Del senso di responsabilità e dell’orecchio da mercante
di Emma Imparato*
Il debito pubblico italiano ammonta a cifre da capogiro. Questo lo sa molto bene ogni comune cittadino. Quello che forse gli è meno noto è che sono in atto diverse procedure di infrazione – ben 62 – per inadempienze e violazioni da parte del nostro Paese di obblighi derivanti dal diritto dell'Unione europea che impongono immediati interventi per non cadere poi in condanne pecuniarie talmente elevate da far accapponare la pelle. Ad oggi invero l’Italia ha già versato l’incredibile cifra di 366 milioni di euro per le sanzioni dell’Unione Europea. Questo scotto da pagare in caso di errori deriva dalla stessa adesione dell’Italia a una grande comunità che richiede, per una pacifica convivenza in un mercato comune, l’applicazione compiuta ed uniforme delle regole del gioco tra tutti gli Stati membri.
Più precisamente, secondo l’art. 260, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea TFUE, è la Corte che constatato l'inadempimento, sollecitatogli dalla Commissione europea attraverso ricorso, può comminare allo Stato membro coinvolto dalla procedura “il pagamento di una somma forfettaria o di una penalità entro i limiti dell'importo indicato dalla Commissione. Il pagamento è esigibile alla data fissata dalla Corte della sentenza”. Quest’ultima formula è quella che incute più timori. La puntualizzazione circa l’esigibilità si traduce infatti in una battuta semplice quanto al contempo allarmante: per ogni giorno di ritardo dalla data di emissione della pronuncia di condanna della Corte di Giustizia lo Stato interessato deve pagare, oltre alla penalità, una moratoria giornaliera, da versare fintanto che la controversia non è risolta, determinando di fatto la chiusura della procedura di infrazione. Insomma, perché si estingua la procedura è necessario che lo Stato si attivi non solo pagando la penalità ma altresì adottando tutte le misure necessarie perché si possa porre fine agli inadempimenti approvando, tra l’altro, decisioni politiche e una legislazione conforme e/o di attuazione della legislazione UE.
In questo processo gioca un ruolo decisivo il Governo. Non solo perché è proprio questo il soggetto tenuto ad intervenire, nella ‘fase ascendente’ del diritto Ue, nelle riunioni del Consiglio europeo ma altresì perché è sempre il Governo obbligato ad informare il Parlamento delle procedure d’infrazione avviate. Il Presidente del Consiglio dei Ministri o il Ministro per gli affari europei, ogni tre mesi, sulla base delle informazioni ricevute dalle amministrazioni competenti, è tenuto a trasmettere, tra gli altri organi, alle Camere le procedure avviate nei confronti dell'Italia nonché a dare immediata comunicazione della notifica da parte della Commissione europea. Ma non finisce qua. Il Governo deve poi poter contare sul tempestivo intervento del Ministro competente, a cui pure lo stesso Governo deve aver dato immediata comunicazione dell’avvenuta notifica: entro venti giorni il Ministro con competenza prevalente è tenuto a trasmettere alle Camere una relazione che illustri le ragioni che hanno determinato l'inadempimento o la violazione contestati con la procedura d'infrazione. Non solo ma è sempre il ministro competente incaricato di indicare, oltre alle attività svolte, soprattutto le azioni che si intende assumere ai fini della positiva soluzione della procedura stessa.
Insomma, in questo scenario, non vi è chi non veda l’importanza e l’urgenza della formazione di un Governo che possa così essere operativo stabilmente nel tempo. In questo momento più che mai: ad oggi, a quanto risulta, oltre alle procedure ancora aperte sono già quattro quelle chiuse con sentenza di condanna emesse a nostro carico. Due di queste per violazioni e/o inadempimenti della legislazione europea in materia ambientale con sanzioni che da sole valgono, soltanto quanto alla penale, 248 milioni di euro mentre ci è stato comunicato, tra l’altro, nel gennaio 2018 della possibile apertura di una procedura di infrazione, per la verità già da diverso tempo in discussione, per “violazioni dei limiti di inquinamento dell’aria per il biossido di azoto (NO2)”.
