Amalade’: l'ultima raccolta poetica di Fosco Giannini

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Amalade’: l'ultima raccolta poetica di Fosco Giannini

di Mariano Guzzini*

È uscita per i tipi delle benemerite edizioni “La Città del Sole”, di Napoli, con prefazione di Ennio Abate e illustrazioni di Rodolfo Bersaglia, l’ultima raccolta di sessantasei poesie composte da Fosco Giannini.

Le illustrazioni forniscono prevalentemente immagini del capoluogo delle Marche.

La prefazione sottolinea i molti momenti nei quali l’attenzione del lettore viene sollecitata ad occuparsi del tessuto sociale, messo in relazione poetica con eventi di una natura turbata e quasi partecipe o pietosa verso le peripezie degli umani. Abate (che ricordiamo per aver proposto la pista della “poesia esodante”) assicura che “chiunque scorrerà questi versi, indipendentemente dall’età e dalle esperienze pregresse, individuerà i temi portanti della raccolta e lo stile che dicono della qualità etica di questa poesia e del suo autore. Per me sono: l’attenzione al lavoro operaio, manuale, materiale; la solidarietà emotiva (quasi veghiana o comunque ottocentesca) verso le piccole epopee dei lavoratori sofferenti, distrutti dalla crisi della civiltà industriale e senza più ideali di riscatto, delle donne violentate, dei militanti politici sconfitti ma non rassegnati… ecc”.

E insieme, Ennio Abate, individua nei versi di “Amaladè” “una vitalistica e indomita passione erotica che, addolcita (come per i ricordi d’infanzia e d’adolescenza) ancora dal dialetto, si presenta in una gamma ricchissima di toni e situazioni”.

Condividendo questi giudizi, mi limiterò ad aggiungere altre mie impressioni di lettura, ad abundantiam.

* * *

Intanto il dosaggio. Su sessantasei componimenti, quelli del primo gruppo (della qualità etica lavorista, legata alla crisi della civiltà industriale) sono una decina: le contengono le dita delle due mani. Sono gran belle composizioni. E suscitano emozioni e pensieri non banali.

 

In “Sorte da j Archi”, quartiere popolare di Ancona, c’è la fotografia di una trentina di lavoratori, non tutti italiani, che di prima mattina escono dai loro portoncini per recarsi al cantiere navale, dove sanno, per un calcolo scientifico, che alcuni di loro potrebbero non tornare, che alcuni di loro potranno essere feriti dalla lamiera, “statistica della ragioniera”.

 

In “Uguale a j operai fordisti” (2) c’è un monologo sfiduciato di un operaio obbligato a vivere per forza: per tigna. “Loro cià i bronchi colmi de calcina” (3) descrive la condizione dei muratori, spesso disperati, che a volte pensano di suicidarsi al Passetto e altre volte cadono dalle impalcature. Negli ultimi versi si reputa atto di giustizia ammazzare il padrone mentre il muratore precipita.

Genny” (4) è una invettiva civile contro la proprietà dell’omonima azienda, di proprietà di Donatella Girombelli, decentrata in Albania. Il testo fa i nomi, e dice senza giri di parole che, potendo, fucilerebbe chi mette quelle lavoratrici in mezzo alla strada per guadagnare di più decentrando la produzione. “Me cacci via / me cacci via / senza un magò: / io te fucilerìa, / giustizia de la rivoluzio’”.

 

Sotto la prigio’ de Monteacuto” (5) ripropone un’alba di lavoro precario, ambientato in un pullman con un unico passeggero, extracomunitario, guidato da un ex arsenalotto. Il mezzo alle “cinque e cinquantotto / porta j ’immigrati a massagra’ / ’ndormiti li scorta a l’alba / morti a la sera”.

“… pure je pare el tram de la liberta’ / al nigeria’ che guarda giù da la galera”.

