di Eugenio Cipolla
«Il Fondo Monetario Internazionale ha detto che il primo pagamento in favore dell’Ucraina per il raggiungimento della stabilizzazione macroeconomica comprenderà una parte significativa dei 17,5 miliardi di dollari che saranno concessi». Ha utilizzato Twitter ieri sera Natalia Jaresko, ministro delle Finanze ucraino, per annunciare che la prima tranche prestito promesso da Washington, in cambio di riforme durissime, arriverà presto. Le indiscrezioni parlano di una decina di miliardi di dollari. Soldi che non serviranno solo a ridare fiato a un paese, l’Ucraina, sull’orlo del default, ma che andranno a rimpinguare le esilissime riserve valutarie di Kiev e a tranquillizzare le migliaia di creditori che da mesi aspettano di essere rimborsati.
Domani a Washington ci sarà l’atto finale di questa vicenda, con il Fondo Monetario Internazionale chiamato a dare il via libera definitivo al piano di aiuti finanziari in favore dell’Ucraina. Una specie di pro-forma che servirà a valutare se l’ex repubblica sovietica ha davvero intrapreso il cammino indicato dall’organismo presieduto da Cristine Lagarde. E, tra aumenti spropositati del gas (+280%) e tagli alle pensioni (i pensionati che lavorano dovranno rinunciare a una parte della loro pensione, ndr), sembra proprio essere così.
Il Paese reale, però, rimane lontano anni luce dalla retorica della classe politica di Kiev. Le famiglie ucraine per la prima volta dopo mesi hanno iniziato a mettere in secondo piano la guerra nell’est del Paese per pensare a come sopravvivere. «Questa settimana – ha scritto l’altro giorno il quotidiano ucraino Vesti – il tema della guerra nella mente degli ucraini ha lasciato spazio a quello del disagio economico. Il panico nella popolazione, che si è precipitata a comprare prodotti nei supermercati, ha fatto il proprio lavoro».
Le prospettiva non sono proprio rosee. La scorsa settimana l’Economist ha scritto che entro la fine dell’anno un terzo degli ucraini sarà più povero rispetto al 1991, anno che segnò la fine dell’Unione Sovietica, mentre quelli di Bloomberg hanno messo l’Ucraina al quarto posto nella lista delle peggiori economie mondiali. Lo stesso governo ucraino, che sta lavorando sullo scenario macroeconomico a breve termine, non si mostra ottimista. Tre gli scenari che il Consiglio dei Ministri sta prendendo in considerazione. Il meno pessimista prevede nel 2015 la caduta del Pil del 5,5% e un tasso di inflazione del 26,7%. Quello intermedio, invece, calcola in 8,6% la contrazione del Prodotto Interno Lordo e in 38,1% l’inflazione. Infine c’è quello catastrofico, con un -11,9% di Pil e un +42,8% di inflazione.
«A dicembre – ha scritto ironicamente il columnist di Vesti, Gleb Prostakov – sarà difficile trovare in Ucraina una persona che mira a diventare primo ministro». E visto che piove sempre sul bagnato, c’è da registrare l’ennesimo aumento del tasso di inflazione. Venerdì la NBU, la Banca Centrale ucraina, ha fornito i nuovi dati, tutt’altro che incoraggianti. Nel mese di febbraio, escludendo la Crimea e Sebastopoli, territori che Kiev considera ancora suoi, l’inflazione è salita al 34,5% su base annua, circa il 6% in più rispetto al 28,5% registrato nel mese precedente. Così di conseguenza sono andati su anche i prezzi di cibo e carburanti.
La situazione per la popolazione si fa giorno dopo giorno sempre più difficile. Dalla sede del ministero degli Interni di Kharkiv, in Ucraina orientale, hanno avvertito il governo centrale che nei prossimi mesi ci saranno dure manifestazioni anti-governative contro la mancanza di cibo. «Nel mese di aprile la situazione peggiorerà – ha detto Mikhail Voynets, leader del sindacato indipendente dei minatori ucraini – ci saranno dure proteste incontrollate, verranno proposti nuovi leader che agiranno in modo aggressivo». Una nuova rivoluzione potrebbe partire proprio da loro, dai minatori, una delle categorie di lavoratori più colpite dalla crisi post-Maidan. Le aziende sono in difficoltà, gli stipendi non arrivano, gli arretrati si cumulano e la pazienza, quella di chi si sporca le mani per 12 ore al giorno in miniera, sta per finire. «E’ chiaro che se continua così – è l’avvertimento di Voynets – tali azioni entro massimo due mesi avranno inizio in tutto il paese. E il governo, purtroppo, non sta facendo alcun passo per evitarlo».
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