Amazzonia: storia di una lotta indigena lunga quarant'anni
Un fatto di cronaca a febbraio ha fatto riesplodere lo scontro
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di Ludovica Morselli
E’ notizia di pochi giorni fa che è previsto un imminente accordo tra governo brasiliano, WWF e altri partner (tra cui Banca Mondiale e Germania) per un investimento di 215 milioni di dollari per la conservazione della foresta amazzonica.

Il fondo verrà usato per interventi di conservazione basilari come segnalare e delimitare le aree protette (più di 90) e acquistare le pattuglie necessarie per vigilare le aree oltre che ovviamente per progetti più mirati. Nel 2012 il governo ha inasprito le misure contro la deforestazione attraverso non solo misure ambientali ma anche finanziarie: bloccati i finanziamenti alle imprese colti a fare affari con boscaioli, contadini, allevatori che notoriamente sfruttano illegalmente aree protette poiché libere e vergini. Tuttavia il governo non è di certo senza macchia, anzi. Nonostante il tasso di deforestazione sia finalmente diminuito dopo anni di livelli allarmanti, il governo ha incentivato lo sviluppo di queste aree e modificato, ovviamente in difetto, i confini delle stesse di modo da realizzare i progetti infrastrutturali in corso, in particolar modo le diverse dighe in fase di costruzione. “ Il governo del Brasile si impegna a realizzare le norme necessarie per assicurare i futuri finanziamenti destinati all’Amazzonia brasiliana”, ha così assicurato Carter Roberts direttore esecutivo del WWF.
Purtroppo l’Amazzonia non è solo straordinaria natura da difendere. Nel 1970 una colata di cemento ha diviso il Brasile per penetrare nel cuore di questa rara bellezza naturale. Così l’autostrada Trans-Amazzonia si è portata dietro una manciata di coloni che in quarant’anni ha creato una sua cospicua popolazione. Ovviamente quello non era territorio disabitato anzi, e le numerose popolazioni indigene che vivevano lì hanno assistito inermi. Il Brasile è poco conosciuto come culla indigena eppure forse è la più importante dell’America Meridionale: oggi è casa di 817.000 indigeni, o sarebbe meglio dire che loro ospitano i brasiliani essendo le più antiche popolazioni del territorio.
Un fatto di cronaca ha fatto riemergere la tesissima situazione che attualmente vige nella regione. La polizia in Febbraio, dopo aver rinvenuto tre cadaveri, ha arrestato sei indiani Tenharim come responsabili del crimine, anche se loro si dichiarano assolutamente estranei ai fatti. Nella città di Humaitá, dove vivevano due delle vittime, si sono scatenate come previsto violente proteste e, fra le altre cose, una casa di cura indiana è stata rasa al suolo dal fuoco.
Questa è solo un tassello del quadro. Infatti la convivenza tra i due popoli è stata difficile sin dall’inizio e soprattutto negli ultimi anni le lotte indigene hanno acquisito rigore in particolar modo per combattere la violenza nei confronti del loro territorio. La tribù Kayapo ad esempio, che fin dall’inizio si oppose alla costruzione dell’autostrada, ora conduce forti proteste contro la costruzione dell’enorme diga di Belo Monte (un mastodontico progetto idroelettrico). Già l’anno scorso la tribù Munduruku protestava per lo stesso motivo oltre ad aver formato milizie per espellere i minatori d’oro illegali che spesso si avventurano nel loro territorio. Il problema dunque è uno dei più vecchi del mondo. Cementificazione, sviluppo economico, sfruttamento naturale e ambientale, problemi energetici; a farne le spese sono le culture più antiche. Il recente e improvviso interesse nell’investire in opere infrastrutturali in Amazzonia costituisce uno dei problemi oltre a quello demografico, che pesa anch’esso molto in questa situazione. Infatti in vent’anni la popolazione nella regione è raddoppiata arrivando a 25 milioni e gli stessi indigeni si stanno espandendo. Questo perché l’Amazzonia è stata il centro di un notevole flusso migratorio interno: in molti sono andati lì per lavorare alle pavimentazioni, agli innumerevoli progetti idroelettrici per sfruttare i grandi fiumi, nelle miniere, nei campi di soia.
Eppure i regimi militari dal 1965-1985 ebbero bisogno proprio della Trans-Amazzonia (per un costo di 500 milioni di dollari) per popolare questo territorio praticamente disabitato, tanto che lo slogan era: “Una terra senza persone per persone senza una terra”. A inizio lavori, i costruttori si aspettavano di trovare qualche tribù ma che non avrebbero creato problemi e che sarebbero state facilmente assimilate ma ovviamente lo scenario fu ben diverso. La costruzione di questa autostrada è stata una vera catastrofe umanitaria: le popolazioni che si trovavano sul sentiero del progetto iniziarono a morire per influenze e altre malattie e come se non bastasse molti furono fatti schiavi, le donne costrette alla prostituzione ed esplose un gravissimo problema di alcolismo. Il governo tempo dopo ammise che diversi errori furono commessi e per questo iniziò la costruzione di diverse riserve per proteggere il poco rimasto e non si oppone alla tassa illegale imposta dalla popolazione indigena, e per sua stessa ammissione definita illegale, per il passaggio sull’autostrada: 30$ per i furgoni e 10$ per le macchine.


Questo è un compenso per tutte le malattie e le decimazioni che l’autostrada stessa ha portato. Ed è proprio questo pedaggio il movente del delitto dei tre brasiliani che provenivano da Humaitá, almeno secondo l’accusa. I tre indiani Tenharim sono stati accusati di averli uccisi presumibilmente perché non volevano pagare il pedaggio. Le prove? Non pervenute. Oltre a questo episodio, molti altri più o meno gravi si sono verificati soprattutto negli ultimi mesi, accuse reciproche e supposizioni hanno portato a una situazione ad oggi gravissima. Gli indiani hanno paura di andare in città ad Humaitá e dall’altra parte i coloni hanno paura di guidare per la Trans-Amazzonia. E’ intervenuto l’esercito che ha eseguito l’ordine della presidente Rousseff: il pedaggio è stato bandito dopo il ritrovamento dei tre cadaveri. L’unità militare comandata dal Colonnello Marcio de Gôyes Alves ha dovuto addirittura scortare circa 45 indiani Tenharim che dovevano comprare provviste e svolgere commissioni nella città; muniti di fucili d’assalto hanno voluto dare un messaggio forte alla popolazione cittadina. Nonostante il colonnello sia fiducioso che la situazione tornerà pacifica molti invece sono preoccupati che una volta che i soldati lasceranno la città, a prendervi posto saranno sanguinosi regolamenti di conti.
Comunque ad oggi molto è cambiato culturalmente per gli indigeni, come testimonia il giornalista del Wall Street Journal John Lyons. Un ragazzo di 24 anni membro della tribù Tenharim dice che “preferirebbe vivere isolato” ma proprio perché l’autostrada ha cambiato tutto “gli indiani non possono vivere esattamente come prima” . Ora gli indigeni vestono in jeans e maglietta ma parlano la loro lingua, non esiste copertura telefonica ma un trasmettitore (pagato dal governo) fornisce accesso a internet, così il modo migliore per contattare i leader della tribù Tenharim, è scrivergli su Facebook. Incredibile ma vero.

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