Bisogna lavorare con la Cina, non "contenerla"

Il “containment” non è lo strumento politico adatto per confrontarsi con una Cina in ascesa

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Bisogna lavorare con la Cina, non "contenerla"

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Nel suo ultimo intervento sul New York Times, "Work With China, Don’t Contain It", Joseph Nye esordisce riportando la previsione fatta dall’Economist in merito alla crescente tensione tra Cina e Giappone che “starebbe facendo scivolare i due Paesi verso la guerra”. Un previsione che, a detta di Nye, potrebbe apparire troppo allarmista ma che ha indotto molti analisti americani a premere per una politica di “contenimento” della Cina. In realtà, riporta Nye, sono molti in Cina a credere che il “containment” sia il centro della nuova strategia americana nel Pacifico, ribattezzata “pivot to Asia”.
Il “containment”, ci spiega Nye, è stato progettato in un’epoca diversa. All’inizio della guerra fredda, “containment” significava isolare economicamente l’Urss per scoraggiare l'espansione militare di Mosca. In seguito, per il disappunto di George F. Kennan,  padre della politica del "contenimento", la dottrina ha portato alla teoria dell' "effetto domino" che sta dietro all'escalation della guerra del Vietnam.
La Cina di oggi, continua Nye, non è l'Unione Sovietica di allora, non è alla ricerca dell’egemonia globale e gli Stati Uniti non solo hanno uno scambio commerciale immenso con la Cina, ma anche scambi enormi di studenti e turisti. 
Nel 1994 l’amministrazione Clinton respinse il “containment” e  gli Usa optarono per una strategia del tipo  “integrate but hedge”, qualcosa di simile alla dottrina reaganiana “fidati, ma verifica” (“trust but verify”). Da un lato, l’America ha sostenuto l’adesione della Cina all'Organizzazione mondiale del commercio e ha accettato merci e turisti cinesi, dall’altro, la Dichiarazione Clinton-Hashimoto del 1996, che ha rinnovato il Trattato di sicurezza nippo – americano, ha continuato ad essere il perno della politica americana nell’area asiatica, accompagnato da un miglioramento dei rapporti con l'India, voluto sia da Clinton che da George W. Bush. Il vice segretario di Stato di Bush, Robert B. Zoellick, ha chiarito che l'America avrebbe accettato l'ascesa della Cina come un’ "azione responsabile".
Il "ribilanciamento” strategico voluto da Obama verso l'Asia, spiega Nye, comporta lo spostamento di risorse navali nel Pacifico, ma anche iniziative commerciali, in materia di diritti umani e diplomatiche. Come il suo consigliere per la Sicurezza nazionale, Thomas E. Donilon, ha detto nel mese di novembre, il rapporto sino - americano "ha sia elementi di cooperazione che di competizione."
L’Asia non è un monolite e il suo equilibrio interno di potere dovrebbe essere la chiave per la  strategia americana, sostiene Nye. Giappone, India, Vietnam e altri paesi non vogliono essere dominati dalla Cina e quindi accoglierebbero positivamente una presenza americana nella regione. A meno che la Cina non sia in grado di attrarre i propri vicini sviluppando con successo il proprio "soft power", l'aumento delle capacità militari ed economiche cinesi rischia di spaventare i   Paesi vicini, che si alleeranno per bilanciarne il potere.
Nella visione di Nye, una significativa presenza economica e militare americana in Asia aiuta a mantenere l'equilibrio di potere nella regione e a definire un ambiente che incentiva la Cina a cooperare. Dopo la crisi finanziaria del 2008-9, alcuni cinesi hanno erroneamente creduto che l'America fosse in declino permanente e che bisognava sfruttare  l’opportunità che si stava presentando. Il risultato è stato un deterioramento delle relazioni cinesi con il Giappone, l'India, la Corea del Sud, Vietnam e Filippine.
Ma la strategia americana verso l'Asia non deve essere aggressiva. Per Nye bisogna prestare attenzione all’avvertimento di Kennan contro un eccesso di militarizzazione e garantire che la Cina non si senta accerchiata o in pericolo. Le due più grandi economie del mondo hanno molto da guadagnare da una cooperazione in materia di lotta ai cambiamenti climatici, pandemie, cyber-terrorismo e proliferazione nucleare.
Con la Cina sempre più dipendente dall'energia del Medio Oriente, si dovrebbe mettere a punto un nuovo Codice di navigazione per garantire il libero passaggio delle navi e includere la Cina nelle esercitazioni navali nel Pacifico. Si dovrebbe aiutare la Cina a sviluppare le risorse energetiche interne e incoraggiare Cina e  Giappone a rivitalizzare il Piano del 2008 per lo sfruttamento comune del gas sottomarino. In più, qualora la Cina accettasse di adeguarsi a determinati standard, si potrebbe offrile di prendere parte ai negoziati per il  Partenariato Transpacifico, un accordo di libero scambio in tutto il Pacifico.
Il “containment” non è lo strumento politico adatto per confrontarsi con una Cina in ascesa, conclude Nye.  Il potere è la capacità di ottenere i risultati che si vogliono e talvolta il potere americano è maggiore quando si agisce “con” gli altri piuttosto che “sugli” altri.
 

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