Attraverso il G-20 Obama alimenta la “Guerra Fredda” contro Russia e Cina

n contesto allarmista che aiuta a tenere insieme i paesi dell’UE e gli Usa a installare basi permanenti nell'Europa dell'est

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Attraverso il G-20 Obama alimenta la “Guerra Fredda” contro Russia e Cina


di Achille Lollo
da Roma, per il Correio da Cidadania – 3 Dicembre 2014
 
La riunione del Gruppo dei 20, cioè, dei 19 paesi più industrializzati ed emergenti del mondo e dell’Unione Europea, che si è realizzata nei giorni 15 e 16 novembre nella città australiana di Brisbane, non si è limitata a dibattere le questioni che dovrebbero contribuire al mantenimento della stabilità finanziaria nel mondo e al conseguente monitoraggio della crescita dell’economia globale. In realtà, questa riunione è servita a trasformare il G-20 in un nuovo consiglio permanente internazionale bicefalo, dove una “testa” riunisce i ministri delle finanze e i rispettivi capi dei banchi centrali per implementare i principali obiettivi della politica neo-liberista, notoriamente: l’eliminazione delle restrizioni legali e fiscali al movimento dei capitali; l’implementazione dei processi di deregolamentazione e flessibilizzazione del mercato del lavoro; la realizzazione costante dei processi di privatizzazione; la progressiva liberalizzazione del commercio globale, attraverso le negoziazioni nell’ambito dell’OMC e, soprattutto, con gli accordi commerciali bilaterali.
 
La seconda “testa” ha riunito solo 12 capi di Stato e i loro ministri degli esteri (USA, Canada, Regno Unito, Germania, Australia, Giappone, Corea del Sud, Indonesia, Francia, Italia, Turchia e Messico), per discutere gli sviluppi politici dei paesi industrializzati ed emergenti e gli elementi geo-strategici che possono portare alla rottura del corrente status quo. È stato in questo contesto che, concentrandosi il dibattito sulle crisi di Siria, Ucraina, Libia e Iraq, il presidente Obama, con l’aiuto della tedesca Angela Merkel, è riuscito a introdurre nel G20 un moderno clima da guerra fredda, volto a colpire la Russia di Vladimir Putin. Poi, con il sostegno del primo ministro giapponese Shinzo Abe, il presidente degli Stati Uniti è riuscito a riaffermare il ruolo strategico degli stessi nella gestione del complesso equilibrio politico nella regione Asia/Pacifico, riproponendo un Pivot in Asia n. 2, per ridurre al minimo il ruolo geo-strategico della Cina.
 
Maschera ambientalista e crescita simbolica
 
Bisogna ricordare che, alla vigilia del G-20, il governo degli Stati Uniti, e, in particolare, il presidente BarackObama, sono stati molto indeboliti da tre questioni: a) non avere pacificato o almeno tenuto sotto controllo i principali luoghi della rivolta islamica in Medio Oriente e in Africa; b) non essere riusciti a convincere la Russia a cessare di sostenere i separatisti ucraini; c) avere perso la maggioranza al Senato, che in questi anni è stato la cinghia di collegamento col suo governo.
 
Pertanto, le eccellenze della Casa Bianca hanno deciso di trasformare questo G-20 in una piattaforma politica per riconquistare la fiducia degli elettori americani, ma anche per inviare un messaggio chiaro agli avversari repubblicani, ricordando loro che ci sono ancora due anni alla fine del mandato di Obama.
 
Così, prima del G-20, la questione ambientale è diventata il principale argomento politico del presidente Barack Obama, che, una settimana prima di approdare a Brisbane, si è recato a Pechino per firmare con il suo omologo cinese, Xi Jinping, un vago accordo bilaterale, che mira a promuovere entro il 2030 la riduzione delle emissioni di CO2 (anidride carbonica), dal momento che la Cina è detentore del record mondiale del consumo di Co2 con 9.900 tonnellate, contro le 6826 degli Stati Uniti.
 
In pratica, questo accordo, insieme al problema dell’epidemia di Ebola, è stato lo strumento per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, mentre gli elementi bicefali del G-20 realizzavano le loro manovre politiche.
 
