Democrazia europeista e elezioni parlamentari ungheresi

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Democrazia europeista e elezioni parlamentari ungheresi

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

Stando a diversi sondaggi ungheresi e per il giubilo delle cancellerie europeiste più aperte ai “valori liberali”, alle elezioni parlamentari del prossimo 12 aprile il partito Fidesz di Viktor Orbán non otterrà la vittoria, superato dalla formazione Tisza del filoeuropeista Péter Magyar. Secondo un sondaggio di “21 Kutatokozpont”, Tisza godrebbe di un gradimento del 56%, contro il 37% di Fidesz, quando, tre settimane fa, i consensi erano rispettivamente del 53% e 39%. Dati simili da “Median”: Tisza in vantaggio su Fidesz del 23%, mentre “Zavecz Research” rileva un vantaggio del 13% del primo sul secondo.

La constatazione che però toglie il sorriso a quelle stesse cancellerie europeiste è che, con ogni probabilità, Fidesz, grazie ai risultati nei collegi uninominali, potrebbe comunque ottenere voti sufficienti a formare di nuovo il governo, forse in coalizione col partito di estrema destra Mi Hazánk Mozgalom, che entrerebbe in parlamento superando la soglia del 5%. Tisza sembra infatti essere favorito solo per le liste di partito, mentre 106 dei 199 seggi vengono contesi col maggioritario e “Néz?pont Intézet” prevede che Fidesz, che vanta una forte presenza nelle aree rurali, vincerà in 66 collegi uninominali e Tisza in 39, eleggendo rappresentanti solo nella capitale e nelle principali città (Debrecen, Szeged, Miskolc).

Anche se agenzie indipendenti prevedono che l'opposizione potrebbe conquistare circa 47-49 seggi in questi collegi, in ogni caso, proprio grazie ai collegi uninominali, in parlamento Fidesz potrebbe ottenere lo stesso numero di seggi di Tisza. Così, Viktor Orbán potrebbe contare su un seggio andato a Mi Hazánk Mozgalom e conservare la carica di primo ministro; oppure, nel caso riesca a conquistare 109 seggi, non avrà nemmeno bisogno di ricorrere a una coalizione.

Ragion per cui sono ancora all'ordine del giorno le varianti, adombrate dall'americano Politico, che potrebbero venir adottate da Bruxelles per tappare la bocca al “putiniano” governo ungherese: dal ricorso al voto a maggioranza qualificata, al blocco dei finanziamenti, o alla revoca del diritto di voto motivata con la violazione dei “valori europei”, fino a ipotizzare l'espulsione dalla UE, col ricorso all'art. 50 del Trattato di Lisbona, come nel caso britannico con la Brexit.  

Come che sia, quando mancano pochi giorni al voto, i due principali partiti rivali hanno intensificato gli attacchi reciproci, nota Mikhail Katkov su RIA Novosti. Fidesz sostiene che il partito di Magyar lavori per Kiev e Bruxelles e che, in caso di vittoria, trascinerà l'Ungheria in una guerra con la Russia o la trasformerà in una marionetta di Zelenskij. Dal canto suo, Tisza è convinto che Orbán lavori per Mosca, minando la sicurezza nazionale e paneuropea.

Si è arrivati al punto che, come riporta Dmitrij Bavyrin su RIA Novosti, a una manifestazione elettorale di Tisza si sono viste bandiere ucraine. In realtà, le bandiere giallo-blu erano state portate da attivisti dell'ala giovanile di Fidesz, come provocazione; ma tant'è. L'Ucraina, dive Bavyrin, è un argomento «screditante, vergognoso e denigratorio. Eppure, non molto tempo fa, ogni politico europeo di spicco si affrettava a farsi fotografare con la sua bandiera; tranne Orbán. La sua posizione, esclusiva nella UE, riguardo al sostegno a Kiev e al conflitto con Mosca come un terribile errore per l'Europa, è ciò che ha reso le elezioni ungheresi un evento globale». L'ultima volta che la politica ungherese ha suscitato un interesse così intenso è stato nel 1989, durante la ribellione antisovietica, e prima ancora nel 1956, durante la sollevazione antisovietica. Il vantaggio dell'opposizione nei sondaggi viene anche presentato come «resistenza all'influenza russa», ma questo non ha alcuna relazione con la realtà, sebbene il leader di Tisza, Péter Magyar, definisca la Russia una minaccia per l'Ungheria.

