Gas e petrolio alle stelle, popoli in ginocchio: l'Europa paga il conto della guerra voluta da altri

La bolletta del gas vola a +35%, il Brent sfonda i 113 dollari. L'Europa raccoglie i frutti delle sue politiche: sanzioni a Mosca, dipendenza da un alleato che la usa come scudo e la lascia col cerino in mano

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Gas e petrolio alle stelle, popoli in ginocchio: l'Europa paga il conto della guerra voluta da altri

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di Fabrizio Verde

Il conto è arrivato puntuale, e come sempre lo pagano i soliti noti. Nello specifico i popoli europei. Mentre i missili della criminale coalizione Epstein volano sulla Repubblica Islamica dell’Iran e le fiamme divorano i più grandi impianti energetici del Medio Oriente, in Europa i prezzi del gas segnano numeri da infarto: più 35 per cento in poche ore, con i futures che volano a livelli mai visti dall'inizio del conflitto. Il Brent sfonda quota 113 dollari al barile, il WTI si avvicina a passo svelto ai 100, il Murban galoppa a 117. Numeri che sulla carta sembrano astratti, ma che nelle prossime settimane si tradurranno in bollette insostenibili per famiglie e imprese, in stabilimenti che abbassano le serrande, in una coda di inverno che per molti sarà lunghissima.

Il paradosso è che tutto questo si poteva evitare. Perché la crisi attuale non è figlia del caso o della geografia, ma di scelte precise, ostinate, guerrafondaie e ideologiche. Quando Kiril Dmitriev, inviato speciale del Cremlino, parla di "tsunami dei prezzi" che si abbatterà sull'Europa, non sta facendo profezie, sta semplicemente leggendo i numeri. E quando definisce "stupidità strategica" le politiche di von der Leyen e Kallas, usa parole dure ma difficili da smentire.

Perché la verità è che l'Europa ha passato anni a recidere i ponti con il fornitore di energia più affidabile e conveniente che avesse sotto casa, la Russia, per gettarsi tra le braccia di un presunto ‘alleato’, gli Stati Uniti, che oggi la sta trascinando in una guerra che non ha voluto e di cui paga le conseguenze. Le sanzioni, le rottamazioni affrettate, le filippiche moralistiche contro il gas russo: tutto questo oggi appare per quello che è, un suicidio assistito. E mentre Bruxelles pontificava, qualcuno dall'altra parte dell'oceano faceva affari d'oro, vendendo gas liquefatto a prezzi moltiplicati e sostenendo una macchina bellica di cui l'Europa è ostaggio.

La mossa del Tesoro statunitense, che ha appena concesso una licenza per continuare a comprare petrolio russo fino all'11 aprile, è la fotografia perfetta dell'ipocrisia imperante. Da un lato si predica l'embargo, si impongono sanzioni, si dipinge Mosca come il male e il nemico assoluto. Dall'altro, quando i mercati tremano e i prezzi esplodono, si corre a comprare lo stesso greggio che si è appena finito di demonizzare. E l'Europa? L'Europa resta lì, con il cerino in mano e una bolletta da pagare, a guardare gli altri che si accordano sulle sue spalle.

Gli analisti di Citibank intanto disegnano scenari da incubo: nel caso peggiore, con lo Stretto di Hormuz chiuso fino a giugno e gli attacchi alle infrastrutture che continuano, il Brent potrebbe volare a 200 dollari al barile. Una cifra che non è solo un record, ma un terremoto economico. Perché ogni dollaro in più sul prezzo del greggio è un costo che si trasferisce a cascata su tutto: trasporti, materie prime, produzione, consumi. È la vita quotidiana che diventa più cara, sono le piccole imprese che chiudono, è il disagio che cresce.

La scintilla di tutto è stata l'attacco alla centrale South Pars in Iran, il più grande giacimento di gas del mondo, finito nel mirino dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Una scelta che ha aperto il vaso di Pandora: Teheran ha risposto colpendo impianti in Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi. Le fiamme a Ras Laffan, il cuore dell'industria del GNL qatariota, sono il simbolo di una guerra che non risparmia nulla e nessuno. E che rischia di allargarsi ulteriormente, coinvolgendo sempre più pezzi di una regione da cui dipende l'equilibrio energetico mondiale.

In questo quadro, le parole di Dmitriev suonano come un monito, ma anche come una constatazione amara. L'Europa ha scelto di seguire acriticamente la linea bellica dell’egemone declinante di Washington, ha trasformato la politica energetica in un plebiscito morale, ha sacrificato il benessere dei propri cittadini sull'altare di una crociata geopolitica. Oggi raccoglie quanto ha seminato: un mercato in subbuglio, fornitori che non rispondono, un futuro incerto. E mentre i prezzi salgono e le riserve si assottigliano, nelle capitali europee qualcuno forse comincia a chiedersi se ne sia davvero valsa la pena. Anche se chi prova a mettere in dubbio le attuali scellerate politiche, come il premier belga Bart De Wever che ha chiesto all’Europa di impegnarsi per mettere fine al conflitto in Ucraina e riprendere il dialogo con la Russia, viene immediatamente zittito dalla russofobia imperante in quel di Bruxelles.

La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. E arriva dritta nelle case, sotto forma di bolletta. Così come presso le stazioni di rifornimento dove i prezzi dei carburanti continuano a correre verso l’alto. 

 

Fabrizio Verde

Fabrizio Verde

Direttore de l'AntiDiplomatico. Napoletano classe '80

Giornalista di stretta osservanza maradoniana

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