Dall'economia sociale all'economia di guerra. L'Europa cambia modello di sviluppo
di Mario Pietri
Vi sono momenti, nella storia delle istituzioni, in cui un singolo viaggio ufficiale rivela assai più di quanto non facciano cento Consigli europei, mille comunicati stampa e un numero pressoché infinito di dichiarazioni rassicuranti: la visita di Ursula von der Leyen a Kiev appartiene, con ogni probabilità, a questa categoria di eventi apparentemente minori e sostanzialmente decisivi. Nelle fotografie ufficiali scorgiamo ciò che era lecito attendersi — sorrisi misurati, strette di mano, bandiere europee e ucraine affiancate, parole solenni sulla libertà, sulla sicurezza, sulla solidarietà e sulla difesa dei valori comuni — e proprio in questa prevedibilità risiede la trappola, perché ciò che quelle immagini davvero rappresentano, sul piano economico, è tutt'altro che scontato e merita di essere osservato con occhio disincantato.
Dietro la retorica levigata della solidarietà, infatti, l'Europa sta con ogni verosimiglianza compiendo la più profonda trasformazione del proprio modello economico dalla fine della Guerra Fredda: non stiamo semplicemente soccorrendo un Paese coinvolto in un conflitto le cui cause restano complesse e tuttora dibattute, bensì stiamo edificando un'intera architettura industriale fondata sul riarmo permanente, alimentata dal debito comune europeo, sorretta da programmi pluriennali e destinata, quasi per necessità interna, a riscrivere le priorità economiche dell'Unione per almeno l'intero decennio che ci attende. Nessuno, beninteso, si azzarda a pronunciare l'espressione "economia di guerra", giudicata evidentemente poco elegante; si preferisce ricorrere a formule più ovattate — "rafforzamento della base industriale europea della difesa", "resilienza", "autonomia strategica", "integrazione delle filiere", "partnership industriale con l'Ucraina" — poiché il linguaggio della burocrazia europea possiede da sempre una virtù ambigua e insidiosa, quella di trasformare decisioni di portata storica in innocue perifrasi, quasi che mutando il vocabolario si potesse contemporaneamente mutare la sostanza delle cose.
Eppure i numeri, che non conoscono l'arte della perifrasi, raccontano una storia radicalmente diversa. Il nuovo prestito europeo da novanta miliardi di euro destinato all'Ucraina, il programma SAFE da centocinquanta miliardi per il riarmo degli Stati membri, gli inediti strumenti comuni per gli acquisti militari, gli investimenti in droni, guerra elettronica, missili e sistemi di difesa integrati compongono, considerati nel loro insieme, un cambio di paradigma di cui pochissimi sembrano disposti a discutere apertamente: l'Europa, nata come comunità economica costruita sul carbone, sull'acciaio, sul mercato comune e sulla progressiva integrazione dei commerci, rischia oggi di rifondare la propria identità economica sulla produzione di armamenti. Si tratta, con tutta evidenza, di una scelta politica, del tutto legittima come ogni scelta politica; ma è proprio in quanto scelta politica che dovrebbe poter essere discussa liberamente, senza che il semplice dubbio venga immediatamente derubricato a eresia o a colpevole cedimento.
La prima domanda che mi pongo, nella duplice veste di imprenditore e di rappresentante di un'associazione datoriale, è di una semplicità disarmante: chi trarrà realmente beneficio da questa gigantesca massa di risorse pubbliche? Perché, osservando con un minimo di realismo gli attori industriali che si profilano all'orizzonte, il quadro appare fin troppo nitido — Rheinmetall, Leonardo, Thales, Safran, MBDA, KNDS, Hensoldt, Saab, Airbus Defence e pochi altri grandi conglomerati europei vedranno lievitare per anni i propri portafogli ordini. Sono, senza dubbio, imprese strategiche; ma rappresentano una frazione infinitesimale del tessuto produttivo europeo, e questo è il punto che la retorica preferisce tacere. Le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono il cuore pulsante della nostra economia, non costruiscono sistemi antimissile, non progettano piattaforme radar integrate, non partecipano ai grandi appalti europei della difesa: nell'ipotesi più favorevole diventeranno subfornitrici di componenti, collocate ai margini di filiere dominate da colossi che concentreranno presso di sé il valore aggiunto, i brevetti, i margini e, soprattutto, il potere contrattuale.
Ed è precisamente qui che nasce il mio primo, e più bruciante, dubbio. Da almeno quindici anni alle imprese viene ripetuto, con la monotonia di un dogma, che non esistono risorse sufficienti per ridurre il costo del lavoro, alleggerire la pressione fiscale, sostenere gli investimenti produttivi, finanziare la ricerca civile, modernizzare le infrastrutture o rendere sopportabili i costi energetici; ogni richiesta, puntualmente, si infrange contro il muro invalicabile del rigore di bilancio, dei parametri europei, del debito pubblico e della sostenibilità finanziaria. Poi, all'improvviso, non appena il destinatario diventa il comparto della difesa, scopriamo che centinaia di miliardi possono essere mobilitati con una rapidità che ha del prodigioso: ed è francamente arduo non riconoscere, in questa metamorfosi, una singolare e assai selettiva elasticità dei principi economici, invocati con inflessibilità quando si tratta di ospedali e sospesi con disinvoltura quando si tratta di missili.
