Ciò che non è del tutto chiaro al mondo sulla guerra in Afghanistan

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Ciò che non è del tutto chiaro al mondo sulla guerra in Afghanistan



di Walimohammad Atai
 

Pochi giorni fa, in occasione della sua prima visita ufficiale a Kabul, Il primo ministro pakistano Imran Khan ha accettato di incontrarsi con il presidente afghano Ashraf Ghani. Uno l'obbiettivo principale per i vertici del governo di Ghani: fermare gli attacchi dei talebani da decenni dilaniano l'Afghanistan. Ma tale proposito sembra essere in contrasto con le volontà del Pakistan, che ha già dimostrato di trarre notevoli vantaggi dall'instabilità causata dalla violenza esercitata in Afghanistan dai talebani.

"Voi venite con dei messaggi molto importanti" – ha enfatizzato Ghani – "ma è essenziale ricordare, a tal proposito, che la violenza non è una risposta, né tanto meno una soluzione politica globale, per l'ottenimento di una pace duratura". Il presidente afghano ha concluso auspicando un'altra strada per il futuro dell'Afghanistan.

Da tempo, sono molti gli afghani che percepiscono Islamabad come il principale responsabile della forza dei talebani, da sempre al sicuro sotto l'ala del governo pakistano. Lo stesso arrivo di Khan a Kabul lo scorso 20 novembre era stato accolto tra le numerose proteste dei cittadini. "Pakistan produttore ed esportatore di terrorismo" recitano i cartelli dei manifestanti, in riferimento al coinvolgimento di Islamabad negli attacchi da parte delle forze talebane. Proprio nello stesso giorno del rientro del Primo Ministro pakistano, i talebani hanno rilanciato l'offensiva in diversi parti dell’Afghanistan. Questi, insieme ad altri innumerevoli episodi di guerriglia, non fanno che accrescere ulteriormente la diffidenza degli afghani verso il Pakistan.

Inoltre, la situazione tra i due stati si è inaspettatamente aggravata nel corso degli ultimi due mesi. Gli episodi di violenza e di guerriglia sarebbero dovuti diminuire in seguito ai negoziati aperti a Doha lo scorso 12 settembre. Ma l'incontro tra i vertici del governo afghano e talebani sembra aver sortito l'effetto contrario. Lo scorso 21 novembre due ordigni sono esplosi a Kabul. Poco dopo, una pioggia di almeno di diciannove razzi ha colpito la capitale afghana. Molteplici le zone della città colpite dagli attacchi: tra le tante, si annoverano i centralissimi quartieri di Wazir Akbar Khan e Shahr-e-Naw e le rotatorie di Chahar Qala, Gul-e-Surkh nel PD4 e Sedarat. Secondo il ministero dell'Interno, non sarebbero state risparmiate neppure la Spinzar Road, sita nel cuore della città—a pochi passi dall'Archivio Nazionale—e la Lysee Maryam, che ospita il mercato cittadino. Il bilancio delle vittime è fermo per adesso ad una vittima (identificato in uno dei membri delle forze di sicurezza). Ignoto, invece, il numero di feriti, la cui maggioranza è stata trasportata d'urgenza all'ospedale di Emergency nella zona di Shahr-e-Naw a Kabul.

Tutto questo mentre il segretario di stato americano Mike Pompeo si trovava a Doha per discutere una possibile pace tra governo afghano e talebani e una riduzione della violenza degli scontri, mentre gli Stati Uniti si preparano a ridurre la propria presenza in Afghanistan.
E' possibile che le forze talebane siano parte di uno schema più ampio, volto a minare l'influenza dell'India in Afghanistan. Il Pakistan ha infatti una lunga storia di rivalità con la vicina India: minare la stabilità politico-economica afghana significa anche limitare fortemente le mire espansionistiche dei vertici di Delhi.

I talebani agiscono come la longa manus del Pakistan. Più specificatamente, i gruppi armati opererebbero secondo gli interessi della Inter-Service Intelligence (ISI), una delle branche più prominenti dei servizi di Intelligence pakistani. Attraverso l'impiego dei talebani, l'ISI attua ormai da lungo tempo una strategia di guerra non convenzionale (Unconventional war, UW) atta a raggiungere i propri obbiettivi nazionali. E la destabilizzazione dell'Afghanistan è parte fondamentale di questo conflitto.
L'iniziativa dell'ISI in territorio afghano aveva inizialmente ottenuto il pieno appoggio dell'allora presidente Mohammed Zia-ul-Haq, dopo che quest'ultimo era salito al potere nel 1979 con un sanguinoso colpo di Stato. Tale sostegno continua ancora oggi sotto il presidente democraticamente eletto Imran Khan. La situazione attuale sembra però non esse chiara alla comunità globale.

