Basta parole sulla Siria

L'occidente deve prendere una decisione anche in relazione ad i rischi legati all'Iran

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Tre dati di fatto sembrano ormai assodati nel conflitto in atto in Siria: più si allunga, maggiori sono le chances di un intervento diretto o indiretto dell'occidente; la profonda divisione tra Stati Uniti e la Russia si sta lentamente rimarginando; infine la guerra civile nel paese continua a dominare la strategia occidentale sul Medio Oriente. Con questa premessa, Gideon Rachman in Actions not words are what matter on Syria sottolinea, tuttavia, che molte domande restano ancora da rispondere.
Per iniziare non c'è una posizione unica “occidentale”. A dimostrarlo il dibattito europeo su come eliminare l'embargo d'armi:  da un lato, Francia ed Inghilterra vogliono essere in grado di rifornire direttamente i ribelli; d'altro lato, la Germania rimane molto scettica su questa posizione. Con profondi divisioni anche all'interno dell'amministrazione americana - dove il nuovo segretario di Stato John Kerry è favorevole ad armare i ribelli; mentre il presidente Barack Obama rimane ostile - su entrambe le parti dell'Atlantico, l'entourage dell'intelligence e della sicurezza tende sempre più a prendere una posizione molto più cauta. 
Nonostante il crescere del bilancio dei morti, quindi, il dibattito si è spostato sulle ragioni dei non interventisti. Questo perché è cambiata la natura del conflitto, come spiega un ministro europeo di cui Rachman non indica il nome. “Pensavamo di dover affrontare una crisi di proteste democratiche che avrebbero rovesciato velocemente Bashar al-Assad; ma in realtà si tratta di una guerra civile e Assad ha ancora enorme supporto interno”. Quindi, all'orrore per i crimini del regime, l'occidente resta molto preoccupato delle infiltrazioni jihadiste nell'opposizione.
Un punto di riferimento su quello che potrebbe divenire la situazione politica in Siria nel dopo Assad, prosegue il Columnist del Financial Times, è la situazione attuale in Libia. Dopo esser stata considerato un successo occidentale, l'intervento che ha deposto il colonnello Gheddafi ha lasciato un paese in uno stato di anarchia ed in cui i fondamentalisti hanno molto più potere degli attivisti democratici. A tutto questo, gli esperti anti-terrorismo sottolineano anche come un intervento armato in Siria produrrebbe una serie di ritorsioni contro obiettivi sensibili della società occidentale. 
La posizione attuale dell'occidente sulla Siria ha portato ad un allentamento delle tensioni con Mosca sulla vicenda. Alla Russia si inizia a riconoscere come le preoccupazioni dimostrate sin dall'inizio sui rischi di destabilizzazione per il fondamentalismo islamico nel paese fossero. Il veto ad ogni risoluzione interventista all'interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite da parte di Mosca è oggi una posizione che agevola la strategia anche di Stati Uniti ed Unione Europea.
C'è un terzo ragione per l'inazione occidentale in Siria: l'Iran. L'ansia sui progressi del regime di Teheran verso la costruzione di un proprio armamento nucleare crescono ed in parallelo con esso i rischi di un intervento armato preventivo sui siti atomici del paese. Molti esperti si domandano come tra due elementi di forte instabilità - la guerra civile siriana e la bomba nucleare iraniana – che senso abbia iniziare una guerra contro l'Iran in piena guerra civile siriana? Rachman risponde attraverso la posizione realista delle relazioni internazionali, che muove le scelte del presidente Obama, vale a dire che il primo compito della politica estera è di proteggere il proprio stato ed i propri cittadini contro minacce alla propria sicurezza. E questo significa preoccuparsi del fondamentalismo in Siria e della bomba iraniana piuttosto che facilitare un nuovo regime a Damasco.

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