Il caso Snowden

E' un interesse legittimo dello stato cercare di eliminare il “lato oscuro di internet”?

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Gideon Rachman in The spies will win the privacy fight approfondisce la questione sollevata dalla storia personale di Edward Snowden, colui che ha passato al giornale The Guardian i documenti riservati relativi a PRISM - il programma di intercettazione del traffico Internet messo a punto nel 2007 dalla National Security Agency (NSA) – ed ha mostrato al mondo il “cyber snooping" del governo americano. A nessuno piace l'idea che le e-mail e l'attività personali su internet possano essere controllata da qualche supercomputer nel Maryland o da Cheltenham, così come le migliaia di telecamere che riprendono ogni centimetro di Londra, ma, sostiene il Columnist del Financial Times, molte persone accettano che ci siano ragioni di sicurezza legittime per i governi per monitorare quello che accade nel mondo virtuale di internet.
Pur considerando sacra la privacy e dichiaratosi infastidito all'idea che le e-mail possano essere sotto ispezione costante da parte dei governi anche se non si è violata la legge, Rachman si dichiara tranquillo rispetto a queste violazioni, perché non ha mai visto lo stato minacciare o ricattare con i dati ottenuti poi qualche parte innocente. Certamente può accadere ed in quel caso si dovrebbe denunciare con forza. Per definire quali siano le sue preoccupazioni reali su internet, Rachman porta a riferimento la sua testimonianza diretta: dopo che, nelle ultime sei settimane, è stato violato il suo account e mail, apparentemente da qualcuno in Giordania, clonata la sua carta di credito ed anche il sito del Financial Times ha subito un attacco da parte di hacker, la sua certezza è che dietro non ci sia il governo americano o inglese.
Il caso Snowden è rilevante perché alimenta il dibattito su un tema nevralgico per il futuro, dato che i maggiori crimini e quelli più pericolosi per la società potranno avvenire nello spazio cibernetico, dove network criminali indistinti e terroristi operano. In questo contesto, deve essere un interesse legittimo dello stato cercare di eliminare il “lato oscuro di internet”?
Molti dei commenti dopo il caso di Snowden si sono focalizzati proprio sugli sforzi dei servizi di sicurezza nel rintracciare i terroristi su internet, dove possono rappresentare la peggior minaccia oggi, al contrario degli attacchi del passato. Le agenzie di sicurezza, nei settori pubblici e privati, sono sempre più preoccupati della crescente dipendenza della società dai network computerizzati: dal panico finanziario che potrebbe crearsi se un virus fosse introdotto nei database di una grande banca, impedendole di accedere nei suoi libri contabili, al caos che si creerebbe se i sistemi digitali che gestiscono l'erogazione di energia o i semafori dovessero impazzire, questi attacchi verrebbero dal mondo virtuale e potrebbero non essere opera di uno stato.
Se dovesse accadere, le persone non sarebbero più preoccupate delle intrusioni governative nella sfera privata, ma chiederebbero, al contrario, al governo di essere in grado di anticipare un attacco del genere. Questo non significa che le questioni sollevate da Snowden non siano legittime – ha ad esempio ragione lui, sostiene Rachman, che ci dovrebbe essere più discussione pubblica su come viene gestita la sicurezza nel mondo virtuale “e non nascosta dal governo” – ma la principale paura espressa dall'ex tecnico della Cia, vale a dire che la situazione rimarrà la stessa nonostante tutte le informazioni che ha rilevato, non centra il nodo nevralgico della discussione. A meno che qualcuno non riesca a dimostrare che le agenzie di sicurezza non sono solo inutili montagne di informazioni che abusano della privacy dei cittadini, conclude Rachman, i governi occidentali possono vincere nel dibattito sollevato dal caso Snowden.

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