 

Va el segretario” (6) è un testo che mi riporta al grande volume di Velso Mucci (Carte in tavola” Feltrinelli, 1968) che raccomando a chi non lo avesse nella sua biblioteca.

Velso Mucci descrive con toni quasi epici il viaggio nella provincia torinese di un compagno che sfida la neve per tenere una riunione in sezione, e dorme su un tavolo in mancanza di meglio, non potendo tornare causa neve. Anche il segretario descritto da Fosco Giannini … “va con el passo storto / che piove e nengue ... toccando la “sezio’ del Porto” e del Piano, guardando lontano con occhi di cormorano.

Tanto la terra è piatta” (7) descrive le traversie di un licenziato, che in un primo momento pensa di buttarsi dal Passetto (classico modo anconetano per suicidarsi) ma poi prende un treno per Battipaglia per essere arruolato tra chi raccoglie pomodori, ricordando i momenti di lotta sindacale e i comunisti, al tempo che la rivoluzione era una scienza esatta. Mentre adesso passa la tesi che la terra sia piatta.

Tutto s’è ’ruginito” (8) descrive le condizioni di una fabbrica abbandonata dove volano i corvi e una cicogna ha fatto il nido nella ciminiera. La vita a questo punto è “n’è più vera / col stesso modo del saldatore / che solo in casa per ore e ore / da la finestra guarda la gente / senza più vede niente”.

Vola su Falconara pe’ bombarda’ Belgrado” (9) è un canto antimilitarista. Mi ha ricordato una marcia della pace che è partita dal piazzale del Mandracchio per arrivare a piedi a Falconara, davanti all’aeroporto dal quale partivano i voli che bombardavano Belgrado. Modestia a parte, ero in testa al corteo, accanto a Eugenio Duca e a Ermete Realacci. All’epoca ero presidente della Provincia, e mi toccò l’onore di svolgere la relazione ufficiale. Nella poesia che ha suscitato questi ricordi si parla invece di cavallette e di grilli. Ma sono sicuro di non essere andato fuori tema.

La fiola del padro’” (10), infine, è una divertita satira che proviene dal mondo del lavoro dei ristoratori in riva al mare. Un lavoro duro (“i camerieri de papà / che aumenta el capitale: / serve le cozze e cùre pel babbà / mentre che i piedi je fa male”), che contrasta con la figura della figlia del padrone che si presenta all’una e trenta, abbronzatissima, e “se stende s’una panca, / ch’el mare stanca”.

 

E adesso che è venuto il momento di dire la mia, appoggiandomi a questi nove esempi, vedo un sentimento di solidarietà che mi azzardo a chiamare “di classe”, e la descrizione di un mondo del lavoro molto mal messo, e di un proletariato forse vinto ma di certo non domo. Escluderei che da questi versi si possa dedurre la fine delle lotte e la sconfitta definitiva del sogno comunista.

Al contrario, a me pare di scorgere una coscienza precisa della gravità della condizione operaia, ma con un sottofondo di ipotesi di inevitabile lotta di classe.

 

* * *

Se dalle sessantasei poesie di “Amaladè” togliamo le nove “civili” che ho proposto in estrema sintesi, ne restano troppe per rileggerle e commentarle una ad una. Insomma: tocca procurarsi il libro.

Opponendo, peraltro, immediatamente all’occhiuto censore tardo zdanoviano che abita anche in me, e che, male impressionato dalla sproporzione tra nove e cinquantacinque, stesse preparando il decreto di espulsione dall’Unione degli scrittori sovietici, il seguente ragionamento. Dopo una giornata di intenso lavoro culturale e giornalistico impegnato a dirigere una rivista come “Cumpanis” grondante lotta di classe e partecipazione politica, e dopo aver spaziato nel mondo, dalla Latino America, alla Cina del 19° congresso e al Portogallo di Álvaro Cunhal, redigendo impegnativi testi regolarmente pubblicati, Fosco Giannini rientra nel mondo della gente comune. Al contrario di Niccolò Machiavelli che passava i pomeriggi a giocare con il popolino e poi, tornato a casa, indossava abiti curiali sedendosi al tavolo di lavoro e lì dialogando con i grandi del passato. L’operazione, anche se a tempi rovesciati, è analoga.

