Erosione del potere d’acquisto e disuguaglianze
di Federico Giusti e Emiliano Gentili
L'idea che ormai la erosione del potere di acquisto sia un dato strutturale e di per sé immodificabile sta producendo due effetti nefasti per il conflitto di classe: da una parte si va deviando l'attenzione generale dai salari e dalle dinamiche contrattuali, dall’altra si fa passare l’idea che la prospettiva verso la quale indirizzarsi sia sempre la riduzione del danno e alla fine anche sottoscrivere un contratto con aumenti del 6%, a fronte di una inflazione cumulata per i redditi bassi sopra il 17%, sia in fondo un compromesso accettabile. In questo piano inclinato che sostituisce il conflitto con il compromesso a perdere, la comunicazione gioca ruoli determinanti decidendo, a vantaggio dei dominanti, gli argomenti più gettonati e quelli invece da emarginare dal dibattito pubblico.
Meno si sa in giro dell’erosione del potere di acquisto, tanto più sarà facile costruire una comunicazione a senso unico che parli dei posti di lavoro creati dal 2019 ad adesso sia nella Pubblica Amministrazione che nel privato.
Tuttavia, se oggi si parlasse di salari nominali e reali la gran parte delle dichiarazioni del Governo verrebbe letteralmente smentita: come ci è stato detto da alcuni lavoratori durante uno sciopero, «Il netto cresce assai meno del lordo».
Settori come la ristorazione e il commercio – sui quali tanto si punta per magnificare le sorti italiche – sono quelli con la maggiore incidenza di contratti part-time e a tempo determinato, con il minor numero di giornate lavorate e, decisamente, con alcuni fra i livelli salariali più bassi in assoluto.[1]
Sul piano delle diseguaglianze (di genere, regionali, tra giovani e anziani) siamo messi ancora peggio, specie per quanto riguarda il gender pay gap nel settore privato e gli atavici squilibri “Nord-Sud”. Rispetto a trenta anni fa, però, ora sono anche i lavoratori delle aree del Paese maggiormente industrializzate a lamentare la consistente erosione del potere di acquisto dei salari.
Ma purtroppo, si sa, è ormai diffusa l'idea – anzi sta prendendo letteralmente il sopravvento – che ci si debba occupare delle disparità e delle disuguaglianze solo quando ciò risulti utile al sistema economico; le ragioni etiche, sociali e morali possono attendere.
Una ulteriore considerazione va aggiunta a questo nostro ragionamento in controtendenza rispetto alla cultura mainstream: le disuguaglianze in epoca neo-Keynesiana erano un fattore destabilizzante, mentre oggi invece sono il funzionale prodotto di un sistema dentro cui le disparità economiche e sociali diventano sempre più marcate. Vogliamo menzionare, ad esempio, quanto accade nella Pubblica Amministrazione con le disparità economiche esistenti fra dipendenti enti locali e statali, a parità di livello contrattuale?[2]
Di questo passo ci occuperemo delle problematiche sociali, economiche e salariali solo se l'attenzione sarà dettata da interessi padronali, come intensificare lo sfruttamento e rimuovere ostacoli alla crescita della produttività (o quando costituiscano un problema di ordine pubblico). Del resto è perfettamente plausibile che ciò avvenga, in un Paese con una struttura produttiva assai più frammentata di trent’anni fa.
Ad oggi non è ancora chiaro quale sia il livello di digitalizzazione presente in Italia, quali evoluzioni del sistema produttivo siano avvenute per la diffusione delle tecnologie di ultima generazione, quanti e quali settori – e lavoratori – ne siano stati interessati.
La via tecnologica e la crescita della produttività diventeranno sempre più rilevanti se il capitalismo italiano non è condannato alla decadenza e ciò influenzerà anche la dinamica salariale, facendoci correre il rischio di trovarci di fronte a crescenti fenomeni di sperequazione e a una contrattazione di secondo livello preponderante rispetto al contratto nazionale. Ma l’elevata sottoccupazione alla lunga gioca brutti scherzi e prima o poi un welfare insufficiente – per garantire prestazioni sociali, sanitarie ed educative adeguate – presenterà il conto riportando la pubblica attenzione verso la sfera pubblica, nonostante nei tempi brevi la previdenza e la sanità integrative potranno ancora continuare a sembrare, ahinoi, l'antidoto a ogni male.
[1] Nel settore “Alloggio e ristorazione” la retribuzione media annuale nel 2024 è stata di 11.233 € e nel “Commercio” di 23.577 €, mentre nell’“Industria” di 32.918 €. Cfr. Inps, Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, con particolare riferimento alle eterogeneità territoriali settoriali e generazionali, 15 Gennaio 2026, p. 10.
[2] Per farsi una idea è sufficiente consultare le retribuzioni del personale della PA e le statistiche pubblicate sul sito dell’Aran. Ebbene, questa sperequazione avrebbe dovuto essere superata dagli ultimi due contratti nazionali mentre invece è caduta nell’oblio e non ci sembra di aver letto di iniziative sindacali contro questa annosa e intollerabile situazione. La spiegazione è duplice: si critica, da parte dei sindacati di base e della Cgil, la firma di contratti al ribasso e con aumenti pari a meno di un terzo dell’aumento del costo della vita, ma al contempo le disuguaglianze strutturali intrinseche ai Ccnl degli ultimi anni, inclusi quelli firmati dalla Cgil, restano un tabù – o, se preferiamo, oggetto di rimozione.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità
Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.
LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA
Pasquale Liguori
Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.


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