Capitalismo in crisi: il trumpismo è una risposta regressiva

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Capitalismo in crisi: il trumpismo è una risposta regressiva



di Gianpasquale Santomassimo

Mi guardo bene dall’abbracciarmi da solo, come fa il commissario Gentiloni, o dal delirare su un 25 aprile mondiale come fa Giannini su La Stampa. 
Però non posso nascondere il sollievo per la sconfitta di Trump. 
Né mi verrebbe mai in mente di pontificare su Biden e Trump semplici facce equivalenti del “capitalismo”, come è d’uso in quel primitivismo pseudo “marxista” che riaffiora sempre più spesso. Neppure nella vera Età degli Estremi, come l’aveva definita Hobsbawm, i militanti più appassionati arrivavano a considerare Roosevelt e Hitler pure espressioni del sistema capitalista, sebbene la definizione fosse “tecnicamente” possibile, e sebbene attorno a Hitler si raccogliesse senza dubbio un grumo esteso di forze popolari che si consideravano in lotta contro un “sistema” dominante, cui attribuivano connotazioni spesso fantasiose e incoerenti. 

Certamente siamo lontanissimi dai 18 punti di distacco che il mondo liberal dava per certi un mese fa. La vittoria di Biden è molto netta in termini di voto popolare, ma non lo è altrettanto nei termini costituzionali, che sono gli unici che contano. Si può dire anzi che è una vittoria risicata, resa possibile da una “lista di disturbo” che per la prima volta danneggia i repubblicani anziché i democratici. La signora Jo Jorgensen, nata non a caso a Libertyville, Illinois, nel 1957, è una specie di Emma Bonino al quadrato e come candidata presidenziale del Libertarian Party ha sottratto a Trump negli stati chiave quel tanto di voti che ha fatto vincere Biden. C’è una sorta di contrappasso beffardo nella sconfitta di Trump, di cui è artefice una destra ultraliberista interprete di una avversione a qualsiasi forma di presenza dello Stato nella vita associata.  
Comunque Trump guadagna voti rispetto al 2016 e sembra consolidare un blocco solido quanto eterogeneo, che non è certo “la classe operaia bianca” ma che è anche ceto medio in crisi, non solo bianco ma pure ispanico e talvolta coloured. Che è anche la maggioranza delle donne bianche, a quanto pare, a smentire semplificazioni grossolane come quelle che il mondo liberal ama raccontarsi.  
Direi che come c'è stata sottovalutazione di Trump, allo stesso modo bisognerà riconoscere che nella sinistra europea c'è stata sottovalutazione di Joe Biden, descritto come grigio uomo di apparato messo lì solo per togliere la nomination a Sanders di cui chissà perché si riteneva “certa” la vittoria. 
Biden che sembra avviarsi a divenire il presidente americano più votato dal popolo nella storia degli Usa. E che per fortuna non è Hillary. Ma è riuscito a recuperare proprio laddove la signora Rodham aveva fallito, ristabilendo un legame con i sindacati e garantendosi stavolta il sostegno della sinistra interna, di cui ha accettato molte istanze programmatiche, che non sappiamo se sarà in grado di realizzare. 
Personalmente trovo la sua aurea mediocritas rassicurante in un’epoca di mediocri superomismi esibiti o spacciati per tali. Invece non trovo rassicurante affatto la figura della vicepresidente multirazziale che ha suscitato l’entusiasmo del progressismo generico. E anche dei poliziotti più violenti negli Usa e dei colonialisti più infami in terra di Palestina. 

Si era capito presto che non avremmo avuto "il vincitore la sera stessa del voto". Ma la cosa interessante delle trasmissioni erano i collegamenti con i corrispondenti dalle varie realtà americane, da cui emergeva un quadro molto diverso da quello immaginato in Europa. Per fare un esempio, si capiva che il voto degli ispanici non andava in blocco ai democratici, ma in molti stati prevaleva il voto per Trump. In parte lo stesso ragionamento si poteva fare addirittura, in casi molto limitati, per il voto degli afroamericani. La motivazione esibita: Trump aveva aumentato i posti di lavoro e garantito una relativa sicurezza. Ma anche l'idea che le varie comunità fondate sulla diversità sessuale votino in blocco per i democratici è un’idea molto semplicistica coltivata in Europa. Che contiene in nuce l'idea fallimentare, e operante ormai da decenni, che la sinistra si costituisca attraverso l'assemblaggio di tutte le minoranze, rinunciando a rivolgersi al complesso dell'elettorato. E’ una visione del mondo che rivela tutti i suoi limiti. Si dimentica di avere a che fare con persone, che hanno passioni, interessi, angosce, preoccupazioni e traversie molteplici e complesse, e che non si possono inchiodare al puro dato dell'appartenenza etnica o sessuale. 

Una ulteriore notazione: è al tempo stesso significativo e innaturale che ormai la polemica fondamentale dei "democratici", negli Usa come in Europa, sia quella rivolta contro il "populismo". Laddove era stata proprio la tradizione democratica a colorarsi da sempre di toni populistici in polemica contro l'establishment. Bill Clinton fu l'ultimo interprete vittorioso di questa tradizione, che cominciò a declinare proprio nella campagna fighetta di Al Gore contro Bush jr. Le elezioni del 2016 segnarono il completo rovesciamento di quella tradizione, che assegna ormai ai repubblicani un ruolo prima impensabile nella storia politica americana.

Passata è la tempesta, odo globalisti far festa. 
Può ripartire la narrativa progressista dove si era arenata? Probabilmente sarà inevitabile, e ne vediamo già le avvisaglie. Si spera che questo non avvenga con la stessa arroganza e la stessa cieca volontà di autoilludersi che aveva connotato il monologo dei progressisti attorno alle cose del mondo.  
Il trumpismo è una risposta regressiva da ogni punto di vista a una crisi reale e tuttora operante. Ma, appunto, gli elementi di quella crisi e del disagio diffuso che provoca sono ancora tutti squadernati davanti agli occhi, possono farsi ancora più drammatici e drastici, richiederebbero capacità di dialogo e di far politica in forme nuove senza percorrere vecchie strade fallimentari. 
Anche perché non è detto che a catalizzare queste forme di protesta debbano essere per necessità personaggi eccessivi e un po’ grotteschi come nel continente americano, o buoni a nulla e incapaci come in Italia. 
Potrebbe emergere prima o poi una nuova forma di politico reazionario che prenda sul serio il mantra del superamento dei confini tra destra e sinistra, agisca di conseguenza, riesca a smussare i tratti più antistorici e regressivi di questa politica e operi di conseguenza quello “sfondamento a sinistra” che è pure nel novero delle possibilità.

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