Gli ungheresi sono una nazione con una storia e un profondo senso di dignità, constata RIA Novosti; ma, al contempo, sono un popolo di gretti contadini: coltivano diligentemente i propri affarucci, senza guardare oltre. Tisza è in testa perché la generale decadenza europea ha colpito duramente l'Ungheria e Magyar sta conducendo una campagna elettorale sui problemi della gente comune. Paradossalmente, l'avidità provincialistica è la causa principale della storia attuale dell'Ungheria. I contadini ricchi ungheresi odiavano l'internazionalismo e l'egualitarismo, ma nel XXI secolo hanno scoperto che non era più l'URSS a “tenerli a giogo”, bensì l'europeismo.

In breve, l'Ungheria non è la Polonia e nemmeno la Bulgaria, Grecia, Slovacchia, o persino Serbia, dove la russofilia di una parte della società influenza la politica: in Ungheria non c'è una simile frangia. Al contrario, dice Bavyrin, associano i «momenti peggiori della loro storia alla Russia, a cominciare dalla rivolta anti-asburgica del 1848-'49, che Nicola I contribuì a reprimere. E la destra ungherese, senza battere ciglio, annovera anche la Seconda Guerra Mondiale tra le rimostranze contro i russi. Non è un caso che la serie di medaglie sovietiche “Per la liberazione” delle capitali europee non includesse Budapest, messa invece, al pari di Berlino e Vienna naziste, tra le medaglie conferite "Per l'espugnazione"».

Se fosse stato vantaggioso litigare con la Russia, anche ora gli ungheresi lo avrebbero fatto, ma sembra più redditizio cooperare. L'egoismo nazionale ungherese non si è adattato ai dettami occidentali del 2022, che imponevano di tagliare due grosse fette di bilancio: una per gli aiuti all'Ucraina, l'altra per i danni causati dalla rottura con la Russia. Poi, è arrivata l'accelerazione dell'adesione di Kiev alla UE, che avrebbe trasformato l'Ungheria da beneficiario a paese donatore; così, Orbán è diventato il leader dell'opposizione anti-Bruxelles, pur avendo tentato solo di essere un leader forte. E, però, il tenore di vita ha continuato a peggiorare e gli ungheresi continuano a dare priorità alle questioni private rispetto a quelle geopolitiche, il che ha portato Tisza in testa ai sondaggi.

Da parte di Bruxelles, si cerca di evitare un troppo pesante intervento sul 12 aprile, temendo di provocare un voto per ripicca nei confronti della UE, che penalizzerebbe l'europeista Magyar. Al contrario, la cafonaggine di Zelenskij  potrebbe addirittura favorire la vittoria di Fidesz: la “scuola diplomatica” ucraina interviene con forza, rozzezza e visibilità, con trasmissioni radiofoniche in lingua ungherese, con la chiusura dell'oleodotto “Družba”, fino alle aperte minacce gangsteristiche di Zelenskij all'indirizzo di Orbán, così che la potenziale sconfitta di Orbán è diventata un'ossessione, una vendetta personale per il nazigolpista-capo, indispettito per il blocco ungherese dei 90 miliardi UE a Kiev. Sembra credere che la vittoria di Magyar libererà immediatamente l'Ucraina da molti mali: arriveranno soldi e l'adesione alla UE. A Kiev ne sono convinti.

Ma si sbagliano, dice Bavyrin: come disse il geniere Vodicka al buon soldato Švejk: "Non conosci gli ungheresi, fratello". Per dire, su questioni come l'adesione di Kiev alla EU o l'autonomia per gli ungheresi della Transcarpazia, le posizioni di Tisza non si differenziano in modo netto da quelle di Fidesz e non si può nascondere il fatto che le élite europee siano sempre più divise sulla questione ucraina, tanto che, per alcuni, il veto di Orbán è solo un comodo pretesto per rendere critica la situazione di Kiev e costringerla ad accettare le condizioni della Russia.

