«Una carota per Trump». Come Kiev cerca di sabotare il secondo round di trattative ad Abu Dhabi

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«Una carota per Trump». Come Kiev cerca di sabotare il secondo round di trattative ad Abu Dhabi

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico



Ancora nessuna indiscrezione sull'inizio del secondo round di colloqui russo-americano-ucraini negli Emirati arabi, previsto per 1 e 2 febbraio. Al momento, pare trapelato solamente un curioso “approccio” ucraino all'insieme del piano per la soluzione del conflitto, che l'osservatore di Ukraina.ru, Mikhail Pavliv definisce «una carota per Trump», escogitato da Vladimir Zelenskij per cercare, in certo qual modo, di “corrompere” il presidente yankee e convincerlo che sia il momento per Kiev di respingere le richieste di concessioni alla Russia chieste da Washington per i colloqui di Abu Dhabi.

In sostanza, il quadro generale di quanto già discusso e di quanto sarà probabilmente sul tavolo nei prossimi due giorni è abbastanza chiaro. Che la componente militare tenga banco in questa fase, in cui si tratta espressamente del territorio e del ritiro delle forze ucraine dal Donbass, lo testimonia il fatto stesso dell'assenza di Jared Kushner e Steve Witkoff: segno che le questioni politiche ed economiche sarebbero già state affrontate e concordate. È probabile che il 1 e 2 febbraio negli Emirati la delegazione yankee agirà in qualità di “osservatore”, col Segretario all'esercito Daniel Driscoll: le delegazioni russa e ucraina affronteranno la questione di come gestire la situazione lungo la linea di contatto, col ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e si tratterà anche del destino delle zone cuscinetto nelle regioni di Sumy, Khar'kov e Dnepropetrovsk, insieme allo status delle regioni di Khersòn e Zaporož'e, o più precisamente, dice Pavliv, sarà sul tappeto la linea di demarcazione.

Il tutto è inoltre legato alla possibile creazione di una zona demilitarizzata, alle attività di monitoraggio e al dispiegamento di contingenti di monitoraggio e mantenimento della pace, non certo da paesi NATO, ma da paesi neutrali.

È già stato detto in altre occasioni che l'Ucraina, in generale, conferma la disponibilità al ritiro, a condizione che forze militari russe non entrino nell'area. Da parte di Moskva, è stato ventilato che probabilmente non ci sarà l'esercito russo e, però, il controllo russo verrà comunque affidato a un'amministrazione russa, a polizia, FSB, e Guardia Nazionale.

A questo punto, la parte “inside”, che sarebbe stata rivelata a Pavliv, rivela che parallelamente ai colloqui di Abu Dhabi, Zelenskij avrebbe trasmesso un messaggio a Trump, del tipo che Kiev non è disposta a cedere i territori alla Russia, ma consentirebbe a consegnare il territorio al controllo del trumpiano “Consiglio di Pace”, secondo una logica simile a quella dei documenti su Gaza. Vi verrebbe schierato un contingente internazionale, con mandato per il “Consiglio”, con opportunità economiche esclusive e protezionismo. In pratica: si cede un pezzo di terra, praticamente una zona offshore, dove il Consiglio”, cioè Trump, può fare quello che vuole. Detto questo, pare voler dire Zelenskij a Trump, «ora cerca di convincere Putin ad accettare». Una carota, dunque, offerta al narcisismo di Donald Trump, per speciali opportunità economiche.

Ma, osserva Pavliv, un tale piano non sembra così allettante per Trump, in primo luogo perché sottintende delle responsabilità  per una linea di demarcazione che né Trump personalmente, né gli USA in generale sono pronti ad assumersi e, soprattutto perché, in fin dei conti, Trump già da tempo dispone dell'accordo sulle risorse e gli obblighi dell'Ucraina. Inoltre, Kirill Dmitriev e Witkoff-Kushner stanno discutendo di cooperazione economica russo-americana e sul tavolo si sa da tempo che c'è proprio la possibilità di creare una zona economica speciale nella regione russa del Donbass, con amministrazione russa, ma con regime economico speciale, con particolari preferenze per le aziende americane.

Di tutto questo hanno discusso Larry Fink, di BlackRock, Kushner, Witkoff e Dmitriev e la previsione è il ritiro delle forze ucraine dal Donbass, insieme all'ingresso delle forze di sicurezza russe; viene quindi creata una zona economica speciale, strettamente legata all'accordo sulle risorse già a suo tempo stabilito tra Kiev e Washington. In altre parole: una fattiva divisione economica dell'Ucraina e, a maggior ragione, del mercato europeo. In tale contesto, conclude Pavliv, la proposta di Zelenskij col "Consiglio di Pace" appare «secondaria, debole e poco convincente. Non è una carota, ma un lecca-lecca».

Poche carte e nemmeno delle più buone, insomma, rimangono in mano alla junta nazigolpista di Kiev. Qualsiasi “piano” che non tenga conto della reale situazione sul terreno e degli attuali rapporti Moskva-Washington vale poco più di zero. Sono addirittura gli ex capibanda ucraini a riconoscere lo stato effettivo delle cose: entro quest'anno, la Russia prenderà definitivamente il controllo della restante parte ucraina del Donbass, dice l'ex consigliere presidenziale golpista Aleksej Arestovic. C'è solo da attendere con calma che il Donbass venga preso; i russi lo prenderanno abbastanza presto, entro un anno, forse anche prima. Quindi «sorge spontanea la domanda: e poi? Abbiamo già combattuto abbastanza. Per il Donbass, per il quale avete lottato così duramente, avete congelato e reso invivibili Kiev, Khar'kov, Dnepro, Odessa; forse si dovranno aggiungere anche un altro paio di città». Dopo di che, dice Arestovic, quando il Donbass sarà definitivamente perso, i russi «potranno prendere Zaporož'e o distruggerla».

