Idomeni: che cosa c’è dall’altra parte del muro che sta alzando l’Europa?

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Idomeni: che cosa c’è dall’altra parte del muro che sta alzando l’Europa?


di Alberto Negri*

Che cosa c’è dall’altra parte del muro che sta alzando l’Europa? Dal confine greco-macedone di Idomeni, diventato il “magazzino delle anime” come lo chiama il governo di Atene, lo descrive in una lettera, inviata ai giornali, Daniela, infermiera di Medici senza Frontiere. Nella sala d’attesa entra un siriano di circa 50 anni. È ben vestito, un bel completo scuro gessato e, al posto della cravatta, una sciarpa di lana chiara. Scarpe nere eleganti, usurate ma pulite.

Un signore distinto che tiene a sé e alla sua persona, alla sua dignità. Gli fa male la gamba, ha un problema di circolazione e ha finito il farmaco prescritto in Turchia. Pazientemente aspetta il turno del medico e mentre espone il problema della gamba si mette a piangere e racconta di essere stato in prigione in Siria, dove per molti giorni è stato in una stanza rannicchiato con tante altre persone senza potersi muovere, senza bere e mangiare. Trattato come un animale.

Poi deve essere fuggito o l’hanno rilasciato, lo immagino che marcia verso il confine della Turchia, che rimedia del cibo, delle abluzioni di fortuna, accompagnato dai suoi pensieri, che rimandano forse a una famiglia, a degli affetti, agli amici, a una casa che non c’è più, a un quartiere di una città, ai ricordi di una vita. Marcia da solo verso l’Europa, verso di noi. Lui non lo sa ma l’Austria, l’Ungheria e i balcanici incolpano la Grecia per i problemi dell’immigrazione: il che significa ignorare le radici della crisi, la guerra di Siria e tutte le altre in corso da decenni.

Il suo abito è prezioso, è riuscito a salvarlo: dice di lui molto di più di un passaporto. Sta bussando alla nostra porta, vuole presentarsi bene, tiene a quel vestito come a una seconda pelle. Sembra volere dire: «C’è stato un tempo in cui...». Sì, c’è stato un tempo in cui magari saremmo stati noi a entrare nella sua casa, che ci saremmo rivolti a lui con rispetto.

Allora probabilmente non avrebbe mai immaginato di finire così ma poi quel giorno è venuto: ha aperto l’armadio di casa e indossato l’abito migliore, un gessato, sapendo che non avrebbe potuto portare via altro. Anche noi forse faremmo lo stesso.

Chiudete gli occhi e immaginate di essere dall’altra parte del muro. Entriamo in camera, apriamo l’armadio e scegliamo il nostro abito. Quello con cui abbandoneremo la nostra vita di prima. Dobbiamo però fare in fretta. Fuori incalza il mondo brutale delle milizie di Assad, dei kalashnikov, delle tute nere dell’Isis, della pulizia etnica e settaria.

Sono questi i momenti in cui non vorremmo avere neppure un nome, un’identità: eppure lui, il viaggiatore siriano, quel giorno ha preso senza esitare il suo vestito migliore. Le esplosioni sono sempre più vicine e violente: colpi di granata e di mortaio che sventrano muri e sbriciolano ogni speranza di potere resistere. Usciamo di casa ma non faremo molta strada, ci aspettano per buttarci in un stanza insieme ad altri disgraziati. Prima ci porteranno via tutti gli averi, poi ci prenderanno a calci, a bastonate, e quando scenderà il buio non prenderemo sonno per la paura: non ci è rimasto altro che questo respiro affannoso e umiliato avvolto dentro a un bell’abito.

Forse qualcuno si ricorderà di storie lontane, di guerre viste soltanto nei film, di nonni fuggiti sopra i monti e di nonne che nascondevano le figlie in cantina per evitare che le violentassero. Qualcuno nei Balcani - e stupisce che la memoria sia così corta - non avrà neppure bisogno di sforzarsi troppo: vent’anni fa qui scappavano tutti, bosniaci, serbi, croati. Il Corridoio Dieci, quello dell’autostrada, allora veniva percorso alla rovescia da Nord a Sud, si attraversavano i sentieri dove l’armata comunista di Tito aveva combattuto con i greci fino agli anni ’50, poi si risaliva verso il Kosovo: 900mila albanesi espulsi in pochi giorni dai soldati di Milosevic nel ’99. Ma eravamo già stati a Sarajevo nel ’92, nelle Krajne nel ’94, nei campi di concentramento dove ci attendevano corpi scheletrici, nelle fosse di Srebrenica del generale Mladic nel luglio 1995. Anche allora si pensò che una pace, quella di Dayton, evocata ora anche per la Siria, potesse mettere fine ai massacri.
 
Adesso potete riaprire gli occhi: siete saldamente al di qua del muro. Tra l’ottobre 2014 e il settembre 2015 in Europa, secondo l’Economist, sono state presentate 922mila domande d’asilo e ne sono state accolte 137mila: non servono neppure i muri per respingere i profughi. Non dovete scegliere il vostro ultimo abito ma andare subito a comprarne un altro della collezione primavera-estate. Solerti governanti europei a colpi di nuove barriere proteggeranno le spiagge delle vacanze e l’ultima canzone dell’estate. Ma un giorno il risveglio potrebbe essere meno dolce e svelare che un intero continente, l’Europa, è scomparso, sommerso nell’imbuto di Idomeni non dalla risacca dei profughi ma semplicemente perché il suo cuore stanco ha smesso di battere.
 
*Articolo pubblicato su il Sole24 ore. Riproposto su gentile concessione dell'autore.

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