Una cosa diventa ciò che noi la definiamo
Quando i mezzi usati per raggiungere uno specifico (o ambiguo) obiettivo vengono ampiamente giustificati, anche le peggiori nefandezze possono venir definite candide
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di Chris Richmond-Nzi
Nello scorso millennio veniva anche definito ‘brigantaggio, con fine sociale/ideologico. Nel 1937, la Società delle Nazioni li definì “fatti criminali diretti contro lo stato, il cui scopo è di provocare terrore nella popolazione o in gruppi di persone”. Definizione chiara e articolata, descrittiva e definitiva, ma non esaustiva. L’11 settembre 2001 ha permesso di ridefinire definitivamente il concetto di ‘successione di azioni criminali violente e premeditate atte a suscitare clamore ai danni di enti come istituzioni statali e/o pubbliche, governi, esponenti politici o pubblici, gruppi politici, etnici o religiosi’ con una sola e semplice parola: terrorismo. E terrorista viene definito colui che è coinvolto nella progettazione e/o attuazione di tali atti.
I media dipinsero Bin Laden – un barbuto con sandalo e turbante, accovacciato in una tenda e addobbato di AK-47 – come la mente, la radice di quell’albero un tempo definito brigantaggio con fine sociale/ideologico. Era evidente a tutti che non potesse aver organizzato e realizzato tutto ciò da solo e che dovesse avere, ovviamente, dei complici. Ma il numero reale o approssimativo di quanti frutti il suo albero avesse maturato sconosciuto è sempre rimasto. Ciò che si sapeva invece, era una posizione geografica. Non certo definitiva, ma era certamente un indizio, un punto di partenza: Afghanistan. E pur di riportare la sicurezza nelle strade e nelle case dei propri cittadini, diversi governi di tutto il mondo si unirono in una caccia del terrorista #1: il già citato barbuto con sandalo e turbante, addobbato di AK-47. Avrebbero fatto di tutto pur salvaguardare la sicurezza interna. E di tutto hanno fatto.
Indiscriminatamente, il governo degli Stati Uniti – per mezzo della NSA – ha registrato e raccolto decine e decine di milioni di comunicazioni telefoniche, incurante di accertarsi se gli intercettati fossero o meno sospettati di illecito. Il cosiddetto programma – definito Prism – avrebbe permesso di 1) individuare numeri telefonici americani che hanno avuto contatti con utenti stranieri associati a gruppi terroristici situati di fuori del territorio americano 2) individuare numeri stranieri associati con gruppi terroristici in contatto con utenti americani sul suolo statunitense 3) individuare possibili scambi di comunicazioni tra utenti all’interno del territorio americano. Il 2 maggio 2011, dopo quasi 10 anni di caccia forsennata e oltre 6 anni di indiscriminate intercettazioni, tutto sembrò di nuovo avere un senso, perché il barbuto con sandalo e turbante, colui che era la mente e il mentore, era stato ucciso e la sua salma, gettata in mare. Non in Afghanistan, ma in Pakistan. Dettagli.
Dettagli sono anche le tecniche di interrogazione rafforzate usate dalla CIA – per conto del governo americano e non solo – al fine di ottenere informazioni dai soggetti sospettati di terrorismo. E nel dettaglio, le detenzioni arbitrarie della CIA comprendevano – torture come la privazione del sonno, le finte esecuzioni e l’alimentazione rettale. Troppi dettagli forse. Ciò che è certo invece, è che l’impegno del governo americano per trovare la verità non è certo mancato: quasi un miliardo di $ (800 milioni) dati a due psicologi per apportare nuovi metodi di tortura; svariati milioni di $ cash dati a governi stranieri per disporre liberamente e segretamente di luoghi dove ospitare e interrogare i detenuti; funzionari della CIA che, ripetutamente, hanno mentito sui dettagli del programma portato avanti; tentativi di manipolazione della stampa nazionale ed estera interessata alla questione. E tra gli ospiti della CIA, 26 sono stati trattenuti erroneamente, sotto falso pretesto. Insomma, non dovendo essere ospiti, sarebbero dovuti essere liberati all’istante. Ma essendo la stanza già pagata, la CIA li ha ospitati per altri altri 4 anni. Ma ovviamente, anche questi sono dettagli.