Ad esempio, quando Obama ha aggiornato il progetto geo-strategico Pivot in Asia n. 2, per contenere e definire l’espansionismo economico e strategico della Cina con il rafforzamento dell’ASEAN, l’introduzione di un nuovo codice di condotta nelle dispute territoriali e marittime, oltre all’invito all’India a lavorare di più nella regione Asia/Pacifico, il Primo Ministro del Giappone Shinzo Abe ha dichiarato che il Giappone e gli USA destinavano 4,5 miliardi di dollari al Green Climate Fund, che le Nazioni Unite avevano creato per aiutare i paesi più poveri nella lotta contro gli effetti nocivi dell’inquinamento atmosferico.
 
Allo stesso tempo, i ministri delle finanze presenti in questo G-20 hanno messo a punto un “pacchetto per la crescita economica”, con 800 misure che, nel 2018, dovrebbero consentire un incremento del 2,1% del PIL dei paesi del G20. Qualcosa che, secondo i ministri del G-20, dovrebbe consentire all’economia mondiale la produzione di 2 trilioni di dollari in più, creando posti di lavoro in tutto il mondo.
 
Gli analisti più perspicaci hanno ammesso che la maggior parte delle misure 800 del G-20 è una vera e propria “lista dei sogni”, che tutti i governi occidentali sottomettono ai propri popoli prima delle elezioni. In effetti, esse esistono già, ma diventano impraticabili a causa della complessità del modello neo-liberista e soprattutto delle differenze tra le strutture economiche dei paesi industrializzati. Argomenti ben noti nei ministeri degli esteri occidentali, che i media mainstream, per corrispondere alle linee guida della Casa Bianca, hanno presentato come ”condizione sine qua non” per salvare l’umanità dalla crisi.
 
Isolare la Cina?
 
Nel 2001, gli analisti del Pentagono pronosticavano che nel 2015 gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di imporre definitivamente la loro potenza militare alla Cina, il che, in teoria, potrebbe promuovere numerosi cambiamenti di ordine geo-strategico nella regione Asia/Pacifico. Tuttavia, questo obiettivo è stato superato grazie ai progressi compiuti dall’industria militare cinese, tanto che gli strateghi del Pentagono hanno inviato alla Casa Bianca un altro rapporto, il quale afferma che, solo nel 2030, gli Stati Uniti potranno imporre un controllo strategico efficace sulla Cina.
 
Pertanto, la “Commissione di revisione economica e di sicurezza Cina-USA“, nel mese di ottobre di quest’anno, ha denunciato al Congresso l’aumento del budget militare cinese a 131 miliardi di dollari e la moltiplicazione delle basi militari all’interno della Cina. Dimenticando che gli Stati Uniti spendono circa 1 trilione di dollari in spese militari (compresi i fondi supplementari e segreti) e che la presenza militare degli Stati Uniti in tutto il mondo si mantiene ancora attiva in 576 basi militari (escluse quelle poste a disposizione degli “alleati”). Tuttavia, la Commissione ha raccomandato al Congresso di “aumentare il finanziamento per le spese militari, in modo che gli Stati Uniti possano rafforzare la propria presenza militare nella regione Asia/Pacifico e quindi compensare le crescenti capacità militari cinesi.”
 
I media mainstream non hanno rivelato che Obama ha accettato i programmi del Pentagono che, entro il 2020, prevedono di concentrare nel Pacifico il 60% delle navi della marina (US Navy), moltiplicando così il potenziale bellico del Comando del Pacifico, che conta attualmente 360.000 soldati, 200 navi e 1.500 aerei da guerra, tra bombardieri e caccia.
 
Nel rapporto del Pentagono è richiesto anche alla Casa Bianca di promuovere nei paesi membri dell’ASEAN una politica più dinamica, per evitare che l’aumento della presenza militare statunitense nella regione Asia/Pacifico sia criticato, alimentando le reazioni nazionaliste e anti-americane.
 
Di conseguenza, Obama ha trasformato le critiche della “Commissione di revisione economica e di sicurezza” in ordine del giorno del G-20. In base a quanto detto, il presidente degli Stati Uniti ha esortato il governo indiano a far sentire la sua voce (militare) nella regione Asia/Pacifico, sapendo che tra la Cina e l’India – pur essendo insieme nei BRIC – vi sono profondi disaccordi sulle definizioni territoriali nelle regioni della cordigliera dell’Himalaya.
 