Non meno curioso appare il dibattito sul nuovo price cap del petrolio russo, fissato a 44,10 dollari al barile. L'intento dichiarato, almeno sulla carta, sarebbe quello di comprimere ulteriormente le entrate energetiche della Federazione Russa; ma il mercato mondiale del greggio continua a muoversi su livelli assai più elevati, sospinto dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, dall'incertezza sulle rotte energetiche e dalle strategie dell'OPEC+, sicché la domanda diventa ineludibile: stiamo davvero orientando il mercato globale, oppure ci limitiamo a costruire un sofisticato meccanismo regolatorio che altri attori — India, Cina, Turchia, Emirati e una folla crescente di intermediari — continueranno ad aggirare con disinvoltura sempre maggiore? La storia economica, del resto, insegna una lezione tanto elementare quanto ostinatamente dimenticata: quando si apre un differenziale abbastanza ampio tra un prezzo imposto per via politica e un prezzo determinato dal mercato, non nasce la disciplina, nasce l'arbitraggio — e con esso nuovi intermediari, nuove rotte commerciali, nuove compagnie assicurative, nuove flotte ombra e nuovi sistemi di pagamento, perché il mercato, come l'acqua, finisce quasi sempre per trovare la propria via. Nel frattempo il petrolio resta caro, l'energia continua a rappresentare uno dei principali fattori di perdita di competitività dell'industria europea, e le nostre imprese seguitano a sostenere costi che molti concorrenti internazionali semplicemente non conoscono.
È però la cosiddetta guerra del grano a costituire, a mio giudizio, l'aspetto meno discusso e più inquietante dell'intera vicenda. Perché quando si bombardano porti, silos, infrastrutture ferroviarie, terminal marittimi e navi commerciali, non si colpisce soltanto la logistica dell'Ucraina o della Russia: si colpisce il principale corridoio alimentare del pianeta, e il grano, a differenza degli uomini, non conosce ideologie né bandiere. Quando cresce il premio di rischio sul Mar Nero, cresce contemporaneamente il prezzo del pane al Cairo, aumenta il costo della pasta a Roma, si assottiglia la sicurezza alimentare di numerosi Paesi africani e mediorientali, si acuiscono le tensioni sociali e si alimentano nuove ondate di instabilità migratoria: la guerra, ancora una volta, non esporta soltanto armamenti, esporta inflazione, e la esporta con una capillarità che nessun price cap è in grado di arginare.
Ed è forse proprio questo il nodo che continua sistematicamente a sfuggire al dibattito europeo. Ci viene spiegato, con tono paziente, che la sicurezza ha un costo, ed è vero, nessuno intende negarlo; assai meno, però, si discute del fatto che ogni euro destinato a un settore è, per definizione, un euro sottratto a un altro — gli economisti lo chiamano costo-opportunità, ed è uno dei primissimi concetti che si apprendono all'università, eppure sembra essere improvvisamente evaporato dal lessico delle istituzioni europee. Io, al contrario, continuo a ritenerlo il concetto decisivo, poiché se scelgo di finanziare massicciamente il riarmo, sto simultaneamente rinunciando, almeno in parte, a finanziare altre priorità non meno vitali: la sanità, la scuola, la ricerca civile, le infrastrutture, la competitività delle imprese, l'alleggerimento della pressione fiscale, il sostegno alla natalità, l'innovazione tecnologica applicata all'economia reale. Non è una questione di pacifismo; è, molto più prosaicamente, una questione di aritmetica.
Qualcuno obietterà, naturalmente, che questi investimenti genereranno a loro volta occupazione, innovazione e crescita, e può darsi che sia così; bisognerebbe però allora spiegare perché la medesima incrollabile fiducia nella capacità espansiva della spesa pubblica non venga mai invocata quando si parla di ospedali, di università, di reti energetiche, di ricerca medica o di digitalizzazione delle piccole imprese. Forse la spiegazione, per quanto scomoda, è la più semplice: perché esistono investimenti che distribuiscono la ricchezza ed esistono investimenti che la concentrano, e non è affatto indifferente sapere a quale delle due categorie appartengano quelli che ci apprestiamo a compiere.
Ed è qui che affiora il mio timore più profondo. Ho la netta impressione che l'Europa stia lentamente, quasi impercettibilmente, sostituendo l'economia della prosperità con l'economia della sicurezza, e che si tratti di un passaggio culturale ancor prima che finanziario. Per oltre settant'anni il progetto europeo è stato edificato sulla convinzione che il commercio, l'integrazione economica e la crescita condivisa costituissero il più efficace antidoto ai conflitti; oggi sembra invece prevalere la logica opposta, quella di prepararsi a conflitti sempre più lunghi, di investire quote crescenti nella produzione militare e di considerare la tensione internazionale non più come un fallimento della politica da scongiurare, bensì come una variabile permanente e persino fisiologica dell'economia. Spero sinceramente di sbagliarmi, perché se questa fosse davvero la nuova rotta strategica dell'Europa, il rischio non consisterebbe soltanto nello spendere di più in armamenti: il rischio, ben più insidioso, sarebbe quello di educare un'intera generazione a concepire la guerra non più come l'eccezione da evitare a ogni costo, ma come il motore da alimentare senza sosta. E il giorno in cui un'economia cominciasse ad aver bisogno della guerra per continuare a crescere, il problema cesserebbe di essere meramente economico: sarebbe, prima di ogni altra cosa, una sconfitta della civiltà.


