Fulvio Grimaldi - Il colonialismo dei Consigli d’Amministrazione, CEO DELLA MULTINAZIONALE MONDO
di Fulvio Grimaldi per l'AntiDiplomatico
Suicidi e pandemie
C’è in giro una tendenza al suicidio. O, quanto meno, a martellopneumatizzarsi gli strumenti di conservazione della specie. Pensate agli europei che si tagliano il cordone ombelicale con il quale, unendosi alle salubri e risparmiose fonti di energia russe, si assicuravano decente sopravvivenza, per attaccarsi a una canna del gas frantumambiente americana che gli costa il quadruplo e li riduce ad accattoni.
Pensate ai 15 signori del mondo riuniti nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che seppelliscono il famigerato “ordine fondato sulle regole” e votano (2 si astengono, ma non cambia niente, anzi agevola) per il Board of Peace che consente la nascita di un CEO (vulgo: Amministratore Delegato) del mondo, col suo Consiglio d’Amministrazione di domestici, mafiosi e sicari. 15 sciagurati sprovveduti che mandano in discarica l’organismo che avrebbe dovuto assicurare la pacifica e prospera convivenza delle nazioni umane. Ma che, in effetti, aveva smesso da tempo, finendo con l’essere gestito da tale grassotello lusitano, tirato via da un banco di bacalhau, che ha l’unico compito e merito di emettere guaiti contro la Russia.
E, se non siete già finiti in depressione, pensate come tutto questo sia servito a puntellare un diabetico claudicante creduto prima potenza mondiale, onerato da un debito che, se lo vogliamo vedere in dollari, va da qui alla prossima galassia (39 trilioni e 7 in più ogni minuto). Una superpotenza obesa in crisi d’astinenza di armi, con un apparato produttivo da Terzo Mondo e tra i piedi una pietra d’inciampo costituita dalla repulsione di quasi 7 miliardi di persone. Non è l’unica, ce n’è una addirittura in casa sua, in Minnesota, dove una resistenza civile fantastica la getta tra i piedi agli sgherri nazisti scagliatili addosso da Casa Bianca affollata da mentecatti. Uno Stato Maggiore mancato vincitore di tutte le guerre dal 1945 a oggi, ora finito in mano a un bambino bipolare di quasi 80 anni. Si chiama establishment USA e a quell’infante consente di proclamare da Davos che, d’ora in poi, sarà lui il CEO, e non più l’ONU, a determinare le cose e i flussi di denaro da siringare dal basso verso l’altissimo.
Dopo il mondo del Diritto Internazionale e l’Ordine basato sulle Regole, ecco il mondo fuorilegge. Anzi, con una legge che si mangia tutte le altre e da Stephen Miller, Vice capo dello Staff di Trump, così è sancita: “Viviamo in un mondo nel quale puoi parlare quanto ti pare di carinerie internazionali e diplomatiche, noi viviamo invece in un mondo reale, amico bello, governato dalla violenza, governato dalla forza, governato dalla potenza. Queste sono le ferree leggi del mondo, dai tempi dei tempi”. Israele non se l’è fatto dire due volte. Anzi, ne rivendica la primogenitura dai tempi della bibbia.
Sinergie