In generale, ci sono però alcuni concreti motivi e segnali perversi per cui la situazione appare critica per Orbán: quando il divario tra governo e oppositori è minimo, osserva Bavyrin, l'opposizione domina le città e gode del sostegno di Bruxelles e auto ucraine cariche di denaro illecito circolano nel paese, questi sono i segnali di un majdan, che potrebbe iniziare se Tisza decidesse di non ammettere la sconfitta.

Tra l'altro, i piani di Bruxelles per “castigare” Budapest potrebbero rimanere in vigore anche in caso di sconfitta di Orbán: nei 16 anni al potere, egli ha creato una struttura verticale che non può essere smantellata con le sole elezioni parlamentari. Nello specifico, i sostenitori di Orbán sono a capo di tutti i principali ministeri e potrebbero sabotare le decisioni del nuovo governo, costringendolo a scendere a compromessi con il leader di Fidesz. Nikolai Topornin, docente del prestigioso MGIMO moscovita, ritiene che la UE probabilmente non sarà in grado di fare nulla. L'affermazione secondo cui le politiche di Budapest sarebbero «in contraddizione con i valori europei è un argomento molto debole: le critiche alla politica migratoria UE sono ormai diventate la norma per molti altri paesi. Per quanto riguarda l'Ucraina, l'Ungheria è diventata intransigente solo a causa della chiusura del “Družba”: se le forniture di petrolio russo venissero ripristinate, il conflitto potrebbe risolversi». Inoltre, se la Corte dovesse ritenere Orbán colpevole di non aver rispettato i valori europei e il paese venisse privato del diritto di voto o espulso dalla UE, «si creerebbe un pericoloso precedente per un'Europa unita. I governi degli altri paesi cominceranno a chiedersi chi sarà il prossimo» afferma Topornin.

Vero è che Bruxelles potrebbe appellarsi alla dottrina dei torquemadisti de Linkiesta che, lo scorso 3 aprile, sentenziavano che Orbán sia «contro la democrazia», non foss'altro perché la missione di osservazione OSCE prevede la presenza nientepopodimeno che di «Daria Bojarskaja, funzionaria legata in passato al Ministero degli esteri russo e interprete in incontri di alto livello con Vladimir Putin»: lo stesso che dire che Belzebù, signore delle mosche e della pestilenza, è acquartierato sulle rive del Danubio e questo è proprio quello che «accade in altri regimi, per primo quello russo di Vladimir Putin a cui lo stesso Orbán vorrebbe ispirarsi». Sì, perché la “democrazia”, se non è quella liberal-confessionale dei “valori” bellicisti europeisti, allora va combattuta come la peste, appunto, di cui satana è portatore fin nelle pianure padane, su cui incombe il «festival Putin in Emilia, e la peste russa che va fermata», tuona ancora Linkiesta del 7 aprile, genuflessa al «dossier di Europa Radicale “La peste putiniana” che certifica la penetrazione incredibile della propaganda russa in Italia, in spregio ai regolamenti europei e alla decenza». Una “peste” diffusa dagli «odiatori dell’Occidente liberale e democratico, che sostengono apertamente il nuovo ordine mondiale del criminale di Mosca, Vladimir Putin, e giustificano l’aggressione militare russa nei confronti dell’Ucraina». Meno male che, campanelli ai piedi, fanno buona guardia i monatti di “Europa radicale”, pronti a debellare il maligno che si annida là dove ci si azzarda anche solo a sussurrare che, forse, i nazigolpisti di Kiev proprio democratici non sono. Che siano invece, chissà, portatori sani proprio di quella “democrazia” invocata da Bruxelles e dai penitenziali sanfedisti de Linkiesta?

 

https://ria.ru/20260406/vengriya-2085287026.html

https://ria.ru/20260404/vengriya-2085056495.html?in=t

https://www.linkiesta.it/2026/04/ungheria-Orbán-elezioni/

https://www.linkiesta.it/2026/04/guerra-ibrida-la-peste-puninana/

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