contesto dell'operazione "Lanza del Sur", avviata lo scorso agosto con il dispiegamento di una significativa forza militare al largo delle coste venezuelane. L'obiettivo ufficiale è dichiaratamente la lotta ai "narcoterroristi", ma le azioni intraprese hanno sollevato aspre critiche a livello internazionale. Le forze statunitensi hanno infatti affondato oltre venti piccole imbarcazioni e ucciso almeno 80 persone in operazioni definite da esperti ed organismi internazionali come "esecuzioni extragiudiziali" o "sommarie", condotte senza presentare prove del trasporto di droga.

La campagna di Washington è accompagnata da pesanti accuse politiche: Maduro è stato indicato come il capo di un cartello della droga, con una taglia sulla sua testa raddoppiata, pur in assenza di evidenze pubbliche e senza che vi sia uno straccio di prova a sostegno di una accusa tanto grave. Caracas replica denunciando che il vero obiettivo degli USA sia un "cambio di regime" per impadronirsi delle immense risorse petrolifere e di gas del paese.

Una tesi che sembra trovare indirettamente sostegno nei dati: sia l'ONU che la stessa DEA (la Drug Enforcement Administration statunitense) confermano che il Venezuela non è una rotta principale per il traffico di stupefacienti verso gli Stati Uniti, attraverso il cui territorio transita meno del 20% della droga, a fronte di oltre l'80% che utilizza la rotta del Pacifico.

La comunità internazionale ha reagito con ferma condanna. Oltre alla Russia, il Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e i governi di Colombia, Messico e Brasile hanno criticato le azioni statunitensi. Un consigliere del presidente brasiliano Lula ha paragonato le potenziali conseguenze di un'invasione del Venezuela al disastroso conflitto in Vietnam, dipingendo uno scenario di escalation catastrofica.

La Redazione de l'AntiDiplomatico

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