"Bisogna svalutare l'euro al livello dell'economia italiana". Dallo Spiegel

La BCE deve salvare l'anello più debole, fra quelli più importanti, della catena prima che questa si spezzi

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"Bisogna svalutare l'euro al livello dell'economia italiana". Dallo Spiegel



di Stephan Kaiser dallo Spiegel
 
Traduzione di Matteo Thormann (Fonte)

 
Al momento, Mario Draghi le sta provando tutte per abbassare il valore dell’euro e rovinare la vita agli investitori. Nel fine settimana, al meeting annuale del fondo monetario internazionale (FMI) a Washington, il Presidente della Banca centrale europea (BCE) ha minacciato di aggiustare ulteriormente la politica monetaria per reagire al rafforzamento del tasso di cambio.
 
Si è trattato di un segnale per gli investitori: se continuerete a spingere il tasso di cambio dell’euro verso l’alto, vi rovineremo l’investimento con bassi tassi di interesse.
 
Ciò che inizialmente sembra un altro capitolo nella battaglia globale della valuta, è in verità un cambio di strategia totale. Questo è ancor più vero se si pensa che Draghi lo ha dichiarato al meeting del FMI – un’istituzione che rifiuta con decisione qualsiasi manipolazione del tasso di cambio, come ha lasciato intendere il direttore generale Christine Lagarde in un’occasione simile, quando ha maledetto la politica giapponese di svalutazione dello yen.
Ma questa volta LaGarde non dovrebbe avere alcun problema con l’annuncio di Draghi. “La BCE ha ricevuto il via libera per indebolire l’euro”, dice Hans Redeker della banca Morgan Stanley. La situazione in Europa sembra essere così seria, che può essere risolta solo con misure estreme.
 
Anzi, forse il più grande problema dell’euro al momento è proprio la sua forza. A metà 2012, il tasso di cambio con il dollaro stava rotolando verso quota 1,20 $, ed ora sta nuovamente toccando quota 1,40 $.
 
In un primo momento suona molto bene, ma in realtà è piuttosto pericoloso. Perché il corso è chiaramente troppo alto per l’economia della maggior parte dei paesi dell’area euro. A causa di una moneta forte, i loro prodotti diventano troppo costosi all’estero e quindi vengono venduti con molta più difficoltà.
 
Ciò accade soprattutto a quei paesi che si trovano in crisi da anni, e che stavano per compiere qualche piccolo progresso: la Spagna per esempio, il Portogallo e la Grecia. Ma accade anche a due pesi massimi dell’economia dell’eurozona, che ultimamente stanno sprofondando nella miseria: Italia e Francia.

Per la maggior parte dei Paesi, l’euro è troppo caro
 
Redeker, economista di Morgan Stanley, ha calcolato quale tasso di cambio si adatterebbe specificamente ai singoli Paesi dell’Unione, in modo da non rischiare di mettere in pericolo la propria competitività. Per fare ciò, ha preso il costo del lavoro per unità di prodotto come misura, in pratica il costo del lavoro in relazione al PIL. Il risultato è allarmante: un cambio dell’euro a 1,38 dollari sarebbe del 8% troppo alto per la Spagna, del 11% per la Francia, del 15% per l’Italia e di un incredibile 26% per la Grecia 26 (vedi tabella).


 
Per la Germania l’euro è addirittura troppo debole. Appena ad un cambio di 1,52 $, le esportazioni locali inizierebbero ad avere problemi. La vede allo stesso modo anche Volker Treier, vice capo esecutivo dell’associazione tedesca delle camere dell’industria e del commercio (DIHK). “Per l’economia tedesca, l’attuale tasso dell’euro non è un problema,” dice Treier. Sulle merci tedesche che più vengono esportate, come per esempio le macchine d’alta qualità, “i costi incidono molto di meno rispetto alla promessa di qualità”. Diversa è la situazione in paesi come Spagna, Italia e Portogallo, che esportano molti alimenti o prodotti tessili, dove i costi hanno un’importanza maggiore.
 
Per le aziende di questi paesi, la ritrovata fiducia dei mercati finanziari e la concomitante ascesa del prezzo dell’euro, è il vero problema – o come ha detto Treier: “tutto il bene porta con se un po’ di male”.
 
Questo potrebbe sembrare un eufemismo, se non fosse che dietro i rischi di un aumento del tasso di cambio si annida un problema ben più grave: la deflazione. In alcuni paesi dell’eurozona, i prezzi stanno già calando. Se quei paesi dovessero affrontare anche un tasso di cambio che rimanga elevato troppo a lungo, ciò frenerebbe ulteriormente l’economia. Si rischia una spirale di minori investimenti e diminuzione dei salari, da cui se ne esce con molta difficoltà. “Se non si sta attenti”, avverte Redeker, “si avrà da subito un cambiamento duraturo del comportamento economico.”
Questo rischio è ben chiaro anche al governatore della BCE Mario Draghi, quando annuncia misure per contrastare il forte tasso di cambio dell’euro. Se bastino parole, o se Draghi debba effettivamente passare ai fatti, non è ancora chiaro. Nel corso della riunione del Consiglio direttivo della BCE ai primi di aprile, il governatore si è dichiarato pronto per un possibile programma di acquisto di titoli di Stato (QE), che abbasserebbe i tassi di interesse e rendere l’euro meno attraente.
 
Ma fino a quanto dovrebbe scendere il tasso di cambio, al fine di evitare in modo certo la deflazione? “La BCE dovrebbe basarsi sull’anello attualmente più debole, fra quelli più importanti, della catena: l’Italia”, dice il banchiere Redeker. “In caso contrario, esiste il rischio che la catena si spezzi.”

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