Doppi standard occidentali: quando un terrorista non è un terrorista

L'islamofobia e le eredità coloniali dell’Occidente sempre dimenticate nella narrativa ufficiale secondo Richard Folk

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Doppi standard occidentali: quando un terrorista non è un terrorista


Un “litigio per un parcheggio’ secondo i media americani. In realtà l’uccisione deliberata di tre giovani e devoti studenti musulmani americani per mano di un assassino, Craig Stephen Hicks. Un assassinio, scrive Richard Falk, motivato ideologicamente. Ma il ‘terrorismo” è solo quello a Copenhagen, è solo quello islamico?”
 
Il rifiutarsi di considerare i messaggi  islamofobici  come una specie di discorso di odio è alla base, secondo Falk, dell'equivoco di fondo nella narrativa ufficiale occidentale. Un altro equivoco è la spinta verso il riconoscere la ‘guerra’ tra l’Occidente e l’Islam, un’accettazione della nota tesi di Huntington dello ‘scontro di civiltà.’ Roger Cohen, un collaboratore abituale con orientamento etico, della pagina dei commenti del New York Times, in un editoriale intitolato: “L’Islam e l’Occidente in guerra” [17 febbraio 2015], critica il primo ministro danese Helle Thorning-Schmidt, e anche Barack Obama, per aver descritto l’avversario ‘oscura ideologia’ ed ‘estremisti violenti.’ Cohen insiste che questi termini sono eufemismi che evitano la realtà fondamentale del nostro tempo, cioè che l’Occidente sta combattendo i movimenti e i governi islamici in tutto il mondo  e  sostiene anche che l’Islam è ‘un facile bersaglio’  perché “ha generato  movimenti politici sfaccettati il  cui obiettivo è il potere.”
 
L’articolo  osserva anche che i giovani musulmani si sentono alienati e sono trascinati verso l’ISIS e altri movimenti islamici.  Cohen pone la domanda fondamentale: “Chi o che cosa è  da incolpare?” e poi suggerisce che ci sono due serie di risposte in contrapposizione. Vale la pena citare per intero le sue definizioni: “In quanto alla prima, è l’Occidente che va incolpato per il suo appoggio a Israele (considerato come la più recente iterazione dell’imperialismo occidentale nel Levante); il suo appoggio alle guerre (Iraq), la sua brutalità (Guantanamo, Abu Ghraib), le sue uccisioni di civili (droni), la sua ipocrisia spinta dal petrolio (un alleato saudita che finanzia la jihad).”

E poi arriva il secondo tipo di risposte: “….è piuttosto l’abietto fallimento del mondo arabo, con le  sue società bloccate dove i dittatori si scontrano  con l’Islam politico, con la sua repressione, le sue deboli istituzioni, il suo  settarismo che preclude la pratica della cittadinanza partecipativa, le sue folli teorie di cospirazione, la sua incapacità di fornire impieghi o speranza ai giovani, quello che dà allo stato islamico la sua attrattiva.”

I fallimenti del mondo arabo, prosegue Folk, vengono rappresentati come  realtà  staccate che implicano che le eredità coloniali dell’Occidente sopportate dal mondo arabo, siano irrilevanti. 


Dalla traduzione di ZNET dell'articolo di Folk:

 
La diagnosi di Cohen e l’assegnazione di responsabilità sono un’espressione indicativa delle mentalità liberale quando si occupa dei piani tra loro collegati dell’anti-terrorismo e della politica in Medio Oriente. I liberali minimizzano sia le responsabilità occidentali che quelle americane per quello che è andato male, nello spirito di Bernard Lewis [storico e orientalista britannico, n.d.t.) e far sembrare la relazione di parte degli  Stati Uniti rispetto a Israele, quasi irrilevante per i guai della regione, sottovalutando quindi gli alti costi della politica. Per esempio, molti osservatori esperti sono d’accordo sul fatto che la stabilità regionale sarebbe sensibilmente potenziata dall’istituzione di una zona priva di armi nucleari in Medio Oriente. Tuttavia tale opzione politica non è stata mai neanche presa in considerazione nei contesti diplomatici, apparentemente perché eserciterebbe troppa pressione su Israele per farlo rinunciare al suo arsenale di armamenti nucleari, che ha dato a Israele un monopolio sulle armi nucleari nella regione, e che insiste a conservare a tutti  i costi, compreso il rischii di una disastrosa guerra nucleare con l’Iran.
In questa fase non ci sono risposte facili riguardo all’assegnazione di responsabilità o a produrre spiegazioni casuali per le terribili realtà sopportate dalle popolazioni della regione. Molto chiaramente, non ci sono buonerisposte  militari ai vari disastri irrisolti nella regione, sebbene sia proprio lì  il tipo di ‘mentalità bellica’ che Cohen afferma  continui a piazzare le proprie scommesse.
Invece, affermerei che una diplomazia più fantasiosa e sensibile alla legge internazionale, rimane l’unica strada da percorrere. Un tale orientamento guarderebbe con favore l’attiva partecipazione dell’Iran, specialmente in relazione alla Siria e al possibile negoziato di una struttura regionale per la sicurezza. Presupporrebbe anche l’importanza di una giusta e  sostenibile risoluzione del conflitto israelo-palestinese che a sua volta dipende dall’adozione di un approccio normale da parte del governo degli Stati Uniti riguardo alla sua relazione con Israele. Fino a quando non si verificherà questo nuovo orientamentoda parte di coloro che a Washington decidono le politiche, la strada della minima resistenza è quella di impegnarsi  in una serie di guerre aeree, e prestare aiuto e conforto  in modo  distratto  alla brutale repressione di Sisi in Egitto e al  misto  sconcertante di  autocrazia e teocrazia in Arabia Saudita.
 
Nella foto: i tre studenti musulmani uccisi a Chapel Hill
 

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