Le cinquantasei poesie diciamo così “restanti” sono tutte intime, a volte domestiche, altre volte erotiche, e altre volte ancora “abbacchiate”, in una presa d’atto senza ipocrisie dei limiti della convivenza e dei confini dello stesso rapporto coniugale, pur nel convinto apprezzamento del lato sentimentale e affettuoso dell’esistenza e dell’importanza del sesso.

Su tutto, peraltro, risuona come una colonna sonora che non si interrompe mai un indomabile retrogusto affettivo, un impulso esigente e permanente alla pulsione amorosa. “Amalade’” vuol dire amala adesso. Ed è la cifra di molti risvolti – se non di tutti - del lavoro poetico di Fosco Giannini.

Il primo risvolto, più immediato e per certi aspetti più banale è quello erotico. Il testo che apre la raccolta, del resto, lo dice brutalmente. “Prima che te s’endorme / sul divano, / coverta su le forme / e te sfila la mano / da la mano”. Che poi, a pensarci, non è neppure la descrizione di un incontro perfetto.

Di un chi-vuol-esser-lieto-sia. Siamo invece in una situazione più complicata. La farfalla va presa al volo, prima che scappi via, o prima che si bruci le ali nella fiamma del lume. E in ogni caso resta farfalla.

 

Ma quell’invito ripetuto, quel ritornello (“Amalade’, / ariàmala / amalade’”) può essere tranquillamente usato per un contesto territoriale, per una città come Ancona, con quel dialetto che viene adoperato per legarsi meglio al proletariato che lo ha inventato, mescolando le parlate dei portolotti, dei marinai levantini provenienti dall’oriente e dei buranèli al preesistente linguaggio gallo-italico che ancora oggi è alla base del romagnolo, del pesarese, del senigalliese, fino ad arrivare ancora oggi alla vicinissima Montemarciano.

Perché è Ancona lo sfondo di quasi tutte le sessanta poesie, come del resto di quasi tutti i disegni di Rodolfo Bersaglia, che illustrano il testo. I richiami sono molto frequenti, e non servono tanto all’economia dei singoli componimenti quanto ad ambientarli nella città capoluogo della regione Marche, con un grande affetto per i suoi cento e 211 mila abitanti, con un particolare riguardo al proletariato e a quanti non hanno vergogna a chiamarsi compagni.

 

Dopo di che Fosco a volte fa un passo indietro. E sembra prendere le distanze dalla totalità materialista. Ma il lettore capisce il giuoco e lo interpreta come una maniera ironica di fare i conti con la brutalità della realtà.

Che si esprime in versi terribili, come quelli di “Drento la notte ‘nerta” o dentro la più apparentemente idilliaca “Titubante”. Anche se resta sempre aperta la strada in salita del cambiamento. Come Fosco ribadisce in “Te, non sai più uguale”, contestando chi insiste nel ribadire che “… non gambia mai la gente, / non gambia niente” con la constatazione finale: “te, non sai più uguale”.

Quindi a mio modo di vedere l’invito pressante (“amalade’”) è a trecento sessanta gradi, e ha più bersagli: la città di Ancona, la condizione sottoproletaria, la rivoluzione comunista, ma anche la densità estrema della vita. Come in “Tutta, t’ho ‘nseminata, / come ‘na terra a gra’: / ‘vunque te frugo, / te fo’ i capelli lordi / e come un pezzo de pa’ / t’arcojio el sugo / longo tutti i bordi”.

 

La quale convinzione mi fa leggere tutte e sessantasei le composizioni come un sistema di fiori e di frutti del medesimo albero, a volte maturi, a volte acerbi, ma tutti prodotti dalla medesima linfa e dalla stessa pulsione vitale.

