Come porre fine al dramma in Siria?

La migliore soluzione resta la creazione di una forza di peacekeeping internazionale

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Come porre fine al dramma in Siria?

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A conclusione del suo viaggio tra Yemen, Siria e Turchia, Thomas Friedman in Tell Me How This Ends sottolinea come nel futuro la domanda non deve essere chi governerà nella regione, piuttosto riuscirà a farlo qualcuno?
C'è da sperare, afferma il Columnist del New York Times, che a prevalere siano le aspirazioni democratiche, ma devono competere con diverse forze in gioco: gli islamici, i gruppi d'opposizione tribali. Inoltre, la vera questione rimane che, dopo 50 anni di esplosione demografica, mal gestione ambientale e stagnazione dal punto di vista di occupazione ed educazione, questi paesi sono al momento non governabili da nessun gruppo o ideologia unica. 
In Egitto, Yemen, Siria è comune vedere classi elementari con 70 bambini ed un insegnante non preparato, nessun computer e nessuna materia scientifica nei corsi formativi. L'unico modo di mobilizzarsi resta per questo la forza e la violenza, ma per attuare le riforme economiche richieste dal Fondo Monetario internazionale ed intraprendere il sentiero della crescita sostenibile è necessario che sunniti, cristiani ed alawiti in Siria; le diverse tribù in Yemen e Libia; Fratellanza Musulmana, salafiti e liberali in Egitto inizino a lavorare insieme. Del resto, nel mondo globalizzato di oggi, senza educazione, infrastrutture  e fondazioni economiche non si hanno gli strumenti a disposizione per poter sperare di godere dei vantaggi esistenti.
Nell'assenza di un leader come Nelson Mandela in grado di creare un clima di fiducia generale tra i diversi gruppi, Friedman è però abbastanza pessimista che possa avvenire un risveglio nazionale in grado di riappacificare i diversi gruppi. Se si vuole, in particolare, che la caduta di Bashar al-Assad sia seguita da un regime democratico e pluralistico in Siria, non serve armare i ribelli ma è necessario organizzare una forza internazionale di peacekeeping a gestire la transizione. Altrimenti, quando Assad verrà rovesciato, ci saranno almeno due guerre in Siria: da un lato, tra sunniti ed alawiti, la setta che rappresenta Assad e che combatterà per difendere i loro privilegi; d'altro lato, una guerra scoppierà all'interno dell'opposizione – tra islamisti e le forze più secolari che hanno visioni differenti sulla futura Siria. Per questo solo una forza di peacekeeping potrebbe cercare di forgiare una nuova Siria. 
Se l'obiettivo per gli Stati Uniti resta quello di armare i ribelli per interessi nazionali — in particolare frenare l'influenza di Iran ed Hezbollah a Damasco — allora il paese sarà frammentato in tre parti: una sunnita, una alawita ed una curda e non sarà possibile permettere ai siriani di indirizzare le loro sfide di sviluppo. Prima di inviare armi a qualcuno, è questa la conclusione di Friedman indirizza direttamente ad Obama, si deve prima sapere se verranno utilizzati a raggiungere gli obiettivi prefissati.

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