FCA: tra la Ferrari in Borsa e le multe americane
Milano, 4 gennaio 2016. Broker in cappellino rosso, appassionati in fila dietro le transenne, l’intera gamma dei gioielli di Maranello schierata di fronte al Palazzo della Borsa sin dalle prime ore dell’alba. Poi, alla nove in punto, il suono della campanella: la corsa della Ferrari a Piazza Affari è ufficialmente cominciata, aggiungendo un altro importante traguardo alle tappe principali che hanno contraddistinguono la storia e i successi del Cavallino più amato di tutti i tempi.
Sul palco quella mattina ci sono tutti gli uomini chiave della Ferrari e del gruppo FCA: l’amministratore delegato, nonché presidente della Rossa, Sergio Marchionne, il presidente di Fca, John Elkann, l’ad della casa di Maranello, Amedeo Felisa e Piero Ferrari, figlio del fondatore Enzo.
Proprio Marchionne, interpellato sul futuro della FCA, ha ribadito le difficoltà incontrate dal gruppo nella ricerca di possibili alleanze. Come se fosse solo questo il problema.
L’Euforia generata dal debutto della Ferrari nei principali mercati borsistici ha infatti quasi fatto passare inosservata la notizia del dicembre scorso. L’ente nazionale per la sicurezza stradale statunitense (NHTSA - National Highway Traffic Safety Administration) ha infatti inflitto al gruppo FCA una multa da ben 70 milioni di dollari (64 milioni di euro), nell’ambito di una vicenda emersa ad inizio luglio 2015: l’azienda è accusata di aver comunicato all'ente per la sicurezza un numero di morti e feriti, potenzialmente legati ad incidenti nei quali erano coinvolte auto del gruppo, inferiore al reale. La FCA aveva già ammesso di essere in torto già a settembre, impegnandosi a cooperare per risolvere i dubbi e per evitare simili problemi in futuro.
Secondo la legge americana le case automobilistiche presenti sul mercato statunitense devono inviare periodicamente all’NHTSA dati riguardanti incidenti, morti, cause legali e problemi di affidabilità delle loro auto. Questa pratica è diventata comune dopo le feroci critiche indirizzate all’ente dal Congresso, che accusò i responsabili dell’NHTSA di non comportarsi in maniera abbastanza severa per migliorare la sicurezza stradale. Il trasferimento delle informazioni è compiuto via software. A quanto pare il programma utilizzato dalla FCA non ha funzionato in maniera corretta, trattenendo le informazioni di cui ora la NHTSA contesta la mancanza.
E non è tutto: questa multa va infatti ad aggiungersi a quella di 105 milioni di dollari indicata a luglio 2015 per i ritardi nel richiamare milioni di veicoli. La FCA aveva infatti riconosciuto di aver violato le norme del Motor Vehicle Safety Act che impongono la riparazione di veicoli con difetti di sicurezza, accettando pertanto di sottomettersi a una rigorosa supervisione federale, di riacquistare alcuni veicoli difettosi dai proprietari e di pagare l’ammenda più elevata mai imposta dalla NHTSA.
I problemi con i richiami Fca Us comprendevano difetti su veicoli vecchi, come alcune Jeep costruite prima del 2009 (ovvero prima del passaggio dell'azienda a Fiat) in cui il serbatoio del carburante, in posizione posteriore, poteva prendere fuoco in caso di tamponamento; e casi più recenti, come la campagna di richiamo relativa agli airbag difettosi prodotti dall'azienda giapponese Takata, campagna che ha coinvolto quasi tutti i costruttori sul mercato nordamericano.
Nel solo 2015 il gruppo ha richiamato più di 11 milioni di veicoli in Usa, più di qualunque altro produttore, e lo scorso ottobre ha deciso di contabilizzare oneri per oltre 800 milioni di dollari per futuri richiami.

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