 

* * *

Arrivati a questo punto sarei troppo tardo zdanoviano se non continuassi a citare qualche altra delle poesie che fanno parte del gruppo delle cinquantasei. Quello intimista, familiare o semplicemente amoroso.

 

Noi intellettuali marchigiani utilizzatori di poesia e consumatori accaniti di lotta politica, alcuni decenni addietro eravamo arrivati alla conclusione che fosse un bene essere “residenti” (tanto che Franco Scataglini diede vita ad una importante rivista radiofonica, che si chiamò appunto “Residenza”), e sempre in quegli anni (1980 e dintorni) in un bel convegno che organizzammo in Urbino, e che chiamammo “poesia marginale e marginalità della poesia” cercammo di muoverci come un gruppo, dando vita a libri, riviste e case editrici.

Oggi, a quarant’anni di distanza, potremmo sistemare i ricordi e descrivere flussi e riflussi di quella esperienza, all’interno delle vicende plurali della cultura marchigiana, dal Foglia al Tronto.

Ma – ovviamente – non sarebbe questa la sede. Anche se quei percorsi fecero anche incontrare il giovanissimo poeta Fosco Giannini con il titolare di una sezione della rivista culturale “Marche oggi” che si chiamava Franco Scataglini, e recensì favorevolmente le prime prove poetiche dell’autore di “Amalade’”. Ma lasciamo stare.

 

Intanto qualche eco. “Non passa ‘na matina / che non me dighi amore / -disco ‘ncantato, senza valore- / ho ritardato, còro, fò tardi al lavoro”. Mi ricorda tanto non il verso ma lo spirito di Déjeuner du matin, di Jacques Prévert. “Il a mis le café / dans la tasse” ecc. Stessa tristezza, che conduce a un medesimo finale: “E tutta s’arcuce questa vita mia / -pòra collana de bigiotteria- / co’ la festa truce de n’infanzia pia, / prima a la messa e po’ in pasticceria”.

 

Naturalmente i finali non sono identici. La protagonista del testo di Prévert piange (“Et moi j’ai pris / ma tête dans mes mains / et j’ai pleuré.”) mentre Fosco fa finire tutto in pasticceria. Perché siamo in Ancona, e nei corsi, al viale, o in corso Carlo Alberto ogni domenica i concittadini per bene escono dalla messa e acquistano il pacchetto di paste che esibiscono andando in passeggiata. E lo sguardo sarcastico di Fosco non poteva lasciarsi sfuggire quel finale che riassume la banalità del perbenismo piccolo borghese.

 

In “Domenica mattina” si ricostruisce il clima domenicale con l’occhio dei ragazzini. La mamma ai fornelli. La nonna che cerca compagnia per andare a messa. “… ma non je ce va nisciuno / che è tutti comunisti”. Mah. Ma non eravamo il secondo partito cattolico? La Fgci non lo sapeva?

 

Tante altre sono nel libro, e aspettano di essere citate, ma devo fare loro il torto di ignorarle. Perché è tempo di concludere, e non posso evitare di scrivere qualcosa sull’appropriazione molto personale che Fosco fa del dialetto.

Sono parecchi gli autori che si sono cimentati nell’uso poetico del dialetto dorico.

Ancona è una città complicata, ma la sua gente è gente di valore. Non a caso due medaglie d’oro sono appuntate sul suo gonfalone. Una alla città benemerita del Risorgimento nazionale, e un’altra, al valore civile, per il comportamento della popolazione durante l’occupazione tedesca e i bombardamenti alleati. Due medaglie d’oro sono una buona presentazione. “Gnente nun è”, direbbe Barigelo. E usare il dialetto anconitano significa mettersi accanto a Eugenio Gioacchini (Ceriago), Palermo Giangiacomi, Turno Schiavoni, e naturalmente Franco Scataglini.

