Bernanke, anche tu no

L'unico alleato dei disoccupati, la Fed dimostra di voler cambiare strategia

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Bernanke, anche tu no

Per molti versi, Ben Bernanke ed i suoi colleghi sono stati “i buoni” nella gestione di questa crisi economica. Anche se Washington sembrava dimenticarsi dei milioni di disoccupati permanenti, loro hanno sempre cercato in modo mirabile di rilanciare l'economia e l'occupazione. Paul Krugman in Et tu, Bernanke sottolinea proprio come l'attivismo positivo della Fed non è però stato abbastanza, che si dovrebbe fare di più, ma che purtroppo gli economisti della Banca centrale americana stanno preparando il terreno per tornare ad una politica monetaria normale. L'impressione è che la Fed sia stanca, come è emerso chiaramente nella conferenza stampa di Ben Bernanke della scorsa settimana in cui il messaggio era chiaro verso una riduzione imminente dello stimolo monetari all'economia. 
Il problema, prosegue il premio Nobel nella sua analisi, è che è il segnale sbagliato da inviare per lo stato dell'economia attuale. Si vive, infatti, ancora in tempi di economia depressa ed il cattivo messaggio della Fed riduce le possibilità di uscirne nel breve periodo. L'emergenza del paese rimane la distanza rispetto alla piena occupazione comparata alla fase pre crisi 2007-9. E' vero che la disoccupazione sta calando, ma questo riflette un declino delle persone che cercano lavoro e non un aumento di posti a disposizione. E quindi, data questa realtà, l'atteggiamento della Fed crea numerosi problemi futuri. Quello che la Fed controlla sono in particolare i tassi d'interesse di breve periodo e di lungo che riflettono quelli a breve aspettati e correnti. Anche se la Fed, quindi, lascia i tassi a breve invariati, i discorsi come quelli di Bernanke della scorsa settimana che convincono gli investitori che questi potranno aumentare presto, crea spinte al rialzo nel lungo periodo. E dato che questi ultimi sono ciò su cui la spesa privata si basa, indeboliscono inevitabilmente la crescita ed occupazione. 
Non è un caso, infatti, che i tassi hanno iniziato a crescere da quando la Fed ha cambiato il suo atteggiamento. Due mesi quelli sui bond a 10 anni del governo americano erano al 1,7%, il minimo storico e da allora si sono apprezzati fino al 2,4% - ancora bassi per i standard normali, ma non si vive in tempi normali, ribadisce Krugman. Probabilmente una ripresa economica continuerà e si rafforzerà nonostante l'incremento dei tassi, ma forse no ed in ogni caso tassi maggiori minano quella che potrebbe essere una ripresa più consistente. 
Gli economisti della Fed lo sanno bene ed allora perché hanno iniziato ad attuare questa strategia? Una risposta è che hanno iniziato a concordare con coloro che evidenziano gli effetti collaterali della politica monetaria espansiva scelta, in particolare il rischio di bolle speculative. Ma Krugman dichiara di sperare che la ragione sia un'altra, dato che qualunque danno possa produrre un tasso basso è infinitamente inferiore a quello di uno maggiore in termini di disoccupazione futura. Quello che Krugman nella sua analisi ritiene stia accadendo è diverso: gli economisti della Fed si stanno, consciamente o no, piegandosi alla pressione politica di chi da mesi li attacca di minare la credibilità del dollaro e preparare il terreno per un'inflazione incontrollabile. Accuse prive di fondamento data la forza della moneta rimane forte nei mercati ed il livello dei prezzi ad un livello molto basso.  E' triste, conclude Krugman, che la ragione fondamentale per cui l'economia americana è ancora depressa dopo tutti questi anni è perché così tanti politici hanno perso il loro orientamento sugli obiettivi di fondo, dimenticando che la creazione del lavoro era l'emergenza. Fino ad esso la Fed è stata un'eccezione, ma ora anche lei sembra unirsi al club. Et tu, Ben?

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