La riformulazione del programma Pivot in Asia n. 2 e la questione ambientale sono state presentate dai grandi media come uno straordinario successo politico e diplomatico del presidente Barack Obama, che in questo modo è riuscito a recuperare una parte della popolarità perduta recentemente.
 
Tuttavia, questo scenario felice è cambiato quando il ministro dell’Energia dell’India, Piyush Goyal, ha dichiarato: “le necessità dello sviluppo industriale dell’India non possono essere sacrificate sull’ altare di una potenziale trasformazione climatica, che avrà luogo da qui a molti anni. L’Occidente dovrà riconoscere che siamo noi, e non loro, a dover dare una risposta alle necessità della povertà. Per questo, l’India procederà ad aumentare l’estrazione del carbone de 565 milioni di tonnellate a 1 miliardo nel 2019”.
 
Le dichiarazioni del ministro Piyush Goyal hanno avuto un immediato effetto negativo, facendo a pezzi la maschera ambientale che Obama aveva costruito a Brisbane durante la runione del G-20. In pratica, il primo ministro dell’India, Narendra Modi, non ha smentito il suo ministro dell’Energia: al contrario, ha sottolineato che il governo indiano realizzerà appena alcuni progetti con centrali eoliche e solari, dando più attenzione e finanziamento all’estrazione del carbone. Dichiarazioni che hanno frustrato le manovre della Casa Bianca e la ripresa della popolarità di Obama, dal momento che il carbone è il principale responsabile dell’inquinamento atmosferico.
 
La caduta di popolarità di Obama è diventata effettiva, quando la Casa Bianca e i “grandi media” si sono resi conto che il presidente cinese, Xi Jinping, subito dopo il G20, ha restituito a Barack Obama il colpo del Pivot in Asia n. 2, firmando un importante accordo commerciale con l’Australia, che, in termini politici, indebolirà l’ASEAN e, conseguentemente, la strategia degli USA nella regione Asia/Pacifico.
 
In realtà, senza che nessuno se ne accorga, il primo ministro australiano, Tony Abbott, si è incontrato con il suo omologo cinese, Xi Jinping, per firmare una dichiarazione congiunta per l’attuazione, nel 2015, di un accordo di libero scambio commerciale (Free Trade Agreement – FTA) tra Cina e Australia. Un accordo per eliminare il 95% delle barriere tariffarie dei prodotti australiani verso la Cina, prevedendo agevolazioni non indifferenti per gli investimenti cinesi in Australia. In questa maniera, il commercio tra i due paesi dovrebbe aumentare dagli attuali 150 miliardi di dollari a 300. Valori che intendono seppellire l’aspetto economico della Trans-Pacific Partnership – TPP, ideata dagli Stati Uniti e che, in realtà, era lo strumento economico per l’affermazione del programma Pivot in Asia n. 2, con il quale Obama intende imporre alla regione Asia/Pacifico di accettare l’aumento della presenza militare statunitense.

 
Nuova guerra fredda contro la Russia
 
Per il presidente USA Barack Obama e per il primo ministro tedesco Angela Merkel, era di fondamentale importanza politica poter rompere in maniera clamorosa con Putin, catturando l’attenzione dei media mainstream occidentali e asiatici, e così poter screditare la ribellione in Ucraina orientale come gioco di prestigio della Russia stessa. È stato in questo contesto che le eccellenze della Casa Bianca hanno trasformato il G-20 in un podio, dove il presidente Obama è apparso per promuovere il lancio di una “guerra fredda” moderna, che, prima di arrivare a minacciare la Russia con rappresaglie militari, come ai tempi di Ronald Reagan, userà la complessità dei rapporti diplomatici bilaterali e regionali e, soprattutto, il ricatto finanziario, per piegare l’avversario.
 
Con il suo spettacolo al G-20, Obama è stato in grado di dimostrare alla maggioranza repubblicana del Congresso che non perdona nulla a Putin, riaffermando il “Concetto Strategico dell’Alleanza Atlantica (NATO) per il XXI secolo”, che è stato predisposto nel 1999 da Madeleine Albright (ex Segretario di Stato nell’amministrazione Clinton), e presentando la relazione programmatica “NATO 2020: Impegno Dinamico, la garanzia della sicurezza”.
 
