Fascismo e populismo ai tempi del neo-capitalismo versione liberal

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di Francesco Erspamer*


New York Times e CNN, organi del neocapitalismo nella versione liberal, non parlano mai di fascismo, neppure se un fanatico antisemita ammazza una decina di ebrei in una sinagoga o se un ex militare che esalta il regime di Pinochet viene eletto presidente del Brasile. Ormai la categoria che usano, in senso più dispregiativo di quanto un tempo usassero fascismo, è populismo, a volte aggravato dalla irredimibile accusa di nazionalismo. Questa la prima pagina del NYT di oggi: "Votando a destra i brasiliani danno la vittoria a un populista". Di ieri invece un servizio di CNN sul terrorista di Pittsburgh, che in un post aveva definito Trump “un globalista e non un nazionalista”; e il giornalista si è affrettato a spiegare che “apparentemente si trattava di un insulto” – perché ovviamente l’insulto politically correct sarebbe stato quello opposto, di essere un nazionalista.

Così i ricchi stanno vincendo la battaglia fondamentale del nostro tempo, quella della comunicazione e del linguaggio, e imponendo la loro egemonia culturale: scegliendo i termini positivi e quelli negativi in un manicheismo ideologico che si spaccia, come sempre i manicheismi, per oggettivo. Sanno quello che fanno e sono abili: per confezionare la loro strategia e la loro retorica pagano lautamente intellettuali e economisti usciti da ottime università (Harvard, Oxford e Cambridge, la Bocconi), come un tempo i principi i loro cortigiani. 
Che fare? Credo che tutto si giocherà sulla capacità degli antiliberisti di mettere in piedi un network di giornali e televisioni (i social non bastano) apertamente e pregiudizialmente di parte, partigiano; non “indipendente” come aspira a fare il Fatto quotidiano imitando appunto il NYT e riducendosi, come quello, a fare inevitabilmente gli interessi di chi ha più soldi e potere. No: non sta alla sinistra e non sta a chi vuole cambiare la società essere obiettivo, non finché esistano sperequazioni economiche così oscene e finché l’informazione e i giornalisti siano finanziati dalla pubblicità, ossia dalle corporation. In questo momento l’unico modo per garantire un minimo di oggettività è contrapporre alla disinformazione del liberismo un’informazione di segno opposto (che ovviamente il NYT e il Fatto etichetterebbero come disinformazione).

Nel frattempo si può almeno cominciare a usare le dicotomie del neocapitalismo per distinguere chi oggettivamente lo sostiene e chi gli si oppone, oltre che per decidere da che parte si vuole o conviene stare in questo momento storico. Con i globalisti o i nazionalisti? Con i liberisti o i populisti? Con le multinazionali o con lo Stato? Tertium non datur in quanto in un sistema pesantemente sbilanciato chi non prende posizione è per default dalla parte del più forte. Le parole sono pietre e come pietre i liberisti le stanno usando; occorre fare lo stesso.

*Professore all'Harvard University. Post Facebook del 29 ottobre 2018

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