Gli errori di Draghi

Le vecchie credenze che non permettono all'Europa di uscire dalla depressione

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Gli errori di Draghi

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Riprendendo una delle ultime conferenze stampa di Mario Draghi, Paul Krugman nel post del 8 giugno Depressing Draghi sottolinea come il presidente della Bce mantenga sempre il suo acume e la sua flessibilità nelle risposte - particolarmente in questo periodo in cui l'euro continua ad essere a rischio - ma le sue dichiarazioni sull'inflazione sono terribilmente sbagliate e la sua opinione danneggia inevitabilmente la politica monetaria della Bce.
Rispetto alla domanda di un giornalista spagnolo che chiedeva come la Bce, con un tasso d'inflazione generale inferiore al 2%, potesse continuare a dichiarare di non poter fare nulla di più rispetto al suo paese, che ha un tasso di disoccupazione del 27%, mantiene una politica fiscale restrittiva nonostante la depressione economica ed ha gravi limitazioni all'accesso al credito per piccole e media impresa, la replica di Draghi è stata disarmante. “Non sono sicuro di aver centrato il punto, ma penso di si. Primo, il fatto che l'inflazione sia bassa non è, di per sé, negativo; con bassa inflazione, puoi comprare più cose. Secondo, non dobbiamo vedere la deflazione come ciò di cui dobbiamo temere”. 
In primo luogo “con bassa inflazione si possono comprare più cose” è qualcosa che i professori d'economia spiegano al contrario esatto ad i propri studenti: inflazione minore significa minore crescita in termini di redditi. Ma ancora più grave, secondo Krugman, è la seconda risposta di Draghi - “non dobbiamo vedere la deflazione come ciò di cui dobbiamo temere”. Ogni economista professionista comprende che si crea un limite con l'inflazione tendente allo zero. Il livello attuale dei prezzi nelle economie avanzate, in Europa in particolare, è troppo basso e questo testimonia, da un lato, un livello di domanda inadeguata, e, d'altro lato, i tassi d'interesse sui bond prossimi allo zero rappresenta un importante vincolo alla politica monetaria. Larry Ball, ad esempio, stima che il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti negli anni recenti sarebbero stati del 2% più bassi se il paese fosse entrato nella crisi finanziaria con un tasso d'inflazione del 4% piuttosto che solo del 2%. L'Europa ha lo stesso problema, reso ancora più grave dalla mancanza di un'integrazione politica, che ha impedito di adottare una politica fiscale di riequilibrio.
Non si tratta di una nuova teoria, ma gli economisti, compreso il capo economista del FMI Blanchard, portano avanti questi concetti su un livello positivo di inflazione da anni. Mentre Draghi parla come se l'inflazione bassa non è un problema e la deflazione un qualcosa di cui non preoccuparsi. La verità è che la rigidità verso il basso dei salari inizia a divenire un problema in una economia depressa, anche a tassi di inflazione leggermente positivi ed è particolarmente chiaro nella zona euro dove i paesi debitori sono inoltre costretti ad un'enorme “svalutazione interna”. E' una questione di vitale importanza ed è scioccante che Draghi non la consideri tale: forse, conclude Krugman, sta solo calmando  i falchi dell'inflazione nel suo board, ma con l'Europa in depressione alcune vecchie credenze e luoghi comuni devono essere semplicemente eliminati per sempre.

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