Il femminismo è sguardo e azione anticoloniali

Il libro"Intersezionalità al cinema" di Francesca Pili è un invito, colto e militante, alla "conversione" dello sguardo; ad affinare l'analisi della realtà tenendo presente la ragnatela interconnessa di tutte le oppressioni. Un terra libera, ogni terra libera, vuole donne libere; e le donne libere vogliono una terra libera

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Il femminismo è sguardo e azione anticoloniali


di Diego Angelo Bertozzi

Penso al cinema e, inevitabilmente, irrompe il tema dello sguardo, ampliamente affrontato da filosofia e letteratura. Penso a Platone e allo sguardo nell'altro, non solo rivolto ma che si addentra, come via privilegiata del conoscere sé nella diversità di chi ci sta di fronte; lo sguardo nell'altro e dell'altro che è scoperta della propria e altrui libertà. Anche la popolare immagine della "caverna" platonica è un invito alla "conversione" dello sguardo dalle ombre del pregiudizio, dell'ignoranza e dell'oppressione per liberarsi dalle catene e intraprendere, finalmente, l'accidentato percorso della liberazione (mai solo individuale) con tutti i rischi e le solitudini. 

Insisto sullo sguardo perché il libro "L'intersezionalità al cinema" (Catartica edizioni, 2025) di Francesca Pili è proprio un invito, colto e militante, a volgerlo diversamente di fronte all'arte cinematografica, renderlo strumento più raffinato di analisi, perché anche in questo caso si tratta di liberarlo da idola, pregiudizi e ombre che lo incatenano ai meccanismi della repressione. E i film analizzati dall'autrice sono occasione per "de-colonizzarlo", per fare della conversione di esso un atto radicalmente politico e di analisi rivoluzionaria. Ha quindi ragione Federica Marrocu, nella prefazione: "il nostro sguardo è politico" e per questo "c'è potere nel guardare e che nessuno cambiamento può accadere senza prima avere luogo nella nostra immaginazione". 

Per chi, come lo scrivente, è abituato a leggere la realtà come costellazione di contraddizioni dalle quali trarre quella principale su cui agire primariamente, il libro di Pili è una sfida, sebbene sia posta su di un comune terreno culturale. L'intersezionalità non si ferma a questa operazione di"scrematura"alla quale in molti/e siamo abituati/e, ma mostra come le diverse forme di oppressione e di discriminazione siano tra loro interconnesse, nutrendosi e sostenendosi a vicenda. Etnia, classe sociale, genere, orientamento sessuale sono fattori che non vanno isolati, proprio perché si intersecano e, dunque, alimentano anche le oppressioni imperiali e coloniali. Questo implica uno sforzo, persino un lavoro culturale più ampio, che permette di liberarsi da semplificazioni che, per chi si pone sul terreno della liberazione e dell'autodeterminazione dei popoli oppressi, sono poco utili e dannose; si pensi all'accettazione acritica - e assai diffusa - di una specie di determinismo geografico, quale è la geopolitica, che tralascia il caleidoscopico universo della liberazione. Se essa ama le superfici, l'analisi intersezionale, al contrario, agisce nella radicalità, perforando in profondità, mostrando la necessità di uno sguardo sfaccettato, pluridimensionale e, proprio per questo, sfidante.

Siamo quindi di fronte al primo merito del libro: può infastidire come il"tafano"- Platone parlava così di Socrate e delle sue fastidiose interrogazioni - e al contempo spiazzare e spingere il lettore/militante/interlocutore a nutrire il dubbio su di sé, sull'eccessivo spessore delle lenti utilizzate abitualmente per leggere e tentare di cambiare la realtà. Pili - e con lei la letteratura che riporta - è eretica in tempi nei quali l'ortodossia diventa clericale liturgia e sterile ossequio verso chi - penso a Karl Marx ovviamente - di vestali e sacerdoti non aveva necessità, così come di un catechismo laico suddiviso in canoni dogmatici.

Ci sono poi tutti gli altri meriti, tra i quali la breve e utile introduzione/guida al pensiero intersezionale e una scrittura che è patrimonio di chi conosce la materia trattata e, per questo, è in grado di farsi comprendere  e di guidare il lettore lungo le pur impegnative riflessioni mettendo a disposizione una cassetta degli attrezzi. 

Protagonisti e protagoniste dei film analizzati sono soggetti che subiscono l'intreccio delle diverse forme di oppressione e discriminazione all'interno del sistema capitalista ("uno dei maggiori sistemi di oppressione" come sottolinea Pili) e che proprio in tale intricata ragnatela riescono a costruire comunità e alleanze rivoluzionarie: si pensi alla lotta comune ingaggiata, nell'Inghilterra thatcheriana della controrivoluzione liberista, tra i minatori e l'universo militante della comunità gay e lesbica di Camden a Londra in nome dei diritti negati, anche se in forme diverse, dallo stesso sistema capitalista. Ci sono poi i legami intrecciati dalla variegata comunità nomade composta di lavoratori e lavoratrici senza certezze, costretta a vivere ai margini in una perpetua condizione di precarietà. Inoltre l'autrice, assai impegnata sul fronte della lotta di liberazione del popolo palestinese, riporta esempi di una filmografia in grado di rappresentare come tale lotta sia legata a quella per la parità di genere e a quella della costruzione di una reale società democratica. Sottolinea Pili: "non è possibile definirsi femministe [...] sostenendo politiche coloniali e ignorando l'apartheid israeliano". Sono film che si concentrano sulle esperienze e sulle lotte quotidiane delle donne palestinesi  che intersecano inesorabilmente quella per la libertà personale e quella anticoloniale contro l'occupante, a dimostrazione - vale ripeterlo -  di come il femminismo sia tale solo se assume il peso di quest'ultima lotta. 

Ultimo merito e che mi preme sottolineare: il lavoro di Francesca Pili è antidoto vitale contro il rischio - agevolmente sfruttato dallo sguardo dei dominatori - di ricadere in un femminismo"nazionalista", subalterno alla mitologia della supremazia bianca occidentale, che accompagna battaglie già ampiamente criticate dal movimento queer contro omonazionalismo e omonormatività troppo spesso orpelli di bombardamenti esportatori di democrazia. Un terra libera, ogni terra libera, vuole donne libere; e le donne libere vogliono una terra libera.

Diego Bertozzi

Diego Bertozzi

Laureato in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Milano e in Filosofia e Scienze filosofiche all'Università degli Studi di Verona, si occupa da tempo di storia del movimento operaio e di Cina. Ha pubblicato per Diarkos  "La nuova via della seta. Il mondo che cambia e il ruolo dell'Italia nella Belt and Road Initiative" (2019)
 
 
 

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