 

Ed è proprio a partire dal grande Scataglini che dobbiamo aprire la questione più importante che anche la poesia di Fosco Giannini evoca: l’uso del dialetto come “lingua universale”, come strumento poetico tout court. Qui citiamo direttamente Giannini, riportiamo ciò che egli stesso ci ha detto e va teorizzando della poesia dialettale, della sua stessa poesia. Racconta, Giannini, che quand’era ragazzo andava spesso a trovare Franco Scataglini, che abitava nella parte antica di Ancona, non lontano dal porto né dalla magnifica piazza del Papa, in via Pizzecolli. Nella casa di Scataglini, Giannini avviava col poeta di “So’ rimaso la spina” una lunga e profonda discussione sulla poesia dialettale. I due si accorgono che tra gli anni ’70 e ’80 si è di fronte ad una vasta proliferazione di poesia dialettale, che s’estende in ogni provincia italiana. Ma si accorgono anche che tanta parte di questa vasta poesia dialettale prodotta è di infima qualità. Tanta parte di essa è una “poesia” rozza, volgare, priva di metafora, spiritualità, idealità. E ad una più attenta valutazione i due si rendono conto che tanti di quegli autori, di quei “poeti”, appartengono alla piccola borghesia semi intellettuale, che utilizzano il dialetto come una sorta di “amusement”, di divertimento. E in quel divertimento mettono in bocca al popolo il linguaggio che essi attribuiscono al popolo: un linguaggio povero, “basso”, rozzo, volgare, appunto, un linguaggio che non poteva/non doveva aspirare a farsi metafora, evocazione, allegoria e men che meno veggenza e preveggenza, come la poesia invece richiede. Un linguaggio, quello usato da questa schiera di “poeti” dialettali, che riduce il popolo, e il suo linguaggio, a caricatura, macchietta. E a questo si riduce la loro “poesia dialettale”: ad essere il linguaggio della caricatura del popolo. Il più antipopolare dei linguaggi.

Per Scataglini, e ora per Giannini, da questa pessima “lezione” si deve uscire in un solo modo: utilizzando invece il dialetto come uno dei diversi linguaggi della e per la poesia; utilizzando il dialetto per far emergere l’anima vera e la storia della vita popolare, per far risuonare la profonda musicalità insita in un’apocope, in un ditirambo degli arsenalotti, dei pescatori, dei tranvieri; il dialetto come strumento poetico per riconsegnare alla lingua del popolo la grandezza che le appartiene e le spetta, per liberare il popolo (gli operai, i muratori, le parrucchiere, gli immigrati, i disoccupati...) dalle feroci caricature della piccola borghesia che esce dai suoi studi notarili, dagli uffici di direzione delle banche per “mascherarsi” con il dialetto e divertirsi, acconciata come un clown-poeta, tra i quartieri “bassi” della città, tra le vie del porto, a Capodimonte, in via Matas, al Mercato dell’Erbe.

 

Certo, il dialetto che usa Fosco non risponde ai “vocabolari omologati” del vernacolo anconetano, non sta dentro le rigide regole della “Crusca” del dialetto anconetano. Il dialetto che inventa Fosco non è analogo al romanesco del Belli o al milanese del Porta. Esso parte da una struttura dialettale basica, ma poi si libera e inventa, sottomesso ad un’unica volontà: fra risuonare l’essenza della vita popolare, l’essenza della vita.

 

Per tornare ad “Amalade’”: chi lo legge entra nel mondo di un ribelle, che rimescola la realtà che non riesce ad accettare ammorbidendola con il sarcasmo, l’ironia, le rime sempre usate per ribadire un concetto e mai per far musichetta, e con una scrittura che potrebbe assomigliare al vernacolo anconitano, o anche no, perché non serve per dialogare con chi ogni anno segue il festival del dialetto di Varano, ma per irrobustire una esperienza poetica assolutamente personale.

 

Che, nel mio piccolo, spero prosegua con altri testi, altre rime e altre armonie.

 

*già dirigente del P.C.I.; giornalista e scrittore

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