Come affrontare la crisi siriana oggi?

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Thomas Friedman, in Words of Profhets, torna a parlare della rivolta siriana, prendendo spunto da una recente visita in Libano. Le strade di Beirut, sottolinea il Columnist del NYT, sono piene di graffiti che insultano il presidente siriano Bashar al-Assad e l'alleato libanese, il leader Hezbollah Hassan Nasrallah, che si sono a lungo definiti come “la resistenza” ad Israele. Sia Assad che Nasrallah hanno ancora i loro seguaci, ma hanno perso il loro consenso datogli in passato dalla lotta ad Israele, perché si sono opposti ai cambiamenti in atto nel mondo arabo. Illuminante in tal senso è una lettera di Hanin Ghaddar, un giovane giornalista libanese, scritta direttamente a  Nasrallah e pubblicata da diversi siti libanesi. “Sei stato l'eroe della guerra nel 2006 contro Israele che ha ridato dignità agli arabi. Ma non hai capito che oggi la parola dignità non ha più nulla a che vedere con le armi, ma è nel potere della gente nelle strade che lottano contro i loro dittatori. Se avessi supportato la rivolta in Siria in nome della democrazia e della libertà, quanto saresti stato popolare oggi? I siriani di ogni setta hanno le tue foto dal 2006, ma oggi le bruciano nelle strade e ti odiano. Tutti gli arabi ti odiano, perché hai deciso di supportare un tiranno che uccide la sua gente”.
Come affrontare la crisi siriana?, si chiede Friedman. Quello che sta accadendo oggi a Damasco ed in generale in tutto il mondo arabo,  rappresenta il primo movimento popolare di ribellione, non animato dall'esterno o da ragioni anticoloniali, dalla fine del diciannovesimo secolo. A tal riguardo afferma il direttore del Carnegie Middle East Center, Paul Salem, che “ E' un profondo riorientamento delle nostre politiche. E' una ricerca di dignità e riguarda solo noi ed i nostri governi responsabili”. La rivolta siriana, continua Friedman nella sua analisi, è nata come una manifestazione di protesta non violenta da parte di giovani contro la corruzione amministrativa nella città di Dara’a; ed è rimasta non violenta e non settaria per mesi, sotto lo slogan di “Silmiya, Silmiya.” (o pacifica, pacifica). Trasformarla in guerra civile è stata una scelta politica di Assad, quando ha deciso di aprire il fuoco sulle manifestazioni, sperando proprio di provocare una reazione violenta. Molti sottolineano che oggi la rivolta da democratica come era alle origini si sia trasformata in lotta per il potere della maggioranza sunnita contro la minoranza alawita e sciita.
Proprio per questo secondo molti attivisti in Libano intervistati da Friedman, vale la pena ancora attendere l'opera del piano di pace Annan e l'azione di monitoraggio dei 300 osservatori Onu, perché potrebbe ricreare le premesse per il ritorno ad una protesta non violenta e democratica. Più la rivolta diviene violenta e settaria, più violento, deformato e ingovernabile sarà il dopo Assad e più possibilità ci saranno che la guerra civile si possa spostare in Libano, Turchia, Giordania ed Iraq. Questa è la ragione per cui armare i ribelli ed aspettare rimane la peggiore soluzione possibile. Se il piano Annan dovesse fallire allora le Nazioni Unite, la Lega Araba e l'occidente dovranno rapidamente garantire una no-fly zone e un corridoio umanitario al confine con la Turchia, che possa fornire protezione ai civili sotto assedio delle forze governative. 
Prima Assad cadrà, minore la rivolta diverrà settaria, maggiori saranno le possibilità di ricostruire lo stato in futuro. “Ognuno si aspetta che queste rivoluzioni potranno risolvere tutti i problemi, ma quello che stanno facendo veramente è scoprire tutti i problemi esistenti che erano stati congelati. In tutti questi anni le uniche cose che potevano emergere era il sostegno al dittatore, l'odio verso Israele e l'imperialismo. Non c'era spazio per la politica e la differenziazione: dietro questa facciata, la società araba si è completamente distrutta e ora vediamo in superficie i risultati”, ha dichiarato un noto commentare di politica araba Hazem Saghieh. Così, conclude Friedman, bisogna supportare ed aiutare questa fase di transizione del mondo arabo, non illudendosi però che possa avere un lieto fine assicurato.

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