Cina e Giappone verso la collisione
I due paesi rischiano di rimanere intrappolati dalla loro stessa retorica nazionalista
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Nel mezzo del clamore suscitato dalle riforme economiche decise dal Terzo Plenum del Partito Comunista cinese, Gideon Rachman fa notare come sia stato trascurato un cambiamento importante. Il governo cinese sta per creare un Consiglio di sicurezza nazionale che coordinerà le sue strutture militari, di intelligence e di sicurezza nazionale. Il modello si dice sia il Consiglio di Sicurezza Nazionale americano ma la mossa della Cina arriva in parallelo agli sviluppi in Giappone, dove anche il governo di Shinzo Abe sta per istituire un Consiglio di sicurezza nazionale.
In circostanze normali, la modernizzazione delle strutture militari e di sicurezza non sarebbe motivo di preoccupazione. Ma questi non sono tempi normali. Lo scorso anno, Cina e Giappone sono stati impegnati in una pericoloso confronto a causa delle rivendicazioni territoriali su alcune isole disabitate, note come Senkaku per i giapponesi e Diaoyu per i cinesi.
E' difficile credere che Cina e Giappone vogliano la guerra. Il rischio più grande è che l'atteggiamento porterà ad uno scontro accidentale e i governi di entrambi i paesi rimarranno intrappolati dalla loro stessa retorica nazionalista. Entrambe le parti si accusano ormai regolarmente di comportamenti irresponsabili e nazionalismo fuori controllo. Entrambe insistono sul fatto che, se costrette, sono disposte a usare la forza militare per difendere i diritti di sovranità sugli scogli disabitati che si contendono.
A Pechino, di recente, Gideon Rachman ha ascoltato un alto generale dell’ Esercito di Liberazione del Popolo insistere sul fatto che la Cina non avrebbe mai fatto gli errori del Giappone nel 1930, imboccando il sentiero del militarismo. Solo poche settimane prima a Tokyo, il Columnist del Financial Times aveva sentito un ufficiale giapponese trarre una conclusione diversa da quella stessa storia: "I cinesi stanno facendo esattamente gli errori che abbiamo fatto nel 1930". "Loro stanno permettendo ai militari di liberarsi dal controllo civile. E stanno sfidando il potere americano nel Pacifico".
Un conflitto tra Cina e Giappone - la seconda e la terza più grande economia del mondo - sarebbe ovviamente disastrosoe potrebbe diventare facilmente un conflitto globale. Gli Stati Uniti si sono impegnati a difendere il Giappone attraverso il trattato di sicurezza USA-Giappone. E, anche se gli americani dicono di non prendere alcuna posizione formale su chi ha la sovranità sulle isole, riconoscono che queste sono sotto il controllo amministrativo del Giappone, il che significa che sono coperte dal trattato di sicurezza.
L'intera controversia è modellata dalla continua crescita del potere economico della Cina, spiega Rachman. Le proiezioni attuali indicano che sarà la più grande economia del mondo entro il 2020, privando l’America di un primato che le appartiene dal 1880. E anche se l'Esercito americano ha una dimensione e una sofisticazione contro le quali la Cina non può ancora competere, la spesa militare cinese è in rapida crescita in un momento in cui il Pentagono si ritrova a tagliarla. Il Giappone ha appena annunciato un piccolo aumento del proprio bilancio militare ma è consapevole di non poter tenere il passo con la spesa militare cinese.
Questi cambiamenti nel peso economico e militare hanno creato incertezza sul futuro equilibrio di potere. E l'incertezza tenta le nazioni potenti a testare limiti e capacità. Un ulteriore livello di pericolo è aggiunto dall’amara eredità della storia. In Cina, il presidente Xi Jinping sostiene che uno dei principali compiti del partito comunista sia quello di superare le umiliazioni storiche che il suo paese ha sofferto, prima fra tutte l'invasione da parte del Giappone. Ma a Tokyo, il governo Abe ha adottato una retorica più nazionalista e meno apologetica sul passato. La controversia è profondamente personale per entrambi i leader. Il nonno e mentore di Abe ha amministrato la Manciuria occupata dai giapponesi nel 1930 in un'epoca in cui il padre del presidente Xi faceva parte delle forze comuniste cinesi che combattevano i giapponesi.
Se la Cina e il Giappone vogliono evitare una collisione reciprocamente distruttiva, entrambe le parti devono cambiare rotta. La creazione di una hotline tra Tokyo e Pechino, una mossa invisa alla Cina, sarebbe molto utile, ma bisogna andare oltre. Quello che occorre è il riconoscimento della legittimità delle reciproche paure e dei reciproci risentimenti.
In mezzo a tutte le denunce di nazionalismo da parte cinese, il governo Abe ha omesso di considerare le mancanze del Giappone. Non sono solo i cinesi ad essere offesi per l'atteggiamento tenuto dal Giappone nel corso della storia. Molte altre nazioni asiatiche sono sconvolte allo stesso modo. In un'epoca in cui il potere relativo giapponese è inesorabilmente in declino in Asia, il paese non può permettersi atteggiamenti nazionalisti.
Ma proprio perché è spaventato dalla crescita della Cina, spiega Rachman, il Giappone ha paura di intraprendere qualsiasi passo che potrebbe essere visto come una debolezza. Al contrario, la Cina può permettersi di essere magnanima: è il potere crescente e dovrebbe chiarire che - qualunque siano le controversie tra le due nazioni – Pechino accetta che il Giappone abbia un posto sicuro e onorevole nell'ordine politico emergente in Asia. Un tale passo rassicurerebbe il governo di Tokyo e servirebbe anche gli interessi di Pechino. Perché, conclude il Columnist, finché prevale la pace, la crescita della Cina può continuare senza interruzioni.

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