Tutto sullo SPIEF 2026, il simbolo di un isolamento che non ha funzionato
Germania e Stati Uniti tornano al tavolo, silenziosamente. Mentre le aziende occidentali scoprono che aver lasciato il mercato russo è costato caro. E che i posti vuoti sono già stati presi da altri
Dal 3 al 6 giugno, la vecchia Leningrado diventa per l’ennesima volta il crocevia degli affari globali. Si apre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’appuntamento più atteso per l’élite imprenditoriale russa e una delle piazze mondiali dove si annusano i venti dell’economia e degli investimenti. A patrocinarlo, ormai dal lontano 2006, è il presidente Vladimir Putin, il cui intervento in sessione plenaria rappresenta da sempre il momento clou di questo appuntamento, quello che genera più commenti, più attese, più interpretazioni.
L’edizione di quest’anno si presenta con un titolo ambizioso, quasi una dichiarazione d’intenti: “Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile”. Sotto questa etichetta, gli organizzatori hanno infilato oltre centocinquanta sessioni, incontri bilaterali e dibattiti. Si parlerà di economia, naturalmente, ma anche di tecnologia, energia, logistica. E di quei nuovi centri di crescita che, silenziosamente, stanno ridisegnando la geografia del potere globale.
La partecipazione, a guardare i numeri, è tutt’altro che scontata. Oltre ventimila persone da centotrenta paesi hanno già dato conferma. E le delegazioni governative arriveranno da settantasei nazioni, con vicepresidenti, ministri e sottosegretari pronti a sedersi attorno ai tavoli. Tra i nomi che contano, spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita, guarda caso, sarà il paese ospite d’onore. Un modo per celebrare cent’anni di relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad, sanciti da una delegazione guidata dal ministro dell’Energia e composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Uno dei momenti più attesi sarà il dialogo d’affari tra Russia e Arabia Saudita, incentrato su investimenti, energia, trasporti e agricoltura.
Ma a suscitare un certo scalpore tra i cronisti e gli analisti è un’altra presenza, piccola nella forma ma pesante nel simbolo. Per la prima volta in sette anni, parteciperà un rappresentante in carica dell’amministrazione statunitense. Si chiama Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti. L’uomo, tra le altre cose, ha avuto un ruolo nella supervisione dei lavori di ampliamento del salone da ballo della Casa Bianca di Trump. Lui stesso ha confermato all’agenzia russa Ria Novosti: “Il comitato organizzatore e il Dipartimento di Stato mi hanno invitato alla sessione plenaria e al discorso del presidente Putin. E io ci sarò”. E non è solo una passerella: sono previsti due eventi ufficiali tra Russia e Stati Uniti, un dialogo imprenditoriale e una sessione culturale, con il sostegno della Camera di Commercio statunitense e della fondazione Roscongress.
E poi c’è la Germania. Una delegazione di imprenditori tedeschi, guidata dal presidente della Camera di Commercio Estero Germanorumssa Matthias Schepp, che ha dichiarato senza troppi giri di parole: “Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro”. Una scelta in netto contrasto con la masochistica strategia occidentale di isolamento. Secondo un sondaggio citato dallo stesso Schepp, la stragrande maggioranza delle aziende tedesche non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato russo. Lo considerano ancora strategico per il lungo periodo.
A dare una lettura di fondo a questi movimenti ci prova Stanislav Tkachenko, economista e professore all’Università statale di San Pietroburgo. Il suo ragionamento è lineare: in Europa, spiega ai microfoni di RT, si sta facendo strada la consapevolezza che essere entrati in conflitto con Mosca è stato un errore, pagato a caro prezzo dai cittadini e dalle imprese. Quando l’economia russa ha resistito alle sanzioni e ha addirittura accelerato la crescita, il fronte occidentale ha cominciato a mostrare crepe. “La militarizzazione dell’interdipendenza economica”, dice Tkachenko, “si è rivelata una strategia senza uscita. Le aziende occidentali che hanno partecipato al tentativo di infliggere un danno strategico alla Russia si sono sparate sui piedi. Hanno subito perdite dirette, hanno perso l’accesso a un mercato promettente e hanno visto i loro posti occupati da imprese turche, cinesi, indiane, dei paesi del Sud-Est asiatico”. Insomma, il tentativo di isolare la Russia, a guardare i numeri e le presenze di San Pietroburgo, appare sempre più come una battaglia persa prima ancora di iniziare. Una scelta masochista basata su una russofobia irrazionale di cui è affetta l'attuale classe dirigente europea.