La posta in gioco appare allora troppo alta per perdere ulteriore tempo.
Alla richiesta di dialogo e apertura non può opporsi orecchio da mercante. Non ce lo possiamo permettere. Occorre mostrare senso di responsabilità.
In assenza di un partito dotato di maggioranza assoluta che possa assumere il potere, non può restare che la via della formazione di un Governo di certo non omogeneo ma che comunque si fondi su accordi, patti e compromessi per raggiungere una forte coalizione. Solo per questa via si può così arrivare all’affermazione di una democrazia di concordanza, secondo la forma di governo consensuale ovvero consociativa, in grado di garantire la collaborazione dei diversi gruppi emersi dalla volontà elettiva popolare. Il popolo, anche se nel nostro sistema non è organo di concreta decisione politica, ha pur sempre l’importante funzione di preposizione alla carica dei titolari degli organi costituzionali eletti. Tutta la nostra Carta costituzionale si regge su questa visione anche se nulla dispone in maniera puntuale sulla formazione di governo, in particolare nel caso di un partito privo di maggioranza assoluta. E in effetti nessuna norma costituzionale poteva essere adottata sul punto. Lo sapevano bene in nostri Padri costituenti. Uno di questi, l’on. Ambrosini, a ragion veduta osservava che qualora non ci fosse stato un Partito di maggioranza sarebbe stato necessario ricorrere a “correttivi che però non possono scriversi nella legge”, ma che debbono affidarsi solo al “costume politico e al generale senso di responsabilità”, dovendo i partiti trovare un accordo su un minimo di programma nell'entrare a far parte del Gabinetto. Su questo punto nulla poteva essere prescritto. Non ci si può non affidare “al costume (…), in questa materia noi non possiamo che affermare un'esigenza fondamentale per la vita del Paese ed invocare la buona volontà e la cooperazione dei partiti”.
Deve essere il senso di responsabilità, la disponibilità ad impegnarsi anche perdendo qualcosa di personale a spingere ad unirsi in nome dell’interesse superiore dello Stato. Tutto questo non poteva né può essere ora imposto. Si può solo sentire e percepire se realmente si opera per il bene comune e non per mero egoismo personale o di partito. Il confronto è stato aperto anche in questa situazione delicata. Il partito più votato anche se privo di maggioranza non si è tirato indietro e non è questo il momento di alzare muri. Anche se il gioco dell’opposizione è fondamentale in uno stato che si voglia democratico perché non si finisca in un monologo e in una deriva autoritaria, questo deve essere giocato però in seguito, nelle aule parlamentari, dopo la formazione del governo e non certo prima. Prima i partiti politici “sono tutti legati, come tutti indistintamente, individui e gruppi senza alcuna esclusione siamo legati, alla stessa sorte della Nazione”. Prima bisogna cercare un accordo per unirsi e governare. In situazioni complesse, allorché le Camere non sono in grado di esprimere l’indirizzo politico emerso dalle elezioni, l’unica via per il funzionamento del sistema, ed evitare il suo blocco con pesanti ricadute sulla collettività, è accettare il dialogo e così affermare una forma di governo consociativa ben presente anche in Svizzera e pienamente efficiente.
Solo per questa via si potranno scongiurare situazioni di stallo e incertezza per il Paese, perché, per concludere sempre con parole del costituente Ambrosini “noi abbiamo bisogno, nel grave periodo che attraversiamo, nel caos internazionale e nell'immenso disagio interno del Paese, di un Governo che sia stabile e forte, di un Governo che assicuri la continuità e l'efficienza della politica dello Stato, di un Governo che permetta al popolo di risollevarsi dalle rovine, di un Governo che dimostri all'estero la dignità di questa sacra Patria, dell'Italia, che pur oggi, torturata, dilaniata ed offesa nel suo corpo fisico, sente di avere un'anima che può affrontare tutte le tempeste e può ancora dire al mondo una parola di armonia, di equilibrio e di pace nell'interesse nostro e di tutti gli altri”.
* Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli studi di Napoli, l’Orientale.

1.gif)
