Gli eredi dell’ottimismo di Reagan

Il partito che vincerà le elezioni sarà probabilmente quello che si è mostrato più ottimista sul futuro dell’America

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Gli eredi dell’ottimismo di Reagan

Fareed Zakaria in The Heirs of Reagan's Optimism torna ad occuparsi delle elezioni presidenziali americane in programma il prossimo novembre proponendoci di individuare quale dei due candidati è in possesso di un requisito che potrebbe determinare vittoria o sconfitta: l’ottimismo.
Il Columnist del Time sostiene, infatti, che il partito che vincerà le elezioni sarà probabilmente quello che si è mostrato più ottimista sul futuro dell’America – anche nel bel mezzo di una crisi economica come quella attuale. Come scrive lo storico Daniel Boorstin : “Sin dal principio, la civiltà americana ha combinato una dogmatica fiducia nel futuro con un’ingenua perplessità su cosa il domani potrebbe riservare”.
Questa fiducia non ha colore politico, ci spiega Zakaria. È appartenuta sia al Repubblicano Theodore Roosevelt che al democratico Franklin. D Roosevelt, così come è stata di  J.F. Kennedy, Ronald Reagan, l’ottimista per eccellenza, Bill Clinton e George W Bush.
L’ottimismo di cui parla Zakaria  non è una filosofia, ma più che altro un atteggiamento che trova  conforto nel potenziale immane del Paese e nella fede nelle sue virtù.  
Negli Anni '70 e '80, continua il giornalista,  per molti americani il Partito Democratico sembrava più interessato a rintracciare le carenze dell’America rispetto ai suoi punti di forza. Molti dei suoi leader hanno criticato senza sosta il Paese per l’immagine che veniva percepita, sia in patria che all'estero, per le sue iniquità e per le sue ingiustizie. “I democratici”, disse Jeane Kirkpatrick alla Convention repubblicana nel 1984, “incolpano sempre prima l’America”.
Oggi, invece, è il Partito Repubblicano che spesso sembra arrabbiato con l’America. Una rabbia mista ad una forte nostalgia per un'America che non esiste più. Di Reagan, ci riporta Zakaria, si diceva fosse per ¾ ottimista e ¼ nostalgico, una formula invertita a partire da un celebre discorso di Bob Dole, candidato repubblicano nel 1996, che ha attaccato quanti lodavano i progressi fatti dall’America in materia di diritti civili o di diritti delle donne o, ancora, verso un’economia più aperta e una società meritocratica.
Rabbia e nostalgia rappresentano ormai i cardini della retorica repubblicana. Il Tea Party ama senza alcun dubbio l’America, ma non l’America di oggi, l’America moderna, dei tanti immigrati, della liberta sessuale ed economica. Questa America li spaventa e allora cercano di rintracciare l’errore, se di errore si può parlare, in qualche avvenimento del passato. L’istituzione della Federal Reserve o il New Deal o le rivoluzioni sociali degli Anni ’60. Tutti cambiamenti che hanno creato nuove opportunità per donne e anziani, determinato le condizioni di una crescita economica che per anni è stata invidiata da tutto il mondo e che ormai fanno parte del tessuto del Paese.
Il partito repubblicano, conclude Zakaria, ha un importante messaggio economico per l’America, ma per renderlo appetibile deve convincere gli elettori di comprendere e apprezzare l’America così com’è oggi.

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