Intervistato dalla Cnn, l'ex primo ministro britannico, Tony Blair, ha, per la prima volta dal 2003, ammesso "qualche errore" commesso durante la guerra in Iraq e riconosciuto che il conflitto potrebbe aver causato l'ascesa dello Stato Islamico, "anche se non si può dire che chi ha rimosso Saddam nel 2003 sia responsabile della situazione del 2015".
"Mi scuso perché il rapporto dei servizi segreti (sulla presenza in Iraq di armi di distruzioni di massa) era sbagliato. Mi scuso anche per alcuni errori nella pianificazione dell'intervento militare soprattutto chiedo scusa per la sottovalutazione di quelle che sarebbero potute essere le conseguenze una volta rimosso il regime".
Le scuse di Blair per la guerra in Iraq e l'ascesa dell'ISIS sono in netto contrasto con il suo reiterato rifiuto di assumersi la responsabilità del conflitto, o delle sue conseguenze a lungo termine. Nel 2007, infatti, dichiarò: "Non credo che dovremmo chiedere scusa a tutti per quello che stiamo facendo in Iraq".
La confessione di Blair arriva una settimana dopo le rivelazione del Mail on Sunday che ha pubblicato una nota informativa del 2002 redatta dall'allora Segretario di Stato americano Colin Powell per il presidente Bush che confermerebbe che Blair avrebbe dato il suo assenso a partecipare alla guerra in Iraq un anno prima dell'invasione del 2003.
Tra le carte trapelate c'è un memo scritto nel marzo 2002 dall' ex Segretario di Stato americano Colin Powell per l'allora presidente George W. Bush, in cui dice: "Sull' Iraq, Blair sarà con noi nel caso in cui dovessero essere necessarie operazioni ... Egli è convinto su due punti: la minaccia è reale, e il successo contro Saddam produrrà successo regionale".
Peccato che nel frattempo, Blair sosteneva che "questo è un problema che ci impone di considerare tutte le opzioni", e "non stiamo proponendo un'azione militare"
Il documento è stato scritto una settimana prima del famoso incontro tra Bush e Blair al ranch di Crawford in Texas, dove il premier inglese per la prima volta segnalò la sua disponibilità a sostenere l'azione militare in Iraq
Per non dimenticare:
A seguito dell'invasione del 2003 sono morti fino ad 1 milione di uomini, donne e bambini.
700mila secondo il Centro Studi Internazionali del MIT, una delle più importanti università di ricerca del mondo, con sede a Cambridge, nel Massachusetts (Stati Uniti), che non tiene conto dei morti tra gli sfollati, quasi il 20% della popolazione.
Secondo fonti Onu, 600mila orfani e 1.3 milioni di cittadini iracheni sono stati sfollati internamente e quasi 2,5 milioni sono fuggiti all’estero.
Durante l’occupazione straniera dell’Iraq, ed esattamente nel periodo 2003-2011, sono stati uccisi 116.903 civili contro 4.804 militari stranieri, soprattutto americani.
Solo durante il 2012, sono morte oltre 4.500 persone, un record negativo che vede il numero delle vittime crescere per la prima volta dal 2009.
La comunità scientifica denuncia "la strage degli innocenti”, ben documentata dai tanti studi scientifici pubblicati in questi ultimi anni, che paragonano i tassi di malformazione dei neonati di Falluja a quelli di Hiroshima e Nagasaki. In Iraq un bambino sopravvissuto su quattro ha problemi nello sviluppo fisico o intellettuale a causa della malnutrizione. Ci sono circa 35.000 morti infantili ogni anno, più di un quarto dei bambini iracheni, tre milioni, soffre di disturbi post traumatici da stress.
Nel 2012, il 54% dei neonati di Falluja soffriva di gravissimi problemi al cuore, al cervello, alla spina dorsale e ai polmoni.
A Bassora, i neonati con difetti gravi alla nascita sono oltre il 60%, quindi 37 ogni 1000.
Piombo, mercurio, diossina e uranio impoverito: c'è tutto questo nel sangue dei bambini iracheni.
Secondo un rapporto dell’Università del Michigan del 2009, il tasso di tumori e leucemie e della mortalità infantile osservati nella città di Falluja erano più elevati di quelli di Hiroshima e Nagasaki nel 1945”.
In pochi poi ricordano che l’embargo imposto all’Iraq nel 1990 dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu per l’invasione del Kuwait e rimosso nel 2003, è senza precedenti per la gravità delle conseguenze umanitarie prodotte sulla popolazione irachena. L’Unicef stima che mezzo milione di bambini iracheni sono morti a causa delle sanzioni. Embargo del quale Usa e GB sono stati ingegneri.
Se c'è una lezione che l'Occidente rifiuta semplicemente di imparare quando si tratta di politica estera in Medio Oriente è che la rimozione forzata di autocrati porta quasi sempre al caos, scrive il blog americano ZeroHedge.
Questo non vuol dire che promuovere i principi democratici e incoraggiare un governo "del popolo, dal popolo e per il popolo" non sia in qualche modo un nobile scopo a livello teorico. Il vero cambiamento politico deve essere completamente organico e non può essere portato attraverso un intervento militare o da tentativi di infiltrazione nelle rivolte popolari.
Questa strategia non funziona.
I risultati di questo tipo di strategia fallimentare sono evidenti ovunque in Medio Oriente. C'è la Libia, che ora è un deserto devastato dalla guerra a seguito della morte di Gheddafi. C'è l'Egitto, dove la confusione che regnava durante la primavera araba ha costretto gli Stati Uniti ad appoggiare Mohamed Morsi solo per vedere il suo governo rovesciato da un colpo di stato militare che alla fine ha insediato come presidente l'ex capo dell'intelligence militare di Mubarak, Abdel Fattah al-Sisi. C'è la Siria, dove gli sforzi da parte di Washington, Ankara, Riyadh e Doha di destabilizzare Assad hanno portato ad una sanguinosa guerra per procura che ha causato centinaia di migliaia di morti e milioni sfollati. E naturalmente c'è l'Iraq, che Stati Uniti e Gran Bretagna hanno invaso con il falso pretesto della presenza di armi di distruzione di massa - mai trovate - solo per vedere il paese sprofondare nel caos dopo la cacciata di Saddam.
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