Come siamo arrivati al mondo della forza e fuorilegge? Senza neanche la finzione della legge? Piano piano, a passi brutali, ma felpati, tipo rana bollita. Una guerra USA e spesso anche NATO, cioè UE, dopo l’altra. Scivolate via senza troppi scossoni perché, sulle prime, preceduta da re magi con striscioni che promettevano i doni della democrazia e dei diritti umani (Amnesty International e Human Rights Watch garantendo).
Ma il vero salto di qualità verso il mondo del CEO-Sovrano assoluto, del Board of Peace, ce lo ha fatto fare Israele. Uno Stato che, dal giorno in cui si apprestava a nascere, non ha fatto che violare ogni legge ed è rimasto immune e impunito di fronte al consesso delle Nazioni e dei suoi organi di gestione. Le cui disposizioni, pur in forma di risoluzioni vincolanti, non hanno mai visto né un casco blù, né una sanzione, che le imponessero.
Così, portato addirittura a modello di democrazia, legge e ordine - e peste ti colga se osi negarlo e accennare a un genocidio - non poteva non farsi virus e provocare la pandemia che sta sfoltendo leggi, diritti e libertà. E non ci rimane neppure più il rimedio, più o meno farlocco, di un vaccino, con quei due che al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti quando la risoluzione 2803, dando il via libera al tumore che partendo da Gaza si farà metastasi del mondo, con tanto di CEO, metteva il coperchio sulla bara nella quale i colleghi più volenterosi si erano infilati.
Trump, protagonista assoluta della nuova era, è arrivato da poco, ma percorrendo una strada ottimamente lastricata dai suoi predecessori e, specificamente, dalla robusta sinergia sviluppata con Israele nei vari domini - violenza-soldi-armi - che alla nuova era dovrà garantire lo sviluppo.
Partiamo dunque dai blocchi di partenza: Israele, Gaza, genocidio, Board of Peace, Executive Board e Forza di Stabilizzazione, con dentro già 27 paesi, fratelli arabi del Golfo in testa e tutti gli altri in fila d’attesa. Gratis a mangiarci per tre anni. 1 miliardo di dollari a restare a vita.
L’idea è resa dall’immagine qui sotto.

Cinismo, volgarità, profitto
Si fonda su queste qualità umane il nuovo modo di condurre le cose del mondo, visto che ha obliterato il principio grazie al quale ci siamo barcamenati, prima con Giustiniano, poi, dopo un’interruzione di oltre mille anni, durante gli ultimi tre secoli grazie a qualche rivoluzione. La celebrazione ufficiale e concreta della nuova era, dopo quella nominale all’ONU, l’abbiamo vissuta a Davos. Qui si sono superati i più rosei propositi di palingenesi del fondatore e nume Klaus Schwab. Che tuttavia non ne ha potuto raccogliere i frutti.
Un gran bel mascalzone, dunque, ed è curioso che si sia fatto beccare uno che aveva inventato, col Forum Economico Mondiale, la più illustre configurazione planetaria di mascalzoni, che, di anno in anno, doveva trasmettere ai delegati nelle capitali, quanto meno dell’Occidente, gli ordini di servizio per la strategia da seguire. Nel 2024, infatti, il Wall Street Journal pubblica una lunga inchiesta basata su oltre 80 testimonianze di ex dipendenti del WEF, che denunciano un ambiente di lavoro tossico e profondamente contaminato, con accuse di razzismo, discriminazione e abusi ai danni dei propri dipendenti.
Costoro non si sono minimamente impressionati e il FEM, per quanto decapitato, ha potuto rilanciare alla grande la propria missione mafio-criminale. Rassicurato dal nuovo operativo giallochiomato sul dato che la marcia verso il Nuovo Mondo, avesse dovuto incontrare ostacoli, non sarebbe stata costretta alle vecchie, snervanti mediazioni con leggi e costumi, ma si sarebbe spianata la strada a forza. A forza di che? Ma di bull-dozer, no? Lo dice la parola stessa.

