Venezuela: capitolare o resistere?
di Leonardo Sinigaglia
Il barbarico rapimento del presidente Nicolas Maduro mette tutto il mondo davanti alla verità oggettiva dell’impossibilità di una "transizione pacifica” al multipolarismo. Non può esistere nessuna "coesistenza pacifica” con le forze dell’imperialismo statunitense e i suoi satelliti. Gli Stati Uniti non abdicheranno alla loro posizione egemonica, né si faranno scrupoli a violare il diritto internazionale per tentare di ritardare il più possibile il proprio irreversibile declino.
Molti hanno paura delle conseguenze di una guerra mondiale, ma la verità è che gli Stati Uniti hanno già dichiarato guerra al resto del mondo: ovunque, chi non piega la testa al loro regime terroristico internazionale, è vittima di attacchi sempre più violenti e diretti, condotti nella totale impunità. Gli appelli al rispetto del diritto internazionale, se possono marcare una differenza di visione rispetto ai gangster di Washington, non sono sufficienti. E’ necessario che le forze impegnate nella costruzione di un mondo multipolare abbandonino ogni illusione riformista, per abbracciare un punto di vista rivoluzionario.
Ciò non significa certo adottare una politica estera avventurista all’insegna della ricerca dell’escalation a tutti i costi: significa, in primo luogo, fare i conti con la quinta colonna interna. Sanzioni economiche, sottosviluppo e rimasugli di liberalismo costituiscono il terreno ideale per la formazione di raggruppamenti interessati a tradire il proprio paese a favore degli imperialisti, tanto all’interno delle istituzioni, quanto della società civile. E’ questo il caso di quei settori borghesi che sognano di fare fortuna collegando la propria sorte a quella del sistema imperialista, divenendo borghesia compradora; ma è anche il caso di funzionari corrotti, di “clan” che sognano la scalata al potere e che vedono nella sottomissione agli imperialisti la migliore garanzia di successo. Tutto ciò può accadere anche nel più avanzato Stato socialista, e per questo motivo, come più volte ricordato dal presidente Xi Jinping, la sorveglianza e la continua "auto-rivoluzione" sono pratiche essenziali per assicurare la tenuta delle istituzioni e del sistema. Nei paesi dove non è stata instaurata una dittatura del proletariato, ossia un regime nel quale il potere è detenuto per conto delle masse lavoratrici, in nome dei loro interessi e sulla base della loro forza militare, questo rischio è esponenzialmente più alto.
Le aperture al neoliberalismo in paesi come la Siria e l’Iran hanno provocato immensi danni socio-politici, portando alla caduta dello Stato baathista nel primo caso, e una continua lotta intestina tra i sostenitori della “normalizzazione” con l’Occidente -ossia della piena adesione al Washington consensus- e i fautori dell’indipendenza nazionale nel secondo caso, una lotta che non si limita alle aule parlamentari, ma anzi viene condotta soprattutto attraverso mezzi eversivi e con il supporto dell’intelligence imperialista. Solo la costante azione delle forze rivoluzionarie iraniane, in primo luogo dei Basiji e delle Guardie Rivoluzionarie, permette ai settori patriottici della classe dirigente iraniana di restare in relativo controllo della situazione, riuscendo a limitare le spinte capitolazioniste provenienti da più parti.
Il caso del Venezuela è emblematico. La Repubblica bolivariana è frutto di un processo rivoluzionario socialista iniziato dal comandante Hugo Chavez, il quale ha portato all'affermazione del PSUV come forza stabile di governo capace di condurre il paese a numerose vittorie in campo sociale, dall’educazione alla questione abitativa, dall’accessibilità alimentare all’assistenza sanitaria. Anima di questo processo è stata la mobilitazione popolare, realizzata tramite la promozione di forme di autogoverno municipale e dell’organizzazione dei venezuelani in Collettivi, organismi capaci di svolgere al contempo un ruolo sia politico, che economico, che militare.
