Dal “rules-based order” al mondo multipolare: una transizione in corso
L’intervento del premier canadese Mark Carney al World Economic Forum di Davos ha squarciato il velo su una verità sempre più difficile da ignorare: l’“ordine liberale internazionale basato sulle regole” non è mai stato davvero universale. Secondo Carney, quel sistema ha funzionato come una grammatica selettiva, applicata soprattutto ai Paesi più deboli, mentre le grandi potenze ne hanno violato i principi senza pagarne il prezzo. L’applauso che ha accolto il suo discorso dice molto dell’inquietudine che attraversa oggi le élite occidentali.
Ma per il Sud globale questa non è una scoperta: da decenni denuncia l’ipocrisia di un ordine costruito nel dopoguerra senza la sua voce, fondato su istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e un Consiglio di Sicurezza ONU strutturalmente diseguale. In questo spazio si inserisce il blocco BRICS, non come rottura improvvisa ma come erede di una lunga storia di non allineamento e richieste di riforma. Il gruppo propone un ordine multipolare più rappresentativo, dove efficienza e inclusività non siano opposte ma complementari. Il paradosso è che oggi sono proprio gli Stati Uniti a dichiarare “obsoleto” l’ordine che avevano costruito, difendendone però un pilastro essenziale: l’egemonia del dollaro.
Le minacce contro la “de-dollarizzazione” e il ricorso crescente alla forza appaiono così come sintomi di una leadership in affanno. Nel vuoto lasciato da questa crisi, concetti un tempo marginali – non allineamento attivo, multi-allineamento, cooperazione flessibile – tornano centrali. Strategie nate nel Sud globale che ora il Nord riscopre come strumenti di sopravvivenza in un mondo instabile.
La transizione è aperta: il vecchio ordine non è ancora morto, ma non regge più. E il futuro, ancora una volta, si sta sperimentando altrove.
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