Expo. La propaganda delle meraviglie

L'Expo milanese è un'occasione ghiotta per le multinazionali

3635
Expo. La propaganda delle meraviglie


di Mariangela Cirrincione


Noi apparteniamo a quella categoria di homines che non ha capito cosa ci fanno Monsanto e McDonald in un posto in cui in ogni angolo e in tutte le lingue del mondo c'è scritto “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. E apparteniamo a quella categoria di homines che non se lo beve l'«impegno sul fronte dell’innovazione e della crescita sostenibile, capace di generare ricchezza per le comunità, tutelando le risorse utilizzate e incoraggiando consumi e stili di vita equilibrati» di sua maestà la Coca-Cola. E apparteniamo ancora a quella categoria di homines che ha storto il naso sentendo le parole del premier italiano, proprio quello eletto nelle primarie del PD, asserire:«Sarà l'esposizione degli ideali». Sarà l'esposizione degli ideali. Pronti? Partenza, via!
 
La prepotente megalomania renziana se la canta e ce le suona. Tutti dicevano che il governo non ce l'avrebbe fatta – borbotta gonfio il giglio di Firenze – invece ce l'abbiamo fatta! L'Europa è 'mia', la scuola è 'buona', 'la volta' ancora più 'buona'. «Expo Milano 2015 si confronta con il problema del nutrimento dell’uomo e della Terra e si pone come momento di dialogo tra i protagonisti della comunità internazionale sulle principali sfide dell’umanità». Wow. Noi, però, apparteniamo a quella categoria di homines che si sono sentiti un po' choosy, come direbbe la Fornero, dinanzi a cotanto ottimismo volante. Per due ordini di motivi. Intanto perché non ci piace la propaganda e non ci emozionano i ducetti, nemmeno quando sono di marca. In secondo luogo perché, tal difetto di romanticismo, ci conduce inevitabilmente alle tristezze del mondo materiale.
 
«Se potessi mangiare un'idea, avrei fatto la mia rivoluzione!». L'ispirazione dello slogan è gaberiana, quindi nessun colpo di genio poetico PD come chiarisce subito la Radio Televisione Italiana, che partecipa ad Expo con palinsesto e sito dedicati, e l'ambizione di “raccontare un altro futuro”. Un altro futuro. Un altro. Vattelapesca. Profilo basso, dunque, o ambiguità, come nel migliore dei bluff. Abbiamo scoperto che “tutti insieme” a Milano scriveremo la Carta di Milano – tutti insieme, quindi anche tu, si proprio tu! – «una sorta di Protocollo di Kyoto per il cibo, che sarà firmato dalle Nazioni Unite e sarà la vera eredità dell’Expo milanese», una sorta – scrivono – di atto di indirizzo internazionale e contributo alle riflessioni che saranno svolte al tavolo del Millennium Goals di novembre 2015.
 
Obiettivi dell'evento mondiale di cooperazione (Millennium Goals) prefissati in una seduta del lontano 2000, cui presero parte 191 Capi di Stato e Governo, e da raggiungere entro l'autunno di quest'anno, i seguenti: dimezzare la povertà estrema e la fame, rendere universale l'educazione primaria, promuovere uguaglianza di genere e empowerment femminile, ridurre la mortalità infantile, migliorare la salute materna, combattere AIDS, malaria e altre malattie, assicurare la sostenibilità ambientale, sviluppare una partnership globale per lo sviluppo. In effetti, in un contesto similmente ambizioso, dominato come appare dal dogma della salvazione  –  del mondo! Sic! – quali compagni interlocutori migliori di Coca-Cola, McDonald, e Monsanto? Che scemini. Noi homines di poche speranze non ci avevamo pensato.
 
La Monsanto firma a Milano il progetto di ricerca e conservazione del suolo "100 Km blu per l'Expo", che, senza scendere nel merito di meriti noti alle cronache internazionali, tra i quali anche l'avere fatto causa all'Italia (a noi, tutti insieme!) sulla questione OGM, è un po' come se l'incorreggibile Lupin sponzorizzasse un tavolo per la sicurezza dei quartieri contro i furti in appartamento. La Monsanto – dicevamo – con un cartello di multinazionali amiche, nel 2000, fa causa all'Italia (a noi, tutti insieme!) sulla questione degli Organismi Geneticamente Modificati, controversia che il Tar del Lazio rinvia alla Corte Europea, la quale, tre anni dopo, riconosce piena efficacia e legittimità dei provvedimenti governativi vietanti il commercio di prodotti transgenici nello Stivale e quindi limitanti i profitti della multinazionale in esame. 
 
Si chiuse una parentesi. Si chiuse sì, ma certi desideri, come certe strane idee, sono duri a morire, soprattutto quando possono contare sulle strizzatine d'occhio degli homines novi – non homines e basta, come noi – che stanno nelle stanze dei bottoni e che, per un motivo o per un altro, a dispetto delle battaglie radicals, human and progressive che quotidianamente si intestano, finiscono, non si sa bene per quale incantesimo, a predicare benissimo e razzolare malissimo. Diciamola così. Qualcuno inizia a convincersi che il transgenico non sia poi così male, lo brevettano, del resto, tanto quanto, i semi non transgenici. Così, oggi, la questione è più che mai aperta e l'Expo milanese è un'occasione ghiotta – il termine ci sta tutto – per quelle multinazionali scontente, Monsanto in testa, costrette in passato ad uscire dalla porta e intanto oggi fatte nuovamente accomodare dal portone in veste di sponsor di riguardo, da un governo – lasciatecelo dire – che sta al buonsenso almeno tanto quanto le multinazionali in questione stanno a “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. 
 
