Gli scontri calcistici che preannunciano la guerra civile: il caso dell'ex Jugoslavia

Lo sport è da sempre il termometro della società, oltre che il suo specchio.

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Gli scontri calcistici che preannunciano la guerra civile: il caso dell'ex Jugoslavia

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di Andrea Muratore
 
Lo sport è da sempre il termometro della società, oltre che il suo specchio. Per l'Italia questo si può dire in particolar modo del calcio, che sta vivendo un declino sintomatico del baratro verso cui sta inesorabilmente scendendo il nostro paese. I recenti e gravissimi fatti di Roma, le scene di guerriglia urbana precedenti la finale di Coppa, lo stadio intero lasciato in balia di pochi ultrá facinorosi, l'inizio della partita rinviata e la gara stessa condizionata, i membri delle istituzioni intenti ad assistere impotenti a questo. Un quadro fosco, che dovrebbe far suonare qualche campanello d'allarme, specie se confrontato con un inquietante precedente di ventiquattro anni fa, che a posteriori sembra esser stato il preludio "calcistico" di uno dei grandi drammi della storia recente europea.
 
Zagabria, 13 maggio 1990. Va in scena il big match Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado, uno dei più sentiti della Jugoslavia. Tradizionalmente avvengono scontri durante questa partita, ma quel giorno si superò ogni limite. Il 6 maggio Franjo Tudman, futuro padre dell'indipendenza croata, aveva vinto le elezioni locali. Le tensioni etniche e sociali si preparavano a esplodere nei conflitti che avrebbero insanguinato i Balcani. Quel giorno vinsero i violenti, non ci furono trattative. I gruppi di ultras della Stella Rossa erano rappresentati dal gruppo dei Delije, il cui leader era Arkan, futuro criminale di guerra spietato nelle opere di pulizia etnica del violento conflitto. Iniziarono a schernire i padroni di casa a suon di insulti xenofobi, passando presto all'azione, assaltando i Blue Bad Boys, gli ultrà della Dinamo, con spranghe e bastoni. Ai primi accenni di reazione intervenne il corpo di polizia, che essendo a maggioranza serba non potè certo contribuire a fermare l'impeto dei Delije.



Zagabria 1990 e Roma 2014, ultrà che cercano il morto, ultrà che prevalicano la legge cercando di imporre la propria legge. Allora furono presi d'assalto anche i giocatori zagabrensi, incluso il futuro "italiano" Zvonimir Boban.
 
Il morto non ci fu, miracolosamente, ma i violenti di entrambi gli schieramenti avrebbero avuto a breve tutte le occasioni per rifarsi con gli interessi. Gli scontri calcistici che preannunciano una guerra civile. Il paragone totale con l'Italia di oggi sarebbe inconcepibile, ma è sintomatico analizzare i parallelismi della storia. Le lezioni non vanno mai scordate, le tensioni dello sport rappresentano quelle incarnate nella società, è troppo facile attribuire la colpa ai soliti "cani sciolti". La situazione attuale del nostro paese è di gravissima decadenza, viviamo in una perenne "guerra civile morale", ogni campanello d'allarme è degno di essere ascoltato. Vedere lo stadio principale della Capitale (e la città di Roma stessa) piegarsi ai violenti prima di una partita tra due squadre ricevute il giorno prima dal Papa è qualcosa di inaccettabile. Ma cosa possiamo definire di veramente accettabile nella nostra attualità? Purtroppo non possiamo affidare ai posteri l'ardua sentenza, dobbiamo riuscire a trovarla noi, una risposta a questa domanda. 

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