Chi pagherà la crisi da coronavirus
di Geraldina Colotti
Secondo tutti gli indicatori, la pandemia da coronavirus provocherà una crisi ancora più devastante di quella del 1929. Secondo l’ultimo rapporto della ong Oxfam, che si serve delle inchieste più avanzate a livello mondiale, lo shock pandemico rischia di ridurre in povertà tra il 6 e l’8% della popolazione mondiale.
In alcune regioni del sud globale, il livello di povertà tornerebbe a essere quello di trent’anni fa, polverizzando i progressi registrati negli Obiettivi di sviluppo del Millennio stabiliti dalle Nazioni Unite. La crisi peserà soprattutto sui 2 miliardi di lavoratori del settore informale. Nei paesi poveri, il 90% dei posti di lavoro è informale, a fronte del 18% nei paesi ricchi.
Le proiezioni della Banca Mondiale dicono inoltre che la disoccupazione, in Europa, nel 2020 potrebbe raddoppiare, e che saranno a rischio quasi 60 milioni di posti di lavoro. A un’inchiesta di EuroFound, il 28% degli europei ha dichiarato di aver perso il proprio lavoro, in modo temporaneo o definitivo, dall’inizio della pandemia.
In Italia, ovvero nella terza economia della zona euro, almeno 3 milioni di persone hanno contratti al nero e quindi sono escluse dagli aiuti disposti dal governo. Oltre un terzo della popolazione, che ammonta a 60.317.000, ha serie difficoltà economiche.
Già prima della pandemia, il 25% degli italiani non poteva affrontare una spesa imprevista di 800 euro senza indebitarsi, e un terzo delle famiglie dichiarava di non possedere la liquidità necessaria per vivere più di tre mesi senza cadere in povertà.
Già prima del Covid-19, la concentrazione della ricchezza mondiale in pochissime mani, rendeva evidente quanto i dati della crescita, letti dal punto di vista dell’economia borghese, nascondessero gigantesche disuguaglianze. A metà del 2019, dal punto di vista patrimoniale, l’1% della popolazione mondiale possedeva più del doppio della ricchezza netta di 6,9 miliardi di persone. Ciononostante, all’inizio del 2020, in 46 dei paesi più poveri al mondo, le spese per debito estero superavano, mediamente, di quattro volte la spesa pubblica per la salute.
In Italia, la forbice della disuguaglianza è andata aumentando via via che veniva sconfitto il potere organizzato delle classi popolari. Il quadro di diritti, conquistato nel ciclo di lotta degli anni ’70, è stato progressivamente eroso. Il 20 maggio del 1970, quando venne approvato in Parlamento lo Statuto dei lavoratori, non solo l’estrema sinistra, allora molto forte, ma anche il Partito Comunista, che si astenne dal voto, lo consideravano un livello minimo di compromesso raggiunto.
Allora, la posta in gioco era il potere, non le mediazioni parlamentari. Ci si divideva sui tempi e sui modi, ma non sulla necessità di trasformare l’ordine economico e politico esistente. Era normale, allora, gridare dappertutto: “La crisi la paghino i padroni”. Quello Statuto, pur molto avanzato perché rifletteva il livello raggiunto dalle lotte, veniva considerato dalla Nuova sinistra una truffa ai danni dei lavoratori. Allora, si pensava a costruire il potere popolare, dai Consigli di fabbrica a quelli di Zona.
L’alternativa tra riforme e rivoluzione si stava ponendo in modo molto netto. A fronte della reazione della borghesia al servizio degli USA, delle stragi compiute da fascisti e servizi segreti, quel ciclo di lotte radicali si proiettò per oltre un decennio, anche attraverso le organizzazioni di guerriglia.
Dopo le grandi ristrutturazioni capitaliste degli anni 1980, dopo la sconfitta delle avanguardie di lotta e gli oltre 5.000 prigionieri e prigioniere politiche, quasi tutti condannati all’ergastolo, la borghesia si è ripreso il terreno, a colpi di licenziamenti massicci e politiche neoliberiste, che hanno fatto strame di quei diritti.
Si è distrutta l’identità collettiva delle classi popolari e la loro dignità, la memoria di quelle lotte è stata processata nei tribunali. I riformisti di allora sono diventati i cantori del ritornello secondo il quale non esistono alternative al capitalismo, e i lavoratori devono quindi lucidare per bene le proprie catene anziché spezzarle.
Il 20 maggio, sindacati di base e movimenti popolari hanno manifestato sotto il Parlamento nei primi giorni della ripresa, ricordando come lo Statuto dei Lavoratori così come molte altre leggi sindacali sia stato praticamente cancellato. C’è stata anche una manifestazione dei braccianti, prevalentemente immigrati, costretti a lavorare al nero e senza alcuna tutela.
Le organizzazioni popolari, che non siedono in Parlamento anche per via di una legge elettorale che favorisce questi assetti politici, denunciano che il decreto del governo ha ceduto agli industriali: quegli stessi che, nel nord d’Italia, dove più devastante è stata la pandemia, portano la responsabilità dei ritardi nelle chiusure, e che ora contano di far pagare la crisi ai lavoratori privi di tutele.
Persino le timide aperture del governo – peraltro pressoché rimasti a livello di enunciati - indicano invece la necessità e la possibilità di un cambio di rotta strutturale. Una svolta che consenta a uno Stato non inginocchiato agli interessi del gran capitale di riprendere in mano le leve dell’economia e pianificare la produzione in base agli interessi reali e non a quelli del profitto.
Ma un’inversione di tendenza sarà possibile solo se, come ha spiegato l’economista Pasqualina Curcio in un suo ultimo articolo, torneremo a comprendere i meccanismi che reggono la contraddizione tra Capitale e Lavoro e ne trarremo le conseguenze. Marx lo ha spiegato a suo tempo in “Salario, prezzo e profitto”.
In Venezuela, dove l’economia è pervertita dalla guerra economica imposta dall’imperialismo, il grado reale di sfruttamento del lavoro da parte del capitale – dice Curcio – è del 268%. In Italia, dove alcune delle principali imprese hanno spostato la sede in un paradiso fiscale per non pagare le tasse, che invece pesano sempre sui lavoratori, il grado di sfruttamento è indicato dall’enorme divario esistente tra ricchi e poveri. Dal lavoro sommerso come da quello legale, i capitalisti hanno ricavato profitti altissimi, e intendono continuare a farlo anche nel post-pandemia.
Già prima del coronavirus, in Italia, il 10% più ricco deteneva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero. In vent’anni, mentre la metà più povera degli italiani ha visto ridurre la propria ricchezza del 36,6%, i ricchi hanno goduto di un aumento pari al 7,6%.
L’anno scorso, sotto il profilo patrimoniale, la quota di ricchezza posseduta dall’1% più ricco, superava quella detenuta dal 70% più povero. E mentre chi ha un salario minimo non riesce a arrivare alla fine del mese, un manager può arrivare a guadagnare anche 6 milioni di euro all’anno.
(Articolo pubblicato sul Cuatro F)

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