Ciononostante, né sotto Chavez, né sotto Maduro, il PSUV ha mai voluto instaurare una vera dittatura. Il sistema democratico venezuelano è rimasto per questo motivo inquinato da residui liberal-borghesi che ne hanno limitato il funzionamento, permettendo che anche i traditori della patria, i nemici dei lavoratori, gli ascari al servizio degli Stati Uniti avessero una legale rappresentanza istituzionale. A discapito delle menzogne dei propagandisti filo-americani, in Venezuela l’opposizione al sistema socialista, al potere popolare e all’indipendenza nazionale è legale. La stessa traditrice Maria Machado ha potuto condurre indisturbata la sua attività anti-nazionale in Venezuela, senza subire particolari restrizioni. Tutto ciò però non testimonia tanto la saggezza o la buona volontà delle autorità venezuelane, quanto un problema da risolvere.
Qualsiasi paese che voglia rimanere indipendente e percorrere un suo cammino di sviluppo deve abbandonare ogni concessione fatta alla democrazia liberale occidentale, che altro non è che la dittatura di classe della borghesia, ossia, nella nostra epoca, la dittatura di classe di quegli elementi di borghesia organici al sistema imperialista egemonico statunitense. A questa dittatura serve opporne un’altra, quella della classe lavoratrice in alleanza con quei settori di borghesia ostili al dominio imperialista, sotto la direzione di un partito socialista, rivoluzionario e organizzato sulla base della disciplina leninista.
Dopo il rapimento del Presidente Maduro, il Venezuela ha due strade:
-capitolare davanti alla violenza degli imperialisti, consegnando il paese a Trump e accentando il ritorno di una schiavitù coloniale a favore del capitale finanziario statunitense;
-resistere, e prepararsi a dover affrontare il duplice attacco dell’aggressione straniera e dell’eversione locale.
Le autorità venezuelane, al momento guidate dalla vicepresidente Delcy Rodríguez, non sembrano intenzionate ad imboccare la prima strada. Ciò non lascia però dubbi: se il Venezuela deve sopravvivere, esso deve portare avanti fino in fondo la sua trasformazione rivoluzionaria. La legge marziale proclamata nel paese deve essere solo il prodromo a una grande ondata di arresti ai danni degli agenti stranieri, allo scioglimento di ogni partito politico filo–imperialista, alla persecuzione attiva e implacabile di ogni elemento anti-nazionale. Secoli di prassi rivoluzionaria, dalla Francia del 1793 alla Russia del 1917, mostrano il ruolo imprescindibile del Terrore: davanti a un nemico spietato, pronto ad ogni infamia pur di abbattere le conquiste popolari, non bisogna avere pietà.
Gli imperialisti non hanno mostrato alcuna pietà permettendo il massacro dei civili del Donbass, non hanno mostrato pietà mentre i loro missili facevano a pezzi decine di migliaia di palestinesi, non hanno mostrato pietà nell’organizzare l’assassinio -e oggi il rapimento- di capi di Stato. Per quale motivo qualche scrupolo liberale dovrebbe prevenire la liquidazione dei loro servi? Questi non dovrebbero essere liberi di agire contro il paese, ma dovrebbero anzi essere costantemente sottoposti alla pressione del Terrore rivoluzionario.
La fase attuale è caratterizzata da una crescente violenza che accompagna la transizione a un mondo multipolare e al superamento della globalizzazione a guida statunitense. E’ una fase di guerra, una fase rivoluzionaria. Come tale deve essere quindi affrontata. Chi serve gli interessi degli imperialisti, apertamente o in maniera occulta, non è un avversario col quale confrontarsi, ma un nemico da eliminare, poiché questo farà lo stesso con te. L’alternativa al Terrore non è una “democrazia” liberale e pluralista, ma la dittatura dei più osceni e corrotti elementi della borghesia compradora per conto degli Stati Uniti. Per questo motivo il Venezuela, come ogni altro paese che voglia difendere la propria dignità, la propria indipendenza e il proprio percorso di sviluppo deve abbandonare ogni illusione liberal-democratica a favore di una aperta dittatura del popolo lavoratore.

1.gif)