Osservazioni che sostanzialmente coincidono con quelle del politologo ucraino Serghej Datsjuk (tra i sostenitori del golpe del 2014) secondo il quale se Kiev rifiuta di scendere a compromessi con la Russia, tutte le principali città dell'Ucraina diventeranno inadatte alla vita. Datsjuk racconta di essere regolarmente accusato di capitolazionismo per i suoi appelli alla pace e sottolinea anche che la capitolazione significa la sconfitta completa e l'adempimento di tutte le condizioni della parte vittoriosa. E aggiunge: «Dirò qualcosa di ancora più scomodo. Putin non sta chiedendo la capitolazione. Voi usate la parola “capitolazione”, ma non si applica a Putin. Putin non sta chiedendo la resa dell'esercito ucraino all'esercito russo».

Come Arestovic, anche Datsjuk dice che, in caso di rifiuto di ritiro dal Donbass, la Russia continuerà a distruggere le infrastrutture, così che la popolazione, compresi gli abitanti di Kiev, saranno costretti a spostarsi dalle grandi città ai villaggi e alle piccole città. L'Ucraina è ora di fronte a una scelta, afferma il politologo: perché «è esattamente questa la domanda di oggi: preservare le città o preservare ciò che resta del Donbass? Notate che non vi sto presentando questa scelta. Putin l'ha presentata. È così che agisce. Ma noi non vogliamo vederla, perché si tratta di una scelta strategica. Cittadini ucraini, fate una scelta: preservare le città dell'Ucraina e rinunciare al Donbass, oppure preservare il Donbass e perdere le città dell'Ucraina».

Come che sia, i media di regime italici non cambiano repertorio: non c'è da fidarsi del “tiranno” Putin, che intende continuare la guerra all'infinito. Ecco quindi che, per conferire una parvenza di “autorità” alle litanie sugli angelici ucraini amanti della pace, “aggrediti” dai perfidi russi assetati di sangue “democratico”, su La Stampa del 1 febbraio la parola viene data all'ex Segretario di Stato ed ex direttore della CIA Mike Pompeo, il quale sostiene, dall'alto di cotanta tribuna piemontese, che «Putin non ha dato segni di volere la pace. Deve capire che non otterrà mai territori» e, per quanto riguarda gli Stati Uniti, nemmeno Biden ha fatto «nulla di forte: ha stanziato risorse appena sufficienti per impedire l’avanzata della Russia e per non favorire la vittoria degli europei. Si è rifiutato di dare copertura aerea e poi ha imposto una serie di linee rosse. Per esempio ha vietato agli ucraini di colpire obiettivi di Putin nel cuore del territorio russo così da spingere Putin ad arretrare». Smidollato che non era altro! Ora è dunque necessario in primo luogo «spingere sulle sanzioni ed essere seri. Gli europei non lo sono, continuano a comprare gas.

È da matti finanziare non solo un nemico ma anche qualcuno che sta uccidendo gli europei. In secondo luogo l’Amministrazione Trump deve far capire a Putin che non potrà tenere terre che non ha conquistato. Solo se convince Putin che i costi sono maggiori dei benefici, allora la guerra può finire». Ma, di fatto, di fronte ai cherubini di Kiev che costituiscono il “vallo europeo” di fronte alle mire aggressive russe, il signor Pompeo non vede «prove che Mosca voglia la pace e la fine del conflitto se non nei termini che ha cercato di ottenere attraverso la guerra di aggressione. Putin non è stato capace di prendere quel che voleva militarmente, perché darglielo al tavolo negoziale?». E, parlando della questione al centro delle attuali trattative e che l'intervistatore dice rappresentare «L’inghippo dei colloqui», cioè il punto relativo ai territori e che, dio ne guardi, si deve sperare che «Rubio e Trump siano ostinati abbastanza per impedire a Putin di prendersi anche quello che non ha militarmente conquistato», l'ex capoccia della CIA risponde che il punto dei territori è certo «centrale, ma il nodo è più complesso. Putin non ha mostrato alcuna intenzione di chiudere il conflitto e gli ucraini sono senza le garanzie di sicurezza... Alcuni dicono pubblicamente che siamo vicini alla risoluzione del conflitto. Non mi pare ma spero di sbagliarmi».

Non si preoccupino il signor Pompeo e i corifei delle maleodoranti redazioni guerrafondaie: nelle cancellerie europee si fa di tutto perché i nazigolpisti di Kiev continuino a mandare i propri giovani al macello e proseguano nella guerra finché Bruxelles lo voglia.

 

FONTI:

https://ukraina.ru/20260131/pryanik-dlya-trampa-chem-zelenskiy-reshil-iskushat-khozyaina-belogo-doma-1075054021.html

https://politnavigator.news/nado-spokojjno-podozhdat-poka-russkie-zajjmut-ves-donbass-arestovich.html

https://politnavigator.news/filosof-majjdanshhik-ne-ujjdem-iz-donbassa-poteryaem-vse-goroda-ukrainy.html

 

Fabrizio Poggi

Fabrizio Poggi

Ha collaborato con “Novoe Vremja” (“Tempi nuovi”), Radio Mosca, “il manifesto”, “Avvenimenti”, “Liberazione”. Oggi scrive per L’Antidiplomatico, Contropiano e la rivista Nuova Unità.  Autore di "Falsi storici" (L.A.D Gruppo editoriale)

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