Ad un anno dalla primavera araba

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Ad un anno dall'inizio della primavera araba, Thomas Friedman, nella rubrica del 28 febbraio, There be dragons, analizza il crescente pessimismo sulle capacità di molti paesi mediorientali  di trasformare le vecchie autocrazie sconfitte in moderne democrazie liberali. Secondo il Columnist del NYT, le possibilità di un processo lineare si stanno affievolendo, ma non è ancora il momento di cominciare a preoccuparsi. 

Il pessimismo non è per il coraggio dei giovani che hanno preso le strade in cerca di autodeterminazione, dignità e futuro, ma perché il potere è gestito da un classe dirigente legata alle logiche dei vecchi regimi ed in assenza di  tradizioni cui attingere per costruire istituzioni democratiche. E' proprio questo l'aspetto che Michael Mandelbaum, esperto di politica estera alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies, sottolinea per differenziare l'esperienza di democratizzazione dell'Europa dell'est dopo il 1989 con quanto sta avvenendo nei paesi mediorientali. Mentre molti paesi emancipatasi dalla morsa sovietica avevano un'esperienza liberale passata cui tornare e, soprattutto, un modello di democrazia e libero mercato al confine cui attingere, l'Unione Europea,  la maggior parte dei paesi arabi hanno solo sperimentato forme d'autocrazia nella loro storia. Così, quando i regimi sono caduti, i paesi non hanno costruito liberalismo ma Islamismo, tribalismo e regimi militari.
Alcuni esempi lo dimostrano. La rivolta siriana, iniziata in nome della democrazia, si è presto trasformato in una lotta etnica per la conquista del potere. Quando Assad ha voluto esacerbare il conflitto tra la minoranza alawita e la maggioranza musulmana, anche l'opposizione si è divisa in logiche settarie. In Afghanistan, dopo che in una base militare statunitense alcuni militari hanno accidentalmente bruciato alcune copie del corano, la popolazione si è vendicato su civili americani innocenti. Dimenticando che ogni giorno, in nome di Dio, kamikaze suicida uccidono altri musulmani in Afghanistan, Pakistan, Iraq, neanche i governi arabi alleati hanno offerto il loro perdono di fronte alle scuse di Obama. In Egitto, infine, è ormai chiaro che la strategia dell'Esercito è stata quella di utilizzare la rivolta dei giovani di Piazza Tahrir per vincere la lotta alla successione di Mubarak, con il figlio riformista dell'ex rais, Gamal. Nel processo alle organizzazioni non governative impegnate a diffondere la democrazia e accusati di essere agenti della CIA e d'Israele per destabilizzare l'Egitto, l'esercito sta dimostrando la sua impronta autocratica.
La fase del risveglio arabo-musulmano è finita. Nella fase contro-rivoluzionaria in atto, in cui le logiche autoritarie passate cercano di strangolare i valori della primavera araba, l'occidente può impegnarsi a ideare strategie per facilitare l'affermazione di istituzioni democratiche, ma sarebbe inutile. E' la loro lotta: “spero solo” -conclude Friedman- “che non finisca con le forze estremiste a governare e le forze moderate ad essere sopraffatti”.
Nelle difficoltà incontrate dai paesi mediorientali dopo la primavera araba, un altro aspetto importante da sottolineare è l'assenza di leader carismatici in grado di monopolizzare le energie ed i valori emersi nei giovani che hanno deciso fosse il momento di plasmare il futuro a loro immagine. Ed al momento sono, come in passato, frustrati da logiche autoritarie.

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