Ciò che invece non è un dettaglio è vedere rappresentati di governi, che sino a ieri – per i più svariati motivi – si combattevano l’un l’altro, passeggiare sottobraccio per le vie di Parigi, riaffermando in coro la loro intenzione, in modo congiunto, di sconfiggere in modo definitivo il terrorismo. A quanto pare, registrare e raccogliere in modo indiscriminato le telefonate di cittadini incensurati e torturare presunti colpevoli e comprovati innocenti, entrambe in modo arbitrario, non è stato sufficiente a debellare i briganti con fine sociale/ideologico. Secondo una sentenza in merito al programma di intercettazioni dell’NSA, “il governo americano non è mai riuscito a citare un singolo caso nel quale i dati telefonici raccolti e analizzati dall’NSA hanno contribuito ad anticipare o evitare un solo imminente attacco terroristico”.
Tanti cittadini si chiedono quanti terroristi non sono più un pericolo per la società, perché trattenuti, ammazzati o giustiziati, anche in modo arbitrario, poco importa. Ciò che davvero importa ai cittadini, è sapere quanti terroristi sono ancora in circolazione. L’Afghanistan è stato il luogo di partenza di questa crociata. Lo Yemen, la Primavera Araba, il Sud del Sahara ed il Corno d’Africa, semplici tappe per rifocillarsi, prima del lungo viaggio verso l’Iraq. Invece di diminuire, sembrerebbe che nel tempo, il numero dei terroristi sia aumentato, a dismisura per di più. Si dice che attualmente le guerre siano 64 e che in queste 64 guerre vi siano coinvolte quasi 600 tra milizie, guerriglie e gruppi separatisti. Quasi 600 gruppi che rientrano, chi per un motivo e chi per un altro, nella categoria di terrorista. Ma il numero preciso di terroristi non è dato saperlo. È almeno possibile avere un approssimativo identikit del terrorista? Eventuale zona di provenienza, razza, colore di pelle, segni particolari, … No!, stando alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardante il dispiegamento militare in Mali (2013).
“Oggi – enuncia la Risoluzione – “il terrorismo non può e non deve essere più essere associato ad alcuna religione, nazionalità o civiltà”. Potenzialmente, chiunque può essere definito tale: dagli Stati dittatoriali, per aver negato e represso la libertà e la democrazia. Ai fratelli Kouachi, per aver commesso un atto contro “la libertà e la democrazia”, fino a Edward Snowden e Julian Assange per aver applicato la libertà di stampa a beneficio della democrazia. Guerra, è stata definita. “Siamo in guerra contro il terrorismo – ha precisato Manuel Valls – non contro una specifica religione”. E guerra sarà, perché la guerra – come diceva Eraclito – “è padre, madre e regina di tutte le cose”. E dopo la destabilizzazione scaturita dall’11 settembre 2001, è stato “necessario pensare a nuovi modi di nozione di guerra giusta e l’imperativo di una pace giusta”, come dichiarò Barack Hussein Obama durante il discorso di accettazione del premio Nobel per la pace. Oggi, dopo gli attentati avvenuti a Parigi, le necessità sono evolute. Vi erano parole un tempo che, seppur chiare e articolate, descrittive e definitive ma non esaustive, oggi lo diventano: “vi saranno momenti – aggiunse Obama durante il suo discorso – in cui le nazioni troveranno l’uso della forza non solo necessario, ma moralmente giustificato”. E quando i mezzi usati per raggiungere uno specifico (o ambiguo) obiettivo vengono ampiamente giustificati, anche le peggiori nefandezze possono venir definite candide. Perché una cosa diventa ciò che noi la definiamo.

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