Alla ricerca di un Nelson Mandela arabo

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Alla ricerca di un Nelson Mandela arabo

A conclusione del suo viaggio nei paesi della primavera araba, Thomas Friedman in Lead, follow or get away of the way,  sostiene che l'elemento più sorprendente è la mancata emersione di leader. Leader intese non come persone che vincono le elezioni, ma uomini e donne che acquisiscono la legittimità ed il potere di dire al loro popolo come procedere per migliorare la società civile. Lo stesso problema si registra negli Stati Uniti, e drammaticamente in Europa: “There is a global leadership vacuum”, sottolinea il Columnist del Nyt, ma nel mondo arabo diviene ancora più pericoloso per il momento storico decisivo, vale a dire compiere il passo epocale da Saddam a Jefferson, senza passare per Khomeini.
Diversi fattori spiegano la mancata emersione di leader nella regione: in primo luogo, il processo elettorale in Egitto e Yemen ancora in corso e del tutto assente in Libia e Siria; in secondo luogo, il vuoto politico e sociale prodotto dalle dittature precedenti. Mentre in Asia, soprattutto nel caso di Corea del Sud e Taiwan, le autocrazie hanno usato la loro autorità per costruire società aperte ed educare il loro popolo, creando una vasta classe media che ha poi imposto la transizione democratica, le dittature arabe hanno utilizzato il loro potere solo per arricchire una piccola fetta della società e distrarre le masse con obiettivi secondari: Israele, l'Iran ed il Nasserismo. Ora che le dittature sono state eliminate, i partiti islamisti stanno cercando di colmare il vuoto: Ma chi può spiegare al popolo che l'islamismo non è la migliore risposta per lo sviluppo? L'Iran può permettersi di essere intrappolato nella retorica di Khomeini, perché attraverso il petrolio può permettersi di comprare le sue contraddizioni. Lo stesso vale per l'Arabia Saudita. Ma Egitto e Tunisia, sottolinea Friedman, hanno poche risorse naturali ed hanno dovuto ricorrere recentemente all'aiuti del Fondo Monetario Internazionale:  per continuare ad usufruire di questi aiuti internazionali, i partiti islamisti che saranno chiamati a guidare la fase di transizione dovranno tagliare i sussidi ed aumentare le tasse. E chi spiegherà ai popoli arabi, prosegue il Columnist del NYT, che le forme di capitalismo giunte fino ad ora sono solo copie corrotte e distorte e che la risposta non è il ritorno al socialismo arabo ma ad un capitalismo migliore: libero mercato, espansione delle esportazioni, rispetto della rule of law e dei diritti di proprietà.
In terzo luogo, le divisioni settarie impediscono a leader nazionali d'emergere. La divisione tra sunniti e sciiti in Siria, Bahrein e Iraq, quella tra beduini e palestinesi in Giordania, tra musulmani e copti in Egitto. Nessun Nelson Mandela o Martin Luther King arabo è potuto emergere per ricomporre i frammenti della società civile ed indicare la via: senza tali personalità in grado di spiegare che le sfide delle società arabe oggi possono essere affrontate solo insieme, chi spiegherà infine ai popoli arabi che non hanno più tempo da perdere in divisioni etniche? La nuova generazione di reali in Marocco, Giordania e Emirati Arabi Uniti, conclude Friedman, sono al momento gli unici nel mondo arabo ad aver acquisito la legittimità per guidare il cambiamento. Troppo poco per una regione che si è finalmente tolta le catene del passato, ma non sembra in grado di guardare ad un futuro di prosperità e democrazia. 

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