Con la crisi irachena Rohani ha messo sotto scacco Obama
Iraq: certificazione del fallimento del progetto neo-imperiale inaugurato da Bush nel 2001
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Di Andrea Muratore
Scrivevo circa un paio di settimane fa riguardo gli insuccessi di Barack Obama in politica estera, alimentati ed amplificati dall’incoerenza con cui il presidente USA si approccia alla situazione mondiale. Le notizie in arrivo dall’Iraq sono probabilmente la certificazione del fallimento del progetto neoimperiale inaugurato da Bush nel 2001 e proseguito dal suo successore democratico. Questi tredici anni di guerra al terrore sembrano non aver prodotto alcun risultato.
È doveroso ricordare come l’Iraq, sino al 2003, ovvero sino all’immotivata aggressione angloamericana, avesse poco o nulla da spartire con il movimento jihadista e in generale con l’integralismo islamico.
Negli anni l’evoluzione del conflitto ha portato ad una convergenza necessaria tra gli irriducibili nostalgici di Saddam Hussein e gli estremisti. Otto anni di occupazione americana (costati a Washington circa 4400 morti e lo sperpero di centinaia di miliardi di dollari) non hanno affatto pacificato l’Iraq, che ora si trova nell’assurda situazione di trovarsi a rimpiangere i giorni in cui Saddam deteneva il potere: le immagini dei profughi che a centinaia di migliaia lasciano le regioni del nord cadute nelle mani dell’Isis, delle violenze ai danni di cittadini inermi che non sfigurerebbero al confronto delle efferatezze che hanno portato l’ex rais sulla forca, la pressochè totale distruzione, dovuta a anni di combattimenti, bombardamenti aerei e attentati, delle infrastrutture e il baratro economico in cui si trova una nazione dilaniata dalla guerra civile sono un quadro allucinante. Confrontare quanto accade in Iraq con le analoghe situazioni di Afghanistan e Libia (ove i governi fantoccio imposti dalla NATO arrancano, non riuscendo a far presa sulla popolazione, sotto la spinta del jihadismo, incapaci di mantenersi senza la forza delle armi occidentali) basterebbe a mettere un macigno colossale sul sogno dei poliziotti del mondo.
Negli anni l’evoluzione del conflitto ha portato ad una convergenza necessaria tra gli irriducibili nostalgici di Saddam Hussein e gli estremisti. Otto anni di occupazione americana (costati a Washington circa 4400 morti e lo sperpero di centinaia di miliardi di dollari) non hanno affatto pacificato l’Iraq, che ora si trova nell’assurda situazione di trovarsi a rimpiangere i giorni in cui Saddam deteneva il potere: le immagini dei profughi che a centinaia di migliaia lasciano le regioni del nord cadute nelle mani dell’Isis, delle violenze ai danni di cittadini inermi che non sfigurerebbero al confronto delle efferatezze che hanno portato l’ex rais sulla forca, la pressochè totale distruzione, dovuta a anni di combattimenti, bombardamenti aerei e attentati, delle infrastrutture e il baratro economico in cui si trova una nazione dilaniata dalla guerra civile sono un quadro allucinante. Confrontare quanto accade in Iraq con le analoghe situazioni di Afghanistan e Libia (ove i governi fantoccio imposti dalla NATO arrancano, non riuscendo a far presa sulla popolazione, sotto la spinta del jihadismo, incapaci di mantenersi senza la forza delle armi occidentali) basterebbe a mettere un macigno colossale sul sogno dei poliziotti del mondo.