D’altra parte, Obama ha assicurato la maggioranza repubblicana al Congresso che non massacrerà i contribuenti con nuove tasse, per finanziare il riarmo del Pentagono. Motivo per il quale la Casa Bianca passerà agli alleati europei il riarmo degli oneri finanziari del “fronte orientale della Nato”, dando così un doppio impulso all’identità strategica della NATO, che assume il ruolo di “trait d’union dans la politique strategique” (asse di collegamento della politica strategica).
 
Un ruolo che i generali di Bruxelles – ben monitorati dagli alti funzionari del Pentagono – stanno assolvendo perfettamente, sfruttando le minacce dell’espansionismo russo. Un contesto allarmista, che aiuta a tenere insieme i paesi dell’Unione Europea, in un momento di crisi acuta, in cui le questioni economiche e finanziarie dettate dalla Germania e dalla BCE sono considerate imposizioni autoritarie e recessive contrarie alla crescita economica.
 
In realtà, la maggior parte degli analisti dei media mainstream passa sotto silenzio l’evoluzione di questa nuova guerra fredda, che il Pentagono e la Casa Bianca stanno costruendo con l’espansione nei paesi europei del Programma balistico di difesa missilistica in teatro attivo (Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence Programme) e la Difesa integrata d’aria a medio raggio (Defense System Medium Extended Air - MEADS), che già nel 2009 si prevedeva fosse installato negli Stati Uniti, in Germania e in Italia, al fine di garantire il funzionamento di una “struttura difensiva di missili americani in Europa e nel Medio Oriente.” Inoltre, il Pentagono e i cosiddetti “democratici” della Casa Bianca hanno deciso di mantenere basi aeree in Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia, con almeno 200 bombe nucleari.
 
Tuttavia, l’elemento più sconvolgente di questa “guerra fredda moderna” è la subordinazione della NATO ai sistemi missilistici statunitensi e alla cosiddetta “guerra cibernetica”, con cui il Pentagono e la NATO fingono di proteggere tutta l’Europa da possibili attacchi dalla Russia, per trasferire le loro unità militari e le loro infrastrutture di spionaggio elettronico lungo la frontiera occidentale russa, cioè, dal Mar Baltico al Mar Nero.
 
In questo contesto, il Pentagono è riuscito a installare basi militari permanenti (d’aria, di terra e per i missili di lancio), nei territori della Polonia, della Lituania, dell’Ungheria, della Bulgaria, della Romania e logicamente del Kosovo, lo pseudo-Stato creato dagli Stati Uniti dopo gli attacchi che hanno causato la disintegrazione della Federazione Jugoslava. Inoltre, la CIA sta continuando la costruzione dei cosiddetti “siti neri” nei diversi territori dei paesi europei legati alla NATO, per costruire bombe nucleari USA. Nonostante le smentite dei governi locali, è noto che la CIA e il Pentagono hanno trasferito ordigni nucleari nella base di Siauliai in Lituania, di Amari in Estonia, di Swidwin in Polonia, di Mihail Kogalniceanu in Romania, di Graf Ignatievo e Bezmer in Bulgaria e chissà in quali altre!
 
Se poi si considera che, dal 2012, i caccia F-15 Eagle statunitensi di stanza alla base aerea di Siauliai, Lituania, pattugliano quotidianamente lo spazio aereo lungo la costa russa nel Mar Baltico, mentre nel nord-est della Polonia, anche di fronte al confine con la Russia, il governo polacco ha autorizzato l’installazione di tre batterie di missili anti-balistici USA (Patriot Capability avanzato) e che l’Ucraina dovrebbe essere trasformata in fortezza principale della NATO in Europa Orientale, si capisce perché la Russia ha sostenuto il primo movimento separatista in Crimea, dopo la ribellione nell’Ucraina Orientale, dove le popolazioni, per giunta, sono tutte russofile.
 
Così, dopo l’isolamento della Cina portato avanti al G-20, Obama, con l’aiuto della Merkel è riuscito a congelare la presenza di Putin a Brisbane, senza tuttavia averne ottenuto un minimo cedimento, tanto che, dopo aver parlato duramente con Angela Merkel, questi ha deciso di tornare a Mosca. Pertanto, la crisi ucraina rimane come era prima del G-20, con un silenzioso status quo, che legittima, in qualche modo, l’esistenza politica del movimento separatista e l’impossibilità reale da parte del governo di Kiev di sconfiggerlo da un punto di vista militare, o di annullarlo, introducendo tardive misure federali.
 
Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”
 

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