Gli oligarchi americani e la politica monetaria

Paul Krugman sul tasso d'inflazione oggi appropriato osteggiato dalla "superelite"

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Gli oligarchi americani e la politica monetaria

 

Quelli che Paul Krugman definisce nel suo ultimo articolo per il New York Times Econonerds aspettano con ansia l'ultima edizione del World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, non tanto per le previsioni, ma per i capitali analitici, sempre interessanti e provocatori.
 
Nell'ultimo rapporto, ad esempio, il capitolo 3 ha analizzato i benefici che si avrebbero nell'aumentare il target inflazionistico sopra il 2%, il punto di riferimento oggi per le economie avanzate. Questa conclusione è in linea con altre ricerche del FMI: lo scorso mese il blog del Fondo ha discusso i problemi di una "bassa inflazione" definendola tanto distruttiva quanto un'alta inflazione; e in un'edizione precedente del  World Economic Outlook ha analizzato le esperienze storiche con alti debiti, sostenendo come i paesi che permettevano all'inflazione di erodere i loro debiti – incluso gli Usa – agivano molto meglio di quelli – ad esempio il caso noto e storico del Regno Unito dopo la prima guerra mondiale – ancorati all'ortodossia monetaria e fiscale. 
 
Ma il Fondo Monetario Internazionale non è arrivato a trarre le conclusioni politiche da quella ricerca economica e si perde secondo il premio Nobel per l'economia in eufemismi rispetto alla portata oggi della posta in gioco. Quello che si nota è lo strapotere del pensiero convenzionale, che non proviene dal nulla e Paul Krugman si dichiara sempre più convinto che il nostro fallimento di affrontare efficacemente il dramma della disoccupazione di massa ha sempre più a che fare con interessi di classe
 
Sulla possibilità di aumentare l'inflazione, molte persone comprendono che un livello di prezzi che diminuisce è una pessima cosa economica - nessuno vuole fare la fine del Giappone, che ha combattuto con la deflazione per tutti gli anni '90. Quello che è meno noto è che non c'è una linea zero di riferimento: un'economia con un'inflazione allo 0,5% avrà molti degli stessi problemi di un'economia a inflazione -0,5%: è per questo che il Fmi ha avvisato che "la bassa inflazione" sta spingendo l'Europa a rischio di una stagnazione stile giapponese, anche se la deflazione tecnica non è ancora iniziata.
 
Un'inflazione moderata si rivela essere un utile strumento  per i debitori – e quindi per l'economia nel suo complesso quando un immenso mole di debito frena occupazione e crescita – e incoraggia le persone a spendere piuttosto che risparmiare – un altro buon indicatore in un'economia depressa. E, infine, può servire come lubrificante economico rendendo più semplice aggiustare salari e prezzi rispetto a un cambiamento della domanda.


 
Ma qual è il tasso d'inflazione appropriato? Il tasso della zona euro è oggi sotto l'1%, chiaramente troppo bassa, e quella degliUsa non è molto maggiore. E' sufficiente tornare al 2%? Quasi certamente no per Paul Krugman. Molti esperti monetaristi conoscono bene la battaglia per un'inflazione moderata degli anni '90, quando l'obiettivo del 2% è stato imposto all'ortodossia politica e pensavano che il lavoro si fosse concluso così. In particolare, pensavano che questo target fosse sufficiente per impedire la creazione delle cosiddette trappole monetarie, vale a dire i periodi in cui anche i tassi d'interesse vicini allo zero non sono in grado di riportare l'economia alla piena occupazione. Ma l'America è in quella trappola da 5 anni. Come dimostra l'ultimo rapporto del FMI, c'è una prova evidente che i cambiamenti nell'economia globale stanno aumentando la tendenza degli investitori a risparmiare piuttosto che immettere i fondi in circolo, aumentando così il rischio di trappole di liquidità a meno che il target inflazionistico non sia aumentato. Ma il rapporto non arriva a questa conclusione in modo esplicito. 
 
Quindi perchè è così tabù affermare quella che sembra una chiara evidenza economica? Una risposta che fornisce il premio Nobel per l'economia è che le persone che in politica si definiscono "serie" si appropriano di questo appellativo chiedendo serietà e sacrifici (alle altre persone chiaramente), e odiano soluzioni che non riguardano la sofferenza. Fare quello che gli Usa hanno fatto dopo la seconda guerra mondiale – usando bassi tassi e inflazione per erodere il debito – è spesso indicato come "repressione finanziaria" che suona male. Ma chi è che preferisce una modesta inflazione e una piccola erosione dei titoli maturati alla disoccupazione di massa? Non è difficile rispondere: quello 0,1% che riceve "solo"il 4%  di salari e conta il 20% della ricchezza totale. Un'inflazione leggermente superiore,  ad esempio il 4%, sarebbe positiva per la maggioranza della popolazione ma negativa per la superelite.


 
Gli interessi di classe non prevalgono sempre: i buoni argomenti e le buone politiche a volte prevalgono anche se colpiscono lo 0,1% della popolazione – altrimenti non sarebbero state introdotte le riforme sanitarie.  Ma, conclude Krugman, è importante che l'opinione pubblica comprenda il processo economico in corso e realizzi che la politica monetaria vigente (e non solo) è oggi buona per gli oligarchi, ma non è positiva per l'America. 

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