2 giugno. La democrazia liberale e' agli sgoccioli (di Paolo Desogus)

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2 giugno. La democrazia liberale e' agli sgoccioli (di Paolo Desogus)

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di Paolo Desogus*

A margine del 2 giugno. La democrazia liberale è agli sgoccioli. La strada che ha imboccato in Europa dopo il 1992 con la progressiva neutralizzazione del conflitto sociale e della rappresentanza, in favore della governance tecnocratica, ha portato i paesi europei, e in primis l’Italia, a una condizione oramai insostenibile. 

L’Italia è un paese fermo da trent’anni. Non c’è un capitolo della vita statale in cui si registri un progresso. Rispetto a trent’anni fa siamo indietro in ogni settore: tecnologia, energia, industria. In certi ambiti, come l’intelligenza artificiale non esistiamo. Seppure la narrazione dominante sia quella che mette al centro la libera iniziativa e la figura dell’imprenditore, in Italia il sistema delle imprese è molto più arretrato che in passato. Le maggiori industrie sono tutte a partecipazione pubblica, tutte: Eni, Enel, Leonardo, Fincantieri. Le industrie private hanno pensato bene di spostare i capitali all’estero. Per il resto, tra i privati, resiste il solo settore bancario e delle assicurazioni.

Alla crisi industriale si deve aggiungere una profonda regressione culturale combinata all’involuzione demografica e all’invecchiamento dell’età media. L’Italia è un paese senza pensiero, senza idee, dominano l’idea del tirare a campare e la meschineria piccolo-borghese. Chi si autorappresenta “dinamico” e “moderno” nella maggior parte dei casi è un cretino provinciale, che insegue la chimera del guadagno facile.

La democrazia liberale ha investito tutto sul singolo, sulla libera iniziativa, sull’interesse privato e ha demonizzato tutto ciò che è pubblico, collettivo e destinato al bene comune. Ha svalutato la politica, la mediazione, la rappresentanza e il conflitto sociale. Ha imposto una dittatura del capitale ingenerando un circolo vizioso: più gli effetti erano negativi e più si è chiesto agli italiani di cedere ulteriore sovranità ai mercati, alla finanza e alla governance tecnocratica. Il paradosso è che in questo sistema il singolo cittadino e la sua libertà sono decisamente limitate e in qualche caso abolite dalla dittatura del mercato. 

Lo stesso concetto di modernità e di progresso che si è affermato non contempla nulla di collettivo, nulla di comunitario. E il risultato è che in Italia nessun partito politico è in grado di mettere in agenda le maggiori questioni sociali del momento e cioè la crisi dei salari, l’alienazione consumistica, la crisi demografica e la frammentazione della società oramai senza tradizioni, senza passato, senza collante e in definitiva senza strumenti che permettano al singolo di pensarsi oltre la propria sfera egoistico-individuale.

La Cina dimostra che l’unico modello realmente moderno e progressivo, in grado di contrastare la china negativa in cui stiamo scivolando è quello di ribaltare i rapporti di forza e sottomettere il mercato e il capitale alla volontà politica, cioè alla volontà collettiva. Non si tratta in realtà di qualcosa del tutto nuovo. La Cina ha dato una declinazione comunista a questo rovesciamento politico. Ma già nel dopoguerra e almeno sino al 1992 i paesi europei avevano dato priorità allo stato. Persino uomini considerati all’epoca conservatori, come De Gaulle o Fanfani, si sono espressi contro la supremazia del capitale. La nostra stessa Costituzione apre una strada in quella direzione: l’iniziativa privata, secondo la nostra carta, “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale”. 

Oggi il modello socialdemocratico non può più essere riproposto. La quota di penetrazione capitalistica che contemplava era troppo ampia. I trent’anni gloriosi non hanno impedito la mutazione antropologica neocapitalista: per certi versi l’hanno anzi accelerata rendendo più morbida e inizialmente indolore l’alienazione consumistica. Occorre allora qualcosa di più. Proprio per la strapotenza del capitale l’iniziativa economica deve sottostare alla pianificazione pubblica in direzione della società regolata, cioè di un nuovo socialismo da costruire secondo la prospettiva nostra, italiana ed europea, che faccia tesoro della nostra storia e che affondi le proprie radici nel sentire popolare, contro le forme di abbrutimento consumistico e antiumanistico.

Per fare questo occorre però una classe politica di livello, dotata di una consapevolezza di sé del tutto assente in Italia e in Europa: Meloni, Mertz, Macron, Starmer sono politici di infima qualità. Occorrono culture politiche, di cui peraltro l’Italia ha una tradizione illustre con il cattolicesimo sociale, il marxismo gramsciano e persino il liberalismo crociano, che nulla ha a che fare con i liberalismo di oggi. Occorrono partiti organizzati, centri studi, insieme a un’opera gigantesca di contrasto agli ideologemi liberal-libertari delle pseudo culture progressiste che hanno colonizzato l’università e il dibattito. 

Occorre anche una cittadinanza responsabile, capace di sollevarsi dalle miserie del presente e dall’assoggettamento consumistico ed egoistico. Occorre qualcosa che non si crea con la bacchetta magica. Qualcosa che non è spontaneo. L’opzione socialista resta un’aspirazione meramente astratta senza la capacità di riscatto delle forze migliori del paese, senza la forza di tradurre in politica concreta le tradizioni politiche del passato che oggi sopravvivono solo in forma libresca e nostalgica.

*Post Facebook del 2 giugno 2026

Paolo Desogus

Paolo Desogus

Professore associato di letteratura italiana contemporanea alla Sorbonne Université, autore di Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema per Quodlibet.

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