Le cose, senza i diritti che non siano quelli dei promotori del titoletto qui sopra - cinismo, volgarità, profitto – scorrono lisce. Eccolo, il demiurgo della riduzione ad dollarum di grattacieli e oasi di lusso dalle fondamenta innestate sul più grande deposito di ossa di assassinati mai composto nella Storia (se ne calcolano 10.000 sotto le macerie, da aggiungere ai 72.000 uccisi a bombe a pallottole e ai 150.00 da morte indiretta). Fattezze lisce come un uovo e vuote come una tela prima del pennello sono quelle del manichino a cui il suocero ha insufflato l’anima, pardon, de li mortacci sui. Cioè dello speculatore immobiliare senza scrupoli, assatanato di devastazioni eco-ambientali e sociali, donde trarre sangue e macerie convertibili in cemento e soldi.
Volete sapere a cosa, nel loro piccolo, ambivano il sindaco Sala a Milano e i suoi Jared Kushner meneghini dei boschi penduli strozzati dal calcestruzzo? Su cui si rodevano di invidia apprendendo della nuova Gaza?
Las Vegas più gas
180 grattacieli, resort di lusso, centri dati come piovesse, superhotel, rutilanti porti per rutilanti navi da crociera e panfili, strutture lasveganiane di intrattenimento per miliardari e loro commessi milionari. E, per completare il quadro, l’altro pozzo di San Patrizio, quello immerso nel mare antistante e che contiene 32 miliardi di metri cubi di gas naturale (palestinese, sia diretto sussurrando, senza farsi sentire dalla British Petroleum). Anche qui ci sono scheletri e ossa a contrassegnare il sito: quelli dei pescatori mitragliati dalle navi israeliane per aver infranto il limite delle zero miglia dalla costa.
Quanto alla manodopera, sempre che il sinergico Bibì ne consideri l’utilizzo, se ne potrà trarre di disponibile dal campo di concentramento che Israele va allestendo a Rafah per coloro che sono riusciti a passare per le maglie del genocidio. Hanno il merito della familiarità col terreno (e con quanto vi sta sotto).
Quest’altra “new town” per 100.000 persone, tra sequestrati e Sicurezza, circondata da barriere e dispositivi biometrici di controllo anche dei peli nel naso, scaturita dai progetti commissionati da Israele al genero palazzinaro, dovrebbe contenere quei palestinesi che non si è riusciti a invitare alla pulizia etnica, o a sbolognare nel secessionista Somaliland, testè riconosciuta da Tel Aviv e fatta membro degli Accordi di Abramo.
Tutto questo ha di molto rallegrato i co-interessati di Davos. In particolare tale Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento della galassia, non per caso presidente della puntata 2026. Il fine dichiarato di tutti i pipponi profusi dal palco, infatti, era di convincere la maggioranza della popolazione del globo ad affidare i propri risparmi al leviatano finanziario capeggiato da Blackrock.
Ai malpensanti viene il sospetto che tutto questo serva a ridurre lo iato tra possessori di soldi, anche i più straccioni, e i mezzi finanziari dei grandi fondi, per sostenere così un capitalismo non più in grado di creare valore reale. La scelta è chiara: qua, o si riesce ad assemblare tutti i risparmiatori proletari per finanziare il capitalismo dei super-ricchi e i loro jet privati, o si provvede come Netaniahu a Gaza.
Contro i palestinesi come contro studenti e operai del ‘68

