Default e uscita dall’Euro: un destino sempre più vicino per la Grecia
Non ha importanza che sia neoliberista, postkeynesiano o marxista, qualsiasi buon economista sa che non ci sarà alternativa alla Grexit
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di Cesare Sacchetti
Non ha importanza che un economista si definisca neoliberista, postkeynesiano o marxista. Qualsiasi buon economista appartenente a queste tre scuole sa bene che la Grecia non potrà più proseguire sul cammino dell’austerity. La lettera di intenti che il Ministro delle Finanze Varoufakis ha trasmesso a Bruxelles due mesi fa, nella quale si impegnava a conseguire un avanzo di bilancio dell’1,5% sul PIL, e un recupero di sette miliardi di euro dalla lotta all’evasione fiscale, non appare realizzabile né nelle sue premesse né tantomeno nei suoi obiettivi. La cura dell’austerità ha ottenuto l’unico risultato di gonfiare il debito greco, passato dal 146% al 175% del PIL negli ultimi cinque anni.
Gli architetti del rigore di Bruxelles hanno costretto un paese come la Grecia, grazie all’appoggio di una classe politica compiacente e prona ai diktat tecnocratici, a firmare degli accordi che l’avrebbero portata inevitabilmente a questo punto; la Grecia non solo non può più permettersi degli avanzi di bilancio ma si trova di fronte ad una crisi di liquidità che pone a rischio il pagamento degli stipendi e delle pensioni statali a fine mese. Le casse greche sono semplicemente vuote.
Gli architetti del rigore di Bruxelles hanno costretto un paese come la Grecia, grazie all’appoggio di una classe politica compiacente e prona ai diktat tecnocratici, a firmare degli accordi che l’avrebbero portata inevitabilmente a questo punto; la Grecia non solo non può più permettersi degli avanzi di bilancio ma si trova di fronte ad una crisi di liquidità che pone a rischio il pagamento degli stipendi e delle pensioni statali a fine mese. Le casse greche sono semplicemente vuote.
Per rassicurare uno dei creditori principali della Grecia, Varoufakis nei giorni scorsi è volato a New York dove ha incontrato il presidente del Fondo Christine La Garde. Dopo l’incontro, il governo ellenico ha onorato il suo debito di 450 milioni di dollari. Il meccanismo monetario degli stati dell’eurozona è la precondizione che determina l’insostenibilità e la dipendenza da istituzioni sovranazionali che ne indirizzano l’agenda di politiche economiche. La Grecia, come gli altri stati della zona euro, si trova in questa condizione, non potendo disporre di una moneta propria ed è obbligata a finanziare la sua spesa in due modi: tramite l’emissione di titoli di Stato con il corrispettivo di un tasso di interesse sempre più alto; tramite la concessione di prestiti dalle banche ed ai mercati di capitali per la concessione di prestiti.
I mercati in cambio dell’erogazione del credito, finiscono per domandare le riforme strutturali, espressione sotto la quale si nascondono politiche ancora più recessive, come i tagli sempre più profondi alla spesa pubblica o le privatizzazioni di qualsiasi bene del pubblico demanio, monumenti compresi. Un meccanismo perverso che consente a degli oligopoli privati di possedere letteralmente un paese, privandolo delle sue risorse strategiche e sottomettendolo agli interessi di quella ristretta cerchia di persone che costringono all’austerità un intero popolo, per pagare degli interessi usurari.
A questo punto, dopo anni in cui i greci non hanno più a disposizione nemmeno i servizi fondamentali, come la sanità e il sostegno alle fasce più deboli della popolazione che è stato completamente rimosso, non c’è più nulla da riformare in Grecia. La Grecia ha subito un’aggressione violenta dagli “ incappucciati della finanza”, secondo la felice espressione del compianto professor Caffè che l’ha portata ad una terzomondizzazione. Questi sono forse i danni di guerra che dovrebbe domandare nelle sedi internazionali il primo ministro Tsipras, e su questo avrebbe certamente ragione da vendere. Il piano di privatizzazioni degli anni passati, il taglio delle pensioni, l’abbattimento costante e crescente della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale hanno portato il popolo greco a non poter più attuare alcuna cosiddetta riforma strutturale.
A questo punto, dopo anni in cui i greci non hanno più a disposizione nemmeno i servizi fondamentali, come la sanità e il sostegno alle fasce più deboli della popolazione che è stato completamente rimosso, non c’è più nulla da riformare in Grecia. La Grecia ha subito un’aggressione violenta dagli “ incappucciati della finanza”, secondo la felice espressione del compianto professor Caffè che l’ha portata ad una terzomondizzazione. Questi sono forse i danni di guerra che dovrebbe domandare nelle sedi internazionali il primo ministro Tsipras, e su questo avrebbe certamente ragione da vendere. Il piano di privatizzazioni degli anni passati, il taglio delle pensioni, l’abbattimento costante e crescente della spesa pubblica e l’aumento della pressione fiscale hanno portato il popolo greco a non poter più attuare alcuna cosiddetta riforma strutturale.
L’ammontare del debito greco oggi è pari a circa 270 miliardi di euro (detenuto al 80% da soggetti esteri) è un qualcosa che non può essere ripagato, non tanto per una volontà esplicita di rifiuto del pagamento del debito - riconosciuto da Varoufakis e Tsipras – ma semplicemente perché la Grecia non potrà ripagare le tranche del debito a meno che non persegua avanzi di bilancio per i prossimi 20 anni e che le banche e la Troika, accettino di rifinanziare la Grecia, in cambio di altre riforme strutturali che i governo greco non può permettersi di applicare. E’ una partita quella tra la Troika e la Grecia negli ultimi mesi giocata sotto la patina delle dichiarazioni formali e dei buoni propositi. Nella realtà dei fatti, sia a Bruxelles che a Francoforte, sono perfettamente consci che la Grecia non potrà restituire le tranche dei prestiti dei mesi successivi, e la Grecia sarà con ogni probabilità il primo paese dell’Eurozona a dire addio all’euro.