Ma perché il Pakistan sta seguendo questa strategia? E perché proprio ai danni dell'Afghanistan? La risposta consiste in una sola parola: Pashtunistan, il termine che da generazioni incute timore nei cuori dei leader pakistani. Il suo significato, letteralmente “Terra dei pashtun", è un concetto profondamente radicato nelle menti delle tribù di etnia pashtun che si trovano a cavallo del confine afghano–pakistano. E rappresenta soprattutto una potenziale minaccia esistenziale per il Pakistan moderno.

La linea che divide le due nazioni, nota come Linea Durand, è mal definita e contestata sin dalle sue origini. Tracciato dal britannico Mortimer Durant, il confine aveva come obbiettivo la divisione dei pashtun al fine di rendere l'Afghanistan uno stato debole. Nella visione degli inglesi, quest'ultimo doveva funzionare come cuscinetto tra l'India britannica (il moderno Pakistan) e l'Impero russo, le cui mire espansionistiche verso il territorio indiano costituivano una minaccia per l'Inghilterra. Sin da Abdur Rahman, i governatori afghani hanno universalmente disconosciuto la legittimità della Linea Durant. E Ashraf Ghani, anch'egli pashtun, non fa eccezione.

L'ultima tragedia è avvenuta lo scorso agosto, quando il Pakistan ha lanciato circa 340 razzi verso l'Afghanistan, causando panico e terrore tra i civili e ingenti danni alle città colpite. Ma episodi come questi non sono una novità. Quasi ogni giorno è possibile assistere a schermaglie tra le truppe pakistane e quelle afghane lungo tutto il confine.

Ovviamente, la maggior parte dei pashtun afghani sogna una riunificazione con le tribù che si trovano aldilà della Linea Durant. Ma le speranze di un 'Grande Afghanistan' devono fare i conti con un'aspra realtà. Per il Pakistan, questo processo comporterebbe la perdita di importanti zone territoriali. Senza contare che Islamabad dovrebbe privarsi dei porti di Jiwani, Gwadar e Pasni, che garantendo al Pakistan di affacciarsi sul Golfo dell'Oman e da qui sul Golfo persico sono sono di essenziale importanza strategica.

I vertici del Pakistan non possono assolutamente permettersi di perdere il confine nord-occidentale. Per garantire che ciò non avvenga, è necessario mantenere un Afghanistan debole. Ma le preoccupazioni del Pakistan non hanno fatto che aggravarsi negli ultimi anni. Oltre alla minaccia dei pashtun, un'altra ombra incombe su Islamabad. L'attuale governo di Kabul ha migliorato notevolmente le relazioni con l'India, storica rivale del Pakistan. Le due potenze sono state interpreti di quattro grandi conflitti nel corso del XX° secolo (1947, 1965, 1971 e 1999) e tutt'oggi danno regolarmente prove di forza su tutti i confini comuni, specialmente nei pressi della contestata regione del Kashmir.

L'India, che in passato aveva sostenuto l'Alleanza del Nord contro i talebani e lo stesso Pakistan, ha rafforzato progressivamente il proprio legame con l'Afghanistan. Dapprima tramite l'apertura dei consolati di Kandahar, Jalalalabad, Herat e Mazar-e-Sharif dopo l'insediamento di Hamid Karzai, sino a giungere ai più recenti investimenti nel settore privato e governativo afghano.

Sotto questa luce, le motivazioni che sostengono le azioni del Pakistan appaiono adesso più evidenti. Intervenire direttamente in Afghanistan comporterebbe un impiego di forze militari che Islamabad non può permettersi: il confine indiano ne risulterebbe inevitabilmente indebolito. E la situazione in Kashmir è critica. Una guerra non convenzionale è la soluzione più logica. Mentre le truppe talebane operano in territorio afghano secondo gli interessi dell'ISI, il Pakistan può opporsi efficacemente al proprio avversario principale: l'India.

In ultimo, è opportuna una riflessione sull'origine dei talebani. Questi ultimi sono non altro che la pianta nata dai semi sparsi nel fertile suolo afghano e pakistano dal Jamiat Ulema-e-Islam ('Assemblea del clero islamico'), un gruppo politico religiosamente conservatore, che in passato ha fondato scuole nei campi profughi afghani nelle parti meridionale e occidentale del paese. In queste scuole, gli insegnanti predicavano le virtù della jihad e l'istituzione di un califfato basato sulla Sharia. A coltivarne i germogli, è stata la stessa ISI, che sin dagli anni ottanta ha utilizzato fondi pubblici e privati provenienti da paesi – come l'Arabia Saudita – desiderosi di sostenere il fanatismo jihadista.
 

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