Difficile per un occidentale comprendere la reale portata degli avvenimenti che stanno sconvolgendo la terra di Ninive e Babilonia: come figurarsi nella mente, trasportare dalla carta alla realtà, le cifre della catastrofe in atto? Non dobbiamo dimenticare che, sino alla rottura avvenuta inizio a 2014, l’anima principale del jihadismo regionale, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, faceva parte della coalizione che si opponeva a Assad in Siria, risultando quindi un beneficiato delle arringhe di Obama contro il rais di Damasco. La regione è esplosa in una lotta di tutti contro tutti: in Iraq hanno le loro pretese anche i curdi, e difatti i militari della regione, i peshmerga, sono pronti a mobilitarsi per arginare l’ISIL ma di certo hanno strategie diverse da quelle del “legittimo” governo di Al-Maliki, le cui recenti dichiarazioni (“pena di morte per i disertori”) riflettano la disperazione che pervade un governo che vede la stessa Baghdad prossima a essere interessata da combattimenti che porterebbero a un ulteriore degenero della tragedia, soprattutto dal punto di vista umanitario. Le immagini di Sarajevo, Vukovar, Donetsk e Aleppo insegnano sin troppo bene la brutalità quasi bestiale che può esplodere nei moderni combattimenti strada per strada. Della situazione in evoluzione potrebbe avvantaggiarsi l’Iran, sin qua unico stato ad esporsi e schierarsi, nei fatti oltre che nelle parole, con un belligerante: la comune matrice sciita rappresenta un collante decisivo per supportare Al-Maliki e, di fatto, un governo che vede la sua origine prima nell’intervento americano.
L’Iran interviene in Iraq e si oppone al terrorismo: si sta concretizzando qualcosa di gravissimo per gli interessi di chi vorrebbe dipingere Teheran come uno stato canaglia, una mina vagante, il futuro nemico pubblico numero uno. Rohani sta giocando bene le sue carte, dimostrandosi un politico ben più manovrato e abile in diplomazia del predecessore Ahmadinejad e potrebbe prendere tre piccioni con una sola fava: l’invio del manovrato corpo comandato dall’esperto Qasem Soleimani dimostra la buona volontà di Teheran di arginare l’estremismo, un’offensiva vittoriosa darebbe lustro all’immagine del paese nell’area e, inoltre, aiuterebbe a danneggiare pesantemente una delle parti in lotta nel conflitto siriano, difendendo in modo indiretto l’alleato Assad. L’Occidente sta a guardare, nel frattempo. Rohani rischia davvero di mettere in scacco Obama, che, alla fine dei conti, è l’unico leader che intervenendo nuovamente violando per l’ennesima volta le continue promesse elettorali si troverebbe dalla stessa parte della barricata con un antagonista dichiarato e restandosene con le mani in mano salverebbe la faccia con l’opinione pubblica ma toglierebbe ulteriore linfa alle decadenti ambizioni egemoniche. Il mondo resta a guardare, e resta senza risposta la domanda: dove ci porteranno nei prossimi anni, questi continui conflitti locali, asimmetrici e imprevedibili? La scintilla per la conflagrazione può scoppiare da un momento all’altro e la Storia insegna che, in politica internazionale, i colpi di testa sono sconsigliati.
L’Iran interviene in Iraq e si oppone al terrorismo: si sta concretizzando qualcosa di gravissimo per gli interessi di chi vorrebbe dipingere Teheran come uno stato canaglia, una mina vagante, il futuro nemico pubblico numero uno. Rohani sta giocando bene le sue carte, dimostrandosi un politico ben più manovrato e abile in diplomazia del predecessore Ahmadinejad e potrebbe prendere tre piccioni con una sola fava: l’invio del manovrato corpo comandato dall’esperto Qasem Soleimani dimostra la buona volontà di Teheran di arginare l’estremismo, un’offensiva vittoriosa darebbe lustro all’immagine del paese nell’area e, inoltre, aiuterebbe a danneggiare pesantemente una delle parti in lotta nel conflitto siriano, difendendo in modo indiretto l’alleato Assad. L’Occidente sta a guardare, nel frattempo. Rohani rischia davvero di mettere in scacco Obama, che, alla fine dei conti, è l’unico leader che intervenendo nuovamente violando per l’ennesima volta le continue promesse elettorali si troverebbe dalla stessa parte della barricata con un antagonista dichiarato e restandosene con le mani in mano salverebbe la faccia con l’opinione pubblica ma toglierebbe ulteriore linfa alle decadenti ambizioni egemoniche. Il mondo resta a guardare, e resta senza risposta la domanda: dove ci porteranno nei prossimi anni, questi continui conflitti locali, asimmetrici e imprevedibili? La scintilla per la conflagrazione può scoppiare da un momento all’altro e la Storia insegna che, in politica internazionale, i colpi di testa sono sconsigliati.

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