L’euro è un progetto che non può sussistere, in quanto compromesso nelle sue stesse fondamenta; si pensi alla struttura della BCE alla quale è vietato finanziare il deficit degli stati membri e garantire il pagamento del loro debito, un meccanismo tale che porta inevitabilmente alle crisi di solvibilità attuali. Se dunque i fondamenti stessi dell’unione monetaria non possono permettere che l’Euro continui ad esistere, lo scenario più probabile è una rottura. La Grecia si candida a essere il primo paese a lasciare l’Eurozona unilateralmente e lo fa non per una sua spontanea scelta, dopo aver bussato alle porte degli altri governi del Sud Europa nel tentativo di costruire un’alleanza realmente solidale, e aver ricevuto in cambio gli sguardi austeri del Ministro Padoan ossequioso agli interessi tedeschi.
La concatenazione degli eventi di questi ultimi mesi sembra collocare inevitabilmente la Grecia fuori dall’Euro. Si ha quasi l’impressione che questo rigore insensato e ottuso, sia il pretesto per poter allontanare un paese considerato una zavorra nelle stanze dei tecnocrati europei, i quali hanno in mente un trattamento ancora più duro per gli stati che invece permarranno nell’euro. La fine dell’eurozona è un’ipotesi negata pubblicamente dai vertici della Bce e della Commissione, ma in realtà questi si preparano ad un’ eventualità che assume sempre più consistenza, per poterla gestire nei tempi e nei modi che saranno più confacenti agli interessi dei mercati.
Un’ipotesi quella dell’uscita non concordata che si è tentato più volte di scongiurare, facendo appello al buon senso dei governanti a cercare uno smantellamento dell’area valutaria consensuale. Purtroppo è amaro constatare che il buonsenso e la lungimiranza sono divenute merce rara tra i figuranti dell’UE, troppo impegnati a lodare un processo di riforme che a loro dire porterà fuori gli stati europei dalla disoccupazione strutturale. L’UE, il FMI, e la BCE con il loro comportamento ostinato e irrazionale stanno spingendo la Grecia fuori dalla zona euro mentre la Russia attende alla finestra e guarda con attenzione a questa fase, pronta ad accogliere nella sua sfera di influenza un paese dell’area euro.
Se dunque non può più sussistere la permanenza della Grecia nell’Euro a queste condizioni, appare inevitabile una rottura traumatica e unilaterale. Quali potrebbero essere le conseguenze per gli altri paesi dell’eurozona, se la Grecia dovesse lasciare l’Euro? Le pressioni sulla stabilità dell’unione monetaria con ogni probabilità crescerebbero costantemente e i governi degli altri stati, farebbero non poca fatica a mantenere in piedi l’Euro. Inoltre le banche europee (tedesche, francesi e italiane) in possesso del debito greco si troverebbero probabilmente con un pugno di mosche in mano, poiché l’uscita dall’euro dalla Grecia equivale a un default del suo debito, posto sotto giurisdizione estera da anni e che prevede il suo pagamento in Euro, escludendo il pagamento in un’altra valuta. La Grecia ovviamente potrebbe offrire una compensazione nella sua nuova valuta locale, lasciando ai creditori la facoltà di accettare o meno questa compensazione. Tra i pochi precedenti storici a disposizione per analizzare le contingenze attuali, può essere d’aiuto inserire quello dello SME nel 1992, quando l’Italia all’epoca faceva parte dell’accordo di cambi fissi, progenitore dell’euro.
La Lira aveva costanti difficoltà a rispettare il rapporto di cambio fisso con l’ECU prescritto dallo SME, e chi si trovò a gestire quella fase (Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia e Giuliano Amato, presidente del Consiglio) agì non nel senso di sottrarre il Paese dalle speculazioni dei mercati - quando sarebbe stato più opportuno e conveniente abbandonare lo SME prima dell’attacco dei mercati - ma fece del tutto per favorire quelle condizioni di instabilità e di caos nella suicida difesa dello SME, senza le quali non sarebbe stato possibile attuare le riforme dell’epoca. Il prelievo sui conti correnti, l’aumento dell’età pensionabile, l’abolizione della scala mobile e lo smantellamento delle partecipazioni statali sono le prime pietre miliari di austerità economica applicate in Italia. Le condizioni della situazione odierna sono certamente molto più gravi e pesanti di quelle del 1992, poiché l’austerità ha lasciato dietro di sé una scia di disoccupazione e di suicidi senza precedenti nella recente storia europea, se si esclude il secondo dopoguerra.
Allora la calata del governo tecnico di Amato fu possibile anche grazie al buco nero creato da Tangentopoli, e non sarebbe una sorpresa assistere oggi alla ripetizione di un meccanismo ben collaudato. Qualora il governo Renzi non fosse in grado di gestire la fase di transizione dell’eventuale ritorno alle valute nazionali, lo spettro del governo tecnico, l’unico che potrebbe effettuare il prelievo sui conti correnti tanto desiderato dalla Germania, tornerebbe prepotentemente alla ribalta. Il castello di carte è vicino al crollo e si è in una fase storica nella quale è difficile leggere un destino positivo per l’Europa.

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