Mentre l'Expo apre uno scenario anglofono fatato (slow food – minuscolo – we-women for expo, short food, feed your mind film your planet, childrenshare ecc ecc) incastonato nella bolla luminosa che pare, e in parte è, l'agroalimentare italiano, gli agricoltori italiani – vittime come noi, homines sempliciotti, della propaganda della felicità –  si stanno chiedendo quale strada imboccare tra due comunque antipatiche: soffermarsi sulla pagliuzza dell'occhio del vicino, irta e fastidiosa, o occuparsi della trave conficcata nel proprio occhio, irta e fastidiosa?
 
L'Imu scriteriata, il cappio delle multinazionali delle sementi ergo «due o tre grosse ditte mondiali – a detta di Carlin Petrini capitano di Slow Food – detengono l'80% dei semi e soltanto il 20% appartengono ai contadini», la concorrenza spietata del libero mercato, il mostro del TTIP che saluta oltre-oceano sventolando la clausola anti-tutele nazionali, quindi anti eccellenze (quelle che nel nostro territorio abbondano), l'evoluzione problematica del Doha Round, il prezzo del carburante alle stelle, politiche agricole sostenibili solo nel nome, solo per fare gli esempi più pregnanti. I problemi del piccolo agricoltore, di fatti, sono molto meno british della mitologia rurale e agroalimentare di EXPO, cosicché sì è adesso ipotizzabile quale scenario in realtà prefigurasse lo slogan governativo in apertura. Fumante “l'esposizione degli ideali”, è un po' dura da spiegare “la salvezza del mondo” a chi deve, innanzitutto, salvare baracca e burattini.
 
Riproponendo dei calcoli già comparsi in un contributo giornalistico a nostra firma, ad esempio, un produttore siciliano di grano che utilizza mezzi agricoli, per acquistare 100 litri di carburante, quello che mediamente gli occorre per una giornata di lavoro nei campi, deve produrre a monte 600-700 chili di grano. Il costo di una giornata lavorativa è di 50-70 euro, che tradotti in grano sono 150-300 chili. Una macchina agricola costa 300.000 chili di grano. Ancora concime, diserbo e consulenze. Chi vive di agricoltura deve ammortizzare tali costi col prodotto della terra. Sa che deve produrre circa 400.000 chili di grano solo per sopperire alle spese. L'annata non è prevedibile, e il mercato è quello concorrenziale notissimo, rifocillato da grano canadese, limoni cileni e arance del Marocco, e di tante altre squisitezze di cui pure tesseremo le lodi, noi tutti insieme, nei padiglioni EXPO dedicati. E giustamente. Il grano qui è paradigmatico, e anche solo uno dei tanti esempi fattibili.
 
L’agricoltore è l’unico lavoratore con nessuna voce in capitolo circa la definizione dei prezzi dei prodotti che produce. In Sicilia il grano è venduto a 20 centesimi al chilo, cioè meno del prezzo cui lo si acquista come semente, e il pane si compra anche a 2,40 euro. La sproporzione tra costo della materia prima e costo del prodotto finito, in questo come in altri casi, è importante, se non agghiacciante. Azioni di mantenimento del prezzo, quali furono quelle attuate ad esempio nel settore lattiero-caseario attraverso il “contingentamento della produzione” – le quote latte, per intenderci – hanno avuto esiti a dir poco disastrosi, a causa di stime errate e gestioni scellerate. “L'uomo e ciò che mangia”? Possiamo permetterci di nutrirci di sogni? Invero, di certe favole radicals, human and progressive, abbiamo già fatto bellamente indigestione.
 
C'è qualcosa che non va. L'Italia è ipnotizzata. Expo, expo, expo. La propaganda delle meraviglie funziona a meraviglia. Rattrista solo noi. Homines id quod volunt credunt. Gli uomini credono in ciò che vogliono, insegnava al mondo Giulio Cesare. È così che la nostra libertà oggi coincide col non credere a quello che si preannuncia un castello di gustose velenose fantasie, perché vogliamo ancora mangiare la mela sana del nostro albero sano, e non stapparla in una latta chimica continentale.

ATTENZIONE!

Abbiamo poco tempo per reagire alla dittatura degli algoritmi.
La censura imposta a l'AntiDiplomatico lede un tuo diritto fondamentale.
Rivendica una vera informazione pluralista.
Partecipa alla nostra Lunga Marcia.

oppure effettua una donazione

"I nuovi mostri" - Virginia Raggi "I nuovi mostri" - Virginia Raggi

"I nuovi mostri" - Virginia Raggi

Sui fatti di Torino Sui fatti di Torino

Sui fatti di Torino

Epstein e la nuova massoneria - Loretta Napoleoni di Loretta Napoleoni Epstein e la nuova massoneria - Loretta Napoleoni

Epstein e la nuova massoneria - Loretta Napoleoni

La spada di Damocle nucleare pende sull'Europa di Giuseppe Masala La spada di Damocle nucleare pende sull'Europa

La spada di Damocle nucleare pende sull'Europa

Halloween e il fascismo di Francesco Erspamer  Halloween e il fascismo

Halloween e il fascismo

Olimpiadi: meglio Petrecca! di Alessandro Mariani Olimpiadi: meglio Petrecca!

Olimpiadi: meglio Petrecca!

Quando le parole colpiscono più dei missili di Marco Bonsanto Quando le parole colpiscono più dei missili

Quando le parole colpiscono più dei missili

Il peggiore dei crimini possibili di Gilberto Trombetta Il peggiore dei crimini possibili

Il peggiore dei crimini possibili

Lavrov e le proposte di tregua del regime ucraino di Paolo Pioppi Lavrov e le proposte di tregua del regime ucraino

Lavrov e le proposte di tregua del regime ucraino

Registrati alla nostra newsletter

Iscriviti alla newsletter per ricevere tutti i nostri aggiornamenti