Torniamo a Gaza, al suo Board of Peace, al suo tiranno a vita e ai suoi accoliti triennali, o perenni (per 1 miliardo di dollari), rastrellati, come l’entusiasta motosega argentina, dal fascistume internazionale, cuore della qestione privatistico-imperiale delle cose del mondo. Si constata con raccapriccio che, ancora una volta, quanto rimane del popolo palestinese viene utilizzato come cavia, vuoi per testare armi e tecnologie di sorveglianza, vuoi per cambiare le norme sviluppate dopo la seconda guerra mondiale per salvaguardare l’umanità, quella degli strati sotto i primi due o tre, dal ritorno delle ideologie fasciste, militariste ed espansioniste. Noi in Europa, devo dire, e specialmente in Italia, ci siamo portati molto avanti con quel recupero. Non per nulla non c’è cancelleria europea e non c’è Salvini che non plaudano a chi, Trump o Netaniahu, mostra di volerla fare finita con quelli sotto i primi due o tre strati.
Il Board of Peace, poi, con le relative strutture affaristico-militari operative, che pretende personalità giuridica e privilegi e immunità internazionali, questa oscena riproposizione colonialista di un impero che procede inciampando e sbattendo il grugno, dal Vietnam all’Afghanistan, dall’Iraq all’Iran, secondo Trump non deve limitarsi ad esautorare l’ONU, vecchia bestiaccia rompiballe (che forse se lo meritava dopo l’infamia della Risoluzione 2803). Cacciate a calci quelle delle sue organizzazioni, comprese tra le 66 internazionali recentemente bandite, a partire dall’UNRWA dell’assistenza ai palestinesi e a finire con le Corti internazionali di Giustizia e Penale, il campo dell’organismo trumpista si allarga da Gaza all’universo mondo. “Si tratta di un ardito nuovo strumento per risolvere conflitti globali”, ha annunciato Trump, “Sarà finalizzato a risultati e avrà il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito”. Leggi ONU.
A dar prova di coraggio e risultati ci hanno pensato gli israeliani. Da quando sono stati annunciati il Board e, l’ottobre scorso, la “fase due” e la “tregua”, hanno ammazzato altri 502 civili palestinesi, compresi 100 bambini, ne hanno feriti 356, oltre alla solita quota di mezza dozzina di giornalisti (in parte di France Press) e ne hanno seppellito un numero incalcolabile sotto le macerie di altri 2.500 edifici rasi al suolo, scheletri a ulteriore consolidamento dei grattacieli erigendi da Kushner e Witkoff.

In tutto questo pianificare, progettare, operare, globalizzare (la nuova globalizzazione post-liberista?) non si menzionano neanche di striscio i palestinesi sulla cui pelle si va pianificando, progettando, eccetera. Non è solo cinismo. E’ anche wishful thinking, come, con indovinata espressione inglese, si descrive una prospettiva basata sul desiderio. Un po’ come, di nuovo si parva licet comparare magnis, da noi le classi dirigenti hanno seppellito il decennio protorivoluzionario ’68-’77 nella formula degli “anni di piombo”.
Il decennio in cui tutto un assetto già orientato verso il recupero di dominii, controlli, prevaricazioni, discipline d’antan, è stato aggredito e ridotto a più miti consigli dall’unita delle due classi subalterne, operai e studenti, con rotture drastiche del regime borghese-capitalista: Statuto dei Lavoratori, Servizio Sanitario Nazionale, Proletari in divisa, università, scuola, fabbriche occupate e democratizzate, periferie protagoniste, cultura, musica, cinema, teatro sediziosi, popoli contro la guerra (vietnamita) e il colonialismo.
I fischietti della salvezza

La Resistenza palestinese ha svolto un ruolo analogo sul piano della destabilizzazione di un progetto padronale, qui in chiave colonialista. Lo ha saputo mantenere in vita per quasi un secolo, tra lanci, arretramenti, falsi compromessi, riprese, tradimenti. Lo ha confermato, stavolta agli occhi del mondo, con la clamorosa operazione di due anni e mezzo fa, i cui effettivi lineamenti, sepolti sotto la mistificazione israeliana, ancora faticano a farsi strada anche tra commentatori attrezzati. E in due anni e mezzo il più potente esercito della regione, munito di un cinismo morale e di una ferocia raramente visti nella Storia, supportato in tutto e per tutto dalla maggiore forza militare del mondo, non ha avuto ragione né dell’anima del popolo da obliterare, né della sua volontà.
E allora, concludendo, di fronte all’oscurità che, a forza di colpi a destra e manca, viene spinta avanti da un potere in disfacimento ricorrendo a un energumeno squinternato. potere che se ne sente azzannato e che spera di scamparne rovesciandola sul resto del mondo, a farci rispondere è lo spirito della resistenza palestinese, di tutte le resistenze, comprese quelle che ci hanno rubato alla memoria. Oggi anche quella dei fischietti di Minneapolis che spazzano via il fetore dello Stato di polizia. Ci sono di conforto, ci siano d’esempio.
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA
"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:
https